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L'intruso

ISBN 978-88-6690-399-4

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PRESENTAZIONE

John Rampini, uomo abitudinario e mediocre, fa il cronista in un giornale di provincia.

Un pomeriggio, rientrando dal lavoro, scopre che qualcuno si è introdotto nel suo appartamento e ha mangiato nella sua cucina. La cosa si ripete ma in maniera più invasiva, dato che l’intruso inizia a lasciare in casa del giornalista degli oggetti personali, che sistema ordinatamente in armadi e cassetti.

Nel frattempo, proprio nel quartiere dove vive Rampini, una donna viene uccisa in modo raccapricciante.

John sente che il colpevole è l’intruso e ne ha la conferma quando scopre che la collana che ha trovato una sera sul suo comodino apparteneva proprio alla vittima.

Chi è questo misterioso personaggio, che continua a intrufolarsi nella vita del nostro mediocre cronista, il quale sarà testimone di altri efferati delitti e a comunicare con lui nelle settimane successive? Il lettore sarà ben presto in grado di formarsi un’opinione precisa, suffragata dalle indagini della polizia e dalle analisi di uno psichiatra e sarà certo di aver individuato l’assassino. Intrigante ma facile, perfino scontato.

Ma sarà proprio così?

 

INCIPIT

Viale delle Ginestre

 

Viale delle Ginestre si trova nella periferia di una città di provincia come ce ne sono tante in Italia.

Il quartiere che attraversa è tranquillo, perciò la quiete è qualcosa che si respira praticamente con l’aria. Le case si susseguono da entrambi i lati separate da giardini che in primavera si riempiono di fiori di tutti i colori e le specie, eccettuate però le ginestre di cui, posso garantirvi, non vi è traccia.

Al numero 31, all’interno di una palazzina di quattro appartamenti, abita il nostro uomo: si chiama John Rampini, ha trentacinque anni e di mestiere fa il cronista per una testata regionale di una certa importanza.

Ogni storia che si rispetti dovrebbe cominciare proprio così, col nome del protagonista, perché un nome non è soltanto una parola, ma un elemento essenziale della vita di ciascuno di noi: qualcosa che ci definisce, attribuendoci una personalità, un percorso di vita e ovviamente anche un preciso destino. E il suo è di quelli che non si dimenticano.

Come semplice narratore, mi sarà impossibile intervenire con giudizi o considerazioni personali, perciò lasciate che lo faccia adesso attraverso le parole dello scrittore Oscar Wilde che ha detto: “Bene e male, peccato e innocenza attraversano il mondo tenendosi per mano. Chiudere gli occhi di fronte a metà della vita per vivere in tranquillità è come accecarsi per camminare con maggior sicurezza in una landa disseminata di burroni e precipizi.”

Ma adesso chiudiamo il discorso: è tempo di entrare nel vivo e raccontarvi ciò che accadde a un uomo di nome John Rampini, che abitava in un’anonima città di provincia al numero 31 di Viale delle Ginestre, aveva trentacinque anni e di mestiere faceva il cronista.

 

 

Giovedì 8 maggio

 

Quella mattina si svegliò alla solita ora e meccanicamente accese la radio.

La musica invase la stanza mentre lui rimaneva ancora un momento sotto le coperte a sonnecchiare. Poco dopo però aprì gli occhi: stavano trasmettendo una canzone che non poteva soffrire. Ogni volta che l’aveva ascoltata gli era successo qualcosa di brutto.

Non era mai stato scaramantico e non credeva nelle premonizioni, ciò nonostante preferì cambiare canale.

Qualche minuto, poi raggiunse il bagno immerso in quel gradevole torpore che si prova quando si è ancora assonnati e la realtà ci appare ovattata nei suoni e distante nei pensieri.

La sua vita era una somma di abitudini e fissazioni cui non poteva rinunciare semplicemente perché non ce n’era motivo; per questo quando andò in cucina rimase sorpreso nel vedere sopra la tavola perfettamente pulita un bicchiere ancora mezzo pieno di un liquido trasparente.

Si guardò intorno e constatò che ogni altra cosa là dentro era al suo posto. Tutto eccetto quel bicchiere che non ricordava di aver lasciato dove si trovava adesso.

Lo annusò e storse la bocca: sapeva di gin, un superalcolico che non gli era mai piaciuto.

Scosse la testa e finì di vestirsi.

Non era tardi, ma lui era un uomo metodico e prima di uscire doveva rifare il letto, asciugare il lavandino del bagno, sbattere il tappetino e aprire la finestra per dar aria alla stanza.

Poi sarebbe arrivata Teresa a pulire; Teresa che ormai da un pezzo aveva smesso di chiedergli perché la pagasse, se quando arrivava trovava praticamente tutto già fatto.

Alle sette e ventidue aprì la porta e dopo aver lanciato un ultimo sguardo all’interno se la richiuse dietro senza farle fare rumore.

L’ascensore era occupato, perciò scese le scale di corsa e una volta nell’atrio si fermò davanti alla cassetta della posta: come al solito ci avevano buttato dentro un milione di dépliant pubblicitari.

Li prese, li accartocciò e mentre stava per lanciarli nel cestino, con la coda dell’occhio colse un movimento: qualcuno si era infilato nella porta che dava alle cantine.

Il fatto in sé era perfettamente normale, ma non il modo furtivo in cui si era svolto.

Senza staccare gli occhi dall’uscio, John vi si avvicinò e l’aprì: le scale appena oltre l’andito erano al buio e non si sentivano né passi, né movimenti.

Il cronista rimase qualche altro istante in ascolto, poi tornò indietro e uscì in strada.

La giornata era splendida, una di quelle che mettono addosso ottimismo e voglia di vivere.

Ebbe la sensazione che anche il tempo la pensasse come lui: nessun cambiamento improvviso ma semplice e confortante prevedibilità, perché quel sereno sarebbe durato fino alla sera.

In realtà sapeva che in ogni caso non gli sarebbe successo niente di particolare: avrebbe raggiunto il Giornale e dopo i soliti convenevoli si sarebbe messo al lavoro.

Come ogni mattina, entrò nell’edicola di Attilio, salutò con un gesto del braccio e attese che l’uomo gli porgesse la solita pila di quotidiani.

Era già sulla porta quando: «Quasi dimenticavo…» disse l’edicolante con un sorriso. «È arrivato l’arretrato che voleva.»

«L’arretrato?» chiese il giornalista, afferrando titubante la copia di una nota rivista di cucina. «Ci dev’essere un equivoco. Mi ci vedi tu mettermi a preparare roba cinese?»

«Quello che mi sono detto anch’io» rispose l’uomo quasi in imbarazzo «ma ho pensato fosse per la sua fidanzata.»

John si mise a ridere. «No, credimi» rispose, divertito. «Nemmeno lei è quel tipo, ma posso sapere quando ti avrei fatto questa sorprendente richiesta?»

«La settimana scorsa.»

John allargò le braccia e scosse la testa.

«E allora… che facciamo? Non me la prendono indietro.»

«Facciamo che me la metti in conto e prima o poi qualcosa ci combinerò.»

Uscito in strada, il cronista si fermò a pensare allo strano episodio appena accaduto, ma si stava facendo tardi e se non voleva perdere l’autobus doveva sbrigarsi a raggiungere la fermata.

Il 45 arrivò con tre minuti di ritardo. Salì a bordo, andò a sistemarsi come sempre in terza fila, sedile accanto al finestrino, e attese di sentire lo sbuffo della portiera che si richiudeva.

C’era parecchia gente in strada e il traffico tipico di quell’ora del mattino.

Si mise a guardare fuori, poi, due isolati più in là, ebbe la sensazione che qualcuno lo stesse osservando.

Guardò oltre il corridoio, ma le due donne che occupavano i sedili della fila corrispettiva alla sua erano troppo impegnate a parlare per occuparsi d’altro, così, fingendo di sistemarsi il colletto della camicia, si voltò indietro, lanciando un’occhiata.

Nessuno sembrava essere interessato a lui: chi leggeva il giornale, chi sonnecchiava, chi semplicemente se ne stava per i fatti suoi.

Venticinque minuti scarsi e arrivò a destinazione.

Si alzò, si mise in coda e scese, avviandosi lentamente verso il semaforo: gran parte della sua vita si svolgeva esattamente dall’altra parte, all’interno di un edificio alto sei piani, con tre ascensori e finestre azzurrate che non lasciavano intravvedere l’interno.

Al secondo piano c’era la sede cittadina del suo Giornale: L’Eco del Mattino.

 

* * *

 

Poco dopo le sei era di nuovo in strada.

Con lo sguardo cercò Anna e la vide subito: la schiena appoggiata al palo del divieto di sosta, stava canticchiando qualcosa.

Non appena si accorse di lui gli andò incontro sorridendo.

Quel giorno indossava una gonna stretta che le fasciava i fianchi. Era una splendida bruna, ma soprattutto il tipo di donna che non amava imporsi e forse era proprio questo il lato di lei che John preferiva.

«Ciao amore» lo salutò. «Tutto bene?»

John annuì ricambiando il sorriso.

«Riccardo ci ha invitati a cena» continuò lei, titubante. «Non ho confermato, ma cosa dici… ci andiamo? Sabato partiranno per l’India e vogliono festeggiare.»

«Festeggiare un viaggio in India?»

«Festeggiare con due giorni di anticipo il loro anniversario di matrimonio.»

«Già, due anni di meravigliosa vita in comune.»

«A proposito di vita in comune…»

John si accorse troppo tardi dell’errore che aveva commesso, ma se l’era voluta; era andato a ficcarcisi dentro da solo, come un cretino, e ora avrebbe dovuto rimediare con tatto, perché Anna su certi argomenti era di vedute ristrette e con esasperante puntualità almeno una volta alla settimana trovava il modo di tirare in ballo la solfa del matrimonio.

Così, elargendole il più disarmante degli sguardi: «Ti prometto che uno di questi giorni ne parleremo seriamente anche noi» disse. «Al momento giusto.»

Lei sorrise e non disse altro.

In realtà non era che non volesse sposarla: gli piaceva molto e avevano anche parecchi lati in comune; si trattava piuttosto di una questione di equilibri: vivere insieme avrebbe significato stravolgere le sue abitudini e cambiare radicalmente stile di vita. Non era sicuro di essere pronto a farlo.

Poi pensò a Riccardo e Cecilia, chiedendosi se gli sarebbe piaciuto diventare come loro: una coppia all’apparenza felice, che viveva in un appartamento di poche pretese, aveva un lavoro di poche pretese, faceva una vita di poche pretese.

Insomma, tutto in loro era di poche pretese, ma forse stava proprio in questo il segreto di un matrimonio, appunto nel non aspettarsi troppo l’uno dall’altra, accettando senza recriminazioni ciò che ognuno era disposto a dare di sé.

Il resto della serata passò senza particolari sussulti e anche la cena a casa degli amici fu tutto sommato piacevole.

Alle dieci era di nuovo a casa, da solo.

Si svestì con calma, sistemò gli abiti nell’armadio, preparò quelli per il mattino successivo, infine indossò il pigiama e si sedette sul divano con l’intenzione di guardare un po’ di TV.

Da qualche parte davano un vecchio film in bianco e nero; cercò il canale, si mise a guardarlo, ma alle undici decise di andare a dormire.

Solo circa un’ora più tardi gli venne il dubbio di non aver abbassato le tapparelle del salotto: strano, perché si trattava di un gesto che ripeteva meccanicamente ogni sera.

Si alzò contro voglia, raggiunse la stanza attigua e si avvicinò alle finestre, lanciando casualmente uno sguardo di sotto.

La strada era deserta, illuminata, in quel tratto, solo dalla luce del lampione poco lontano; non un suono, non un rumore qualunque.

Poi, all’improvviso, gli sembrò di vedere un’ombra nel giardino della casa accanto, ma forse era solo la sua immaginazione perché non riuscì a distinguere niente di realmente concreto.

Stava per tornarsene a letto quando vide l’ombra staccarsi dal buio e assumere la forma di un uomo che si muoveva con cautela.

Raggiunto il marciapiede, lo sconosciuto attraversò la strada con passo spedito, ma percorsi una decina di metri si fermò di scatto, si voltò e fissò diritto verso di lui.

John si ritrasse per non farsi vedere, mentre l’assaliva uno strano senso d’affanno.

Tuttavia era curioso di capire chi fosse, perciò corse a prendere gli occhiali e tornò subito alla finestra.

L’uomo non c’era più. Guardò a destra e a sinistra, ma non lo vide.

Non perse altro tempo a cercarlo, né volle chiedersi come avesse fatto a dileguarsi tanto in fretta e tornò a dormire. 

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L'intruso

L'intruso

Autore: Irene Rossi

Formato: Epub, Kindle

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