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Oceano di pietra

ISBN 978-88-6690-465-6

Nuovo prodotto

Autore: Emanuele Gagliardi

Formato: Epub, Kindle

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PRESENTAZIONE

30 ottobre 1974. Il pilota della Eastern Airlines Leonard G. Johnson è impressionato dalla lettura di un articolo su un aereo della stessa compagnia che si è schiantato il 29 dicembre 1972 nelle paludi Everglades (Florida), e assurto poi alle cronache per via delle presunte “apparizioni” a bordo di altri aerei della Eastern dell’ingegnere di volo Don Repo e del capitano Bob Loft, periti nell’incidente.

Johnson non dà credito ai resoconti paranormali, ma è a disagio per il fatto che il suo aereo dovrà trasportare a Lajes (Azzorre) un non meglio definito “carico” di vitale importanza per la sicurezza nazionale, che gli fa tornare alla mente misteriosi esperimenti militari di cui gli parlava il padre, astronomo di fama mondiale.

Il volo Eastern 441 con Johnson alla cloche decolla regolarmente, ma ogni contatto si interrompe alle 23.30 al largo delle coste del Maryland sulle coordinate in cui esattamente venti anni prima (alle 23.30 del 30 ottobre 1954) è scomparso per sempre un Super-Constellation, volo 441 della U.S. Navy diretto a Lajes con a bordo lo stesso numero di passeggeri… Coincidenza?

Alex Johnson, il figlio del pilota, che aveva due anni quando il papà è sparito nell’oceano, leggendo il bestseller di Charles Berlitz Bermuda: il triangolo maledetto, si rende conto delle inquietanti analogie tra la scomparsa del 1954 e quella dell’aereo di suo padre e convince un amico miliardario a cercare il relitto del Boeing 707. Sfidare il Triangolo Maledetto, però, non è una buona idea…

INCIPIT

30 ottobre 1974 – Ore 15:00 – Washington Dulles International Airport

 

Leonard George Johnson ama volare e ama gli aerei. La passione per il volo gliel’ha trasmessa suo padre, il professor Lewis Johnson, astronomo di fama mondiale, instancabile viaggiatore. Gli basta chiudere gli occhi per rievocare l’eccitazione d’una partenza in anni lontani: il sole caldo che segue l’auto lanciata sulla strada per l’aeroporto, tra campi riarsi, fuori città; l’azzurro smaltato del cielo, qualche volta decorato da batuffoli di cotone che a breve avrebbe visto tanto vicini da poter credere di toccarli. Finalmente il tremulo miraggio della torre di controllo. La frenesia di bambino, incontenibile: contava i secondi finché non riusciva a scorgere sull’orizzonte la coda di un velivolo. Una volta era stata l’elegante tripla deriva di un Super Constellation che si allontanava sulla pista rovente, le quattro eliche in movimento e un rombo lontano, ovattato, potente. Un’altra volta era rimasto a bocca aperta quando un DC7 Seven Seas era sfrecciato sopra l’auto, puntando verso il vuoto accecante. Lo aveva seguito finché gli occhi non avevano cominciato a fargli male. Poi l’auto aveva svoltato e si era arrestata all’ingresso dell’aeroporto. Era sceso di corsa per lasciarsi avvolgere da quel cocktail di odori – carburante, bagagli, dépliant freschi di stampa – che sa di libertà.

Il padre non ha fatto salti di gioia quando Leonard, ventenne, ha voluto arruolarsi in aeronautica. Però non si è opposto. Ricordava quanto il fascino per il cielo, per i pianeti e per le stelle fosse stato determinante per lui, che la famiglia avrebbe voluto avvocato.

Leonard si è distinto alla scuola di addestramento militare e ha raggiunto presto il grado di sottotenente. Dai monoposto è passato a velivoli più grandi… i B-29. Con un’altra stelletta sulle mostrine, ha conquistato il sedile di copilota sui bombardieri jet. I B-47, poi gli imponenti B-52 su cui ha prestato servizio in Vietnam. Gli otto reattori Pratt & Whitney del bombardiere Stratofortress lo hanno proiettato innumerevoli volte dalla base di Kadina (Okinawa) fino all’azzurro assoluto della stratosfera, oltre i 16.000 metri. Lassù è difficile pensare al tempo e alla velocità… li registrano gli strumenti, ma l’occhio resta inghiottito dall’immobilità dell’infinito. L’abbraccio di Dio senza inizio e senza fine. Lassù, nell’azzurro infinito, Leonard ha capito, e lo ripete sempre, che “la guerra piace a chi non la fa e a chi è tanto stupido da non capire cosa sta facendo”. Tre anni fa ha lasciato l’uniforme della USAF e ha indossato quella della Eastern Airlines. S’è sposato e suo figlio, Alex, ha compiuto due anni da poche settimane.

 

Anche oggi, comandante a trentatré anni, si sente elettrizzato quando imbocca l’ultimo tratto di strada prima di entrare nel parcheggio dell’aeroporto.

Impermeabile gettato sulla spalla e valigetta nella mano destra, spinge con l’avambraccio la pesante porta a vetri del settore partenze. La carezza tiepida dell’aria interna, impregnata di cherosene, bagagli e brochures, gli rimanda per un istante suo padre e sua madre giovani che lo precedono con il carrello dei bagagli.

C’è poca gente agli imbarchi. È autunno inoltrato e nei giorni precedenti il tempo non è stato buono.

«Buongiorno, comandante!»

L’impiegato del check-in ha il volto tronfio ma, tutto sommato, cordiale.

«Buongiorno, Owen!»

Owen si sente importante perché ha un distintivo con le ali sulla giacca. Anche le ali di Owen fanno parte del marchio Eastern, ma quelle di Leonard volano davvero!

«Dove va a scaldarsi, comandante?»

«Niente di speciale, Owen, vado a Patuxent River, alla base militare. Hanno affittato un nostro Boeing per Lajes, nelle Azzorre, e lo devo pilotare…»

«Chi va con un jet civile in una base militare delle Azzorre?» domanda Owen. Più per attaccar discorso che per curiosità.

«Familiari di militari e qualche ufficiale. Vanno a incontrarsi con i congiunti congedati dalle basi NATO europee. Pare che a Lajes ci sarà una festa. Fra tre giorni torneremo tutti a casa, se Dio vuole» chiosa Johnson. Vuole andare a comprare le sigarette al Duty Free e mettersi seduto al Gate, con i passeggeri comuni. Non gli piacciono i locali riservati agli equipaggi. Sembrano gabbie. Ben arredate, ma sempre gabbie. Con pavoni e paradisee che intrecciano vuoti canti e cinguettii ostentando mostrine, maquillage, muscoli, griffe e curve.

Anche i colleghi migliori, quando non sono alla cloche, cadono nella trappola della banalità! Tutti esperti di automobili, formidabili amatori, insuperabili trainer delle squadre di baseball e di football. Le hostess… manco a parlarne! Si affrontano a colpi di borse di Vuitton, foulard di Yves Saint Laurent, scarpe di Gucci Roba che, secondo loro, le renderebbe appetibili ai pavoni che guadagnano tre volte tanto. In realtà ai piloti i capi griffati non interessano. Puntano ai corpi che li indossano! C’è una nutrita casistica di matrimoni tra piloti e assistenti di volo… e una altrettanto lunga serie di rapidi divorzi e di separazioni.

 

«Terminal 1, Gate 22, comandante, imbarcheranno fra un’ora, le ho dato una poltrona in prima fila.»

«Grazie, Owen!»

«Comandante… scusi ma… perché le fanno prendere un aereo per raggiungere la base e poi partire da lì?»

«Come?»

«Volevo dire… partono tanti aerei della Eastern qui al Dulles… non era più semplice farla decollare da qui e fare scalo alla base?»

In effetti…

Colto l’indugio del pilota, sulla faccia di Owen si disegna l’idea di aver imbroccato un segreto militare.

«Valli a capire, i militari!»

Un po’ di sano qualunquismo…

A pensarci bene, una risposta plausibile non ce l’ha. Owen ha ragione: la Eastern sposta un jet e lo fa atterrare alla base di Patuxent River in attesa che lui lo raggiunga con un altro volo e lo piloti fino alle Azzorre… Non è logico! Da Washinghton a Patuxent River c’è poco più di mezz’ora di volo, perché la tratta è effettuata con i turboelica… Partendo direttamente dal Dulles con il Boeing 707 rifornito di carburante e vettovaglie ci arriverebbe in neanche venti minuti. Una volta lì, un’ora scarsa per caricare passeggeri e bagagli e potrebbero decollare con un vantaggio di almeno due ore…

Dolciumi, liquori, profumi e tabacchi nelle vetrine del Duty Free lo distolgono dai pensieri. Al diavolo Patuxent River e i militari cervellotici! È facile che dietro ci sia solo una di quelle beghe burocratiche che non ha mai capito. Vede una scatola di soldatini e pensa di prenderla per Alex. Non sono proprio soldatini, ma indiani e cow boys alti circa sei centimetri, rossi, gialli, verdi. Alcuni hanno la posizione di chi, colpito, sta per finire a terra lasciando cadere l’arma. Nati per perdere… pensa mentre paga i soldatini e due stecche di Muratti.

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