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L'alba del sacrificio Visualizza ingrandito

L'alba del sacrificio

ISBN 978-88-6690-454-0

Nuovo prodotto

Autore: Giancarlo Ibba

Formato: libro cartaceo - 424 pagine - Seconda edizione

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18,00 €

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RECENSIONE

“L’alba del sacrificio è il libro che avrei sempre voluto leggere.” Così mi ha detto Giancarlo Ibba. Ma il fatto è che questo libro, lui lo ha scritto. Ed è una bella soddisfazione.

La genesi è lunga e complessa, e risale agli anni dell’adolescenza, ma nel tempo l’opera si è arricchita e intessuta di suggestioni e buone letture, è stata oggetto di autocritiche e di critiche. Insomma, è una di quelle storie che non nascono per caso, ma che hanno come sostrato la passione dell’autore e come materiale da costruzione nuove idee e capacità di scrittura che si affinano soltanto con il lavoro sui testi, condotto in modo intelligente e, a volte, nel caso di Giancarlo bisogna riconoscerlo, quasi certosino, perché lui è capace di cambiare dieci volte un aggettivo, di spostare una frase, di limare un periodo e poi di tornarci su a modificarlo ancora.

Per chi fosse curioso di conoscere il percorso di questo libro e di questo scrittore, c’è la sua postfazione, arricchita da precisazioni sull’ambientazione sarda, sulla teoria degli universi paralleli, sulle antiche civiltà che hanno dominato la Sardegna e il Mediterraneo… altrimenti, sono parti del libro che potete tranquillamente ignorare, limitandovi a divertirvi e appassionarvi leggendo questa storia che è difficile classificare: un po’ thriller/mistery, un po’ horror…

Sardegna, Sulcis, 719 a. C. Con macabra puntualità, all’alba del Solstizio d’inverno, sotto lo sguardo impassibile e arcigno di un Volto di pietra sgretolato dal tempo, si svolge un sanguinario rituale millenario tramandato di generazione in generazione dagli Iniziati. Un sacrificio ciclico che non può essere interrotto...

Sulcis, Carbonia, 1991 d. C. Tommaso Cannas, un giovane avvocato sconvolto per la recente morte del padre, è tormentato ogni notte dallo stesso enigmatico incubo: un susseguirsi di urla strazianti, suoni angoscianti, immagini inquietanti ed emozioni opprimenti, terminante con la visione di un bambino misterioso che lo implora di essere liberato. In seguito ad un tragico evento, avvenuto a Villa Massidda, una solitaria dimora sperduta tra desolate campagne e brulle colline, Tommaso si accorge che il suo strano incubo è in qualche modo collegato a un inspiegabile episodio vissuto in passato dal padre...

Sulcis, Solus, 1952 d. C. Michele Cannas, infermiere generico alle prime armi, riceve dai suoi superiori un insolito incarico: assistere a domicilio, coprendo il famigerato turno di notte, la moglie schizofrenica del ricco e potente architetto Raffaele Massidda. Durante la prima drammatica veglia, in preda ad una violenta crisi nervosa, la donna gli confida un terribile segreto...

INCIPIT

Prologo

Sulcis, Sardegna, 719 a. C.

L’Alba del Sacrificio era vicina.

La lunga processione di torce uscì dall’intricata boscaglia di querce da sughero e si snodò nel sentiero sabbioso tra le colline, un percorso tracciato dal continuo viavai di pellegrini. Le scabre alture di trachite, sommerse dall’umida foschia notturna, erano disseminate di anfratti. Cespugli di mirto, lentisco, rosmarino e ginestra ricoprivano i pendii rocciosi. Il profumo aromatico della vegetazione mediterranea si mescolava con quello solforoso della palude. Proveniente dal golfo, un gelido maestrale staffilava le lingue di fuoco delle primitive fiaccole. Luce e ombra guizzavano.

Giunto in una radura isolata ai piedi di un oscuro dirupo, dal corteo di uomini e donne s’innalzò una monotona litania. Tutti puntarono lo sguardo su un grosso macigno alla base della collina. In tempi perduti vi era stato scolpito un Volto. I suoi lineamenti erano deformati da millenni di vento, sole, pioggia. Tuttavia, nella sua espressione arcigna persisteva una traccia di ieratica solennità.

Il canto aumentò d’intensità.

L’uomo alla testa della processione si allontanò dal resto del gruppo. Indossava una grezza tunica e un mantello di lana. Il suo aspetto, anche in quella tenebrosa atmosfera, non aveva niente di speciale. Tarchiato, gambe robuste, sporchi capelli grigi arricciati sulle ampie spalle. L’unica cosa che lo distingueva dal resto dei partecipanti alla cerimonia era che non stringesse tra le mani una torcia impregnata di grasso animale, ma una cesta di giunchi.

Nella radura, una depressione a forma di ferro di cavallo con la cavità rivolta a oriente, i seguaci salmodianti si disposero intorno all’uomo con il mantello. Le pulsanti lingue di fuoco sprigionate dalle torce rischiaravano le orbite vuote del Volto nella roccia. Sciami di scintille, disperse dal vento, si smarrivano nel limpido firmamento. In cima alla collina retrostante, stagliato contro il disco butterato della luna, lo scuro profilo a tronco di cono di un nuraghe. Era diverso da tutti gli altri dell’Isola. Questo era stato costruito con pesanti blocchi di roccia nera, levigati e sgrossati, sovrapposti uno sull’altro con maestria. A causa della colorazione uniforme delle sue pietre, era denominato “su Nuraxi Nieddu”: il Nuraghe Nero. Nella tradizione orale tramandata dagli abitanti dei villaggi circostanti, la memoria della sua primitiva funzione, come quella del Volto, si era persa nella notte dei tempi. Ciononostante, il periodico rituale a essi collegato, proseguiva nei modi previsti dagli Iniziati e dalle “Tavole”. Interrompere un’usanza che andava avanti dall’inizio del tempo era un sacrilegio e fonte di sventura.

L’uomo con il mantello sollevò la cesta, tenendola in equilibrio precario sulle palme callose e mormorò alcune formule segrete nel linguaggio dei suoi avi, che avevano dominato l’isola prima della “Grande Onda”. Subito dopo, la depositò sul terreno ciottoloso.

Al suo interno c’era un neonato addormentato. La pelle nuda, violacea, avvizzita e ancora imbrattata di placenta, esalava vapore. Nonostante il gelo pungente della notte era caldissimo. Per tenerlo calmo, era stato drogato con l’infuso di un’erba che cresceva solo in quel luogo. Per gli adulti era un potente allucinogeno capace di provocare terribili visioni e un’incontenibile risata nevrotica.

L’uomo estrasse il bimbo dalla cesta e lo mostrò ai seguaci.

Il canto cessò.

Una folata di vento s’incuneò nella conca e sferzò le torce.

Ignorando quel turbine, dopo aver esposto il neonato, l’Iniziato si girò verso l’effigie sgretolata cesellata sulla pietra. Ai piedi del Volto c’era un altare, una specie didolmen in miniatura, fatto con la stessa pietra del nuraghe. L’uomo depositò con cura il neonato, supino, in corrispondenza di un apposito incavo. Sul margine esterno della solida lastra, correva una scanalatura in pendenza che terminava in due fori circolari in ambedue i pilastri dell’altare.

Lo sbocco sotterraneo di quei condotti era sconosciuto.

A quel punto, come rispondendo a un segnale, l’uomo con il mantello e i suoi fedeli indossarono grezze maschere di legno che fino a quel momento avevano tenuto nascoste sotto le tuniche. Le maschere riproducevano le fattezze del viso scolpito sul macigno.

Senza solennità, l’uomo con il mantello estrasse dalla semplice cintura di cuoio che gli serrava la tunica un aguzzo pugnale di ossidiana. Le scheggiature riflettevano il bagliore delle torce. Circondato da un improvviso silenzio, l’uomo lo impugnò con entrambe le mani e lo elevò al cielo. Poi restò immobile, in attesa del momento esatto. Il rito richiedeva precisione assoluta.

Con il viso celato dalle bieche maschere, silenti e immobili, le persone alle sue spalle parvero trattenere il fiato per tutto il tempo, mentre le torce si esaurivano, sfrigolando nelle raffiche di vento.

Al primo tenue raggio di sole dell’alba, che s’infilò dritto nella conca, insinuandosi tra le frastagliate colline all’orizzonte, l’uomo strillò una parola e calò il pugnale nel cuore del bambino assopito.

La parola, pronunciabile solo in quell’occasione, era: “Cik-al!”

Il sangue sgorgò nell’incavo dell’altare, lo riempì e defluì nella scanalatura, da cui venne convogliato verso i buchi nei basamenti. Da quel punto sgocciolò, lento e denso, nel buio delle due cavità.

Recensioni degli utenti (solo registrati)

Valutazione 
16/10/2015

Solus: il paese sardo avvolto dall’arcano di un misterioso petro


1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle Solus: il paese sardo avvolto dall’arcano di un misterioso petroglifo.
Recnsione di Marina Atzori, 8 gennaio 2015





Acquisto verificato(Cos'è?)
Questa recensione è su: L'alba del sacrificio: 13 (Giallo, Thriller & Noir) (Formato Kindle)
Da che parte iniziare? Dall’autore o dal libro? Stavolta ho l’imbarazzo della scelta. Vorrei parlare di entrambe. Inizio così: il lettore si troverà di fronte ad un romanzo horror thriller, scritto da uno scrittore sardo, ambientato in terra sarda, precisamente nel sulcitano, su una collina dove si compiono riti "inconsueti" e dove si cela l'arcano di un misterioso petroglifo... Cosa ne pensate? Io dico che è una bella e intrigante miscellanea!Non posso fare a meno di sottolineare il rispetto che Giancarlo nutre per la Sardegna, ciò risulta palpabile sin dalle prime battute del suo romanzo. Le tematiche prevedono la necessaria trasposizione dell’ambientazione, vi troverete spettatori di un “teatro” di colpi di scena, la cui piattaforma è permeata da efferati omicidi e luoghi lugubri, tuttavia l’autore non si esonera dal descrivere in maniera riguardosa ed elegante, anche l’aspetto imperscrutabile di questa meravigliosa isola in cui si svolgono delitti da brivido. Con particolare fantasia l’autore inventa il nome della location: Solus, così si chiama il paese, dotato di un palcoscenico che trasuda scene cruente e personaggi ben disegnati. Ecco, io credo che Ibba detenga una capacità descrittiva degna di un sincero apprezzamento. Sin dalle prime pagine ho potuto immaginare volti, paesaggi e stati d’animo attraverso le sue parole. Quando un lettore può in qualche modo compiere questa azione, vuol dire che siamo decisamente a buon punto. Sicuramente la passione e la conoscenza di un argomento caro, quale quello della terra natia, ha dato una grossa mano alla riuscita di questo thriller. Qualcosa di familiare scorre tra le righe, da conterranea ho avvertito quel filo di Arianna che decreta la Sardegna come una delle regioni più tenebrose e misteriose. Le scelte dello scrittore sardo non sono casuali, ha utilizzato infatti un prezioso asso nella manica, insomma ha giocato in casa, passatemi i termini, e ha fatto non bene, di più! Le figure che più mi hanno colpita sono state quella di Francesca e Tommaso, mamma e figlio. Ben descritto il legame, da una parte ansiogeno quello di lei, dall’altra quasi distaccato quello di lui. La morte del padre ha indubbiamente segnato le sorti di questa famiglia che tenta di sfuggire al dolore aggrappandosi alla quotidianità, presto stravolta da eventi terribili. Un altro elemento coinvolgente è un oscuro manoscritto che nasconde segreti inviolati… Ma torniamo ai personaggi, altra figura importante, è Giovanni, che in preda ai suoi deliri risulta ambiguo e fuorviato da “elementi” esterni alla sua volontà, essi per l’appunto lo inducono a compiere azioni che hanno il sentore del non ritorno. Nella Carbonia de “L’alba del sacrificio” scivolano eventi raccapriccianti ai quali risulta difficile sin da subito, dare delle spiegazioni plausibili. I caratteri dei protagonisti chiariscono aspetti psicologici deviati che sposano perfettamente l’intento di rimescolare gli avvenimenti e lasciare così, chiavi di lettura diverse e continue ipotesi su incredibili accadimenti. Persino gli agenti di polizia hanno un aspetto ben studiato e ben legato, delineando anche alcuni aspetti umani per nulla scontati. I dialoghi sono cuciti bene addosso all’intero racconto e l’autore devo dire padroneggia e sfoggia un lessico che appare volutamente ricercato. Il meccanismo funziona, è scorrevole, ogni personalità acquisisce una sua unicità di espressione prestando al libro una coerenza che si evolve con un buon ritmo, pur non sfuggendo alla trama ben costruita. Insomma, la curiosità tiene incollati fino all’ultima pagina. Mi è piaciuta molto anche la parte finale dove l’autore racconta la sua passione per la scrittura e il modo in cui ha trovato gli spunti per creare il suo manoscritto, una mossa originale per parlare di sé e del suo percorso da scrittore con estrema umiltà.

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L'alba del sacrificio

L'alba del sacrificio

Autore: Giancarlo Ibba

Formato: libro cartaceo - 424 pagine - Seconda edizione

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