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Proiettili del futuro

ISBN 978-88-6690-026-9

Autore: Adriano Marchetti

Formato: ePub e MOBI

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Storia di Madre

C’era una volta la Terra. 

Così potrebbe cominciare la nostra storia, se fosse ambientata nel passato. Siccome però questi racconti sono ambientati in un futuro ipotetico e immaginario, dovremo modificare un poco l’inizio  e adattarla alle nostre esigenze.

Ci sarà prima o poi la Terra, dunque.

In questa Terra che forse ci sarà, troviamo due blocchi che si litigano il pianeta, prima che tutto abbia inizio: da un lato i vecchi padroni, cioè i paesi dell’Occidente (USA ed Europa, insomma), dall’altro i nuovi padroni, cioè i paesi asiatici (soprattutto Cina e India, che adesso vediamo riunite nel superstato di nome Chind). I primi sono in aperto declino, i secondi sono in continua ascesa, ma questo è un elemento secondario. Il problema vero è un altro ed è ciò che i due blocchi si stanno litigando. Perché la Terra comincia a diventare troppo stretta per tutti e le risorse non aumentano di sicuro, col passare degli anni. Anzi, continuano a ridursi, a mano a mano che cresce la richiesta.

Bisogna trovare i mezzi, dunque.

Mentre l’Occidente si sforza di cercare nuove risorse e ottimizzare le vecchie, spremendo tutto ciò che può spremere dal pianeta, il Chind decide di alzare la posta e puntare il proprio futuro in una scommessa molto più grande. La Terra ha dato ciò che poteva dare: adesso bisogna guardare altrove. Guardare verso il cielo.

È allora che i suoi scienziati ottengono il loro più grande successo, spezzando gli equilibri e cambiando le regole stesse del gioco. Parliamo del volo interstellare, una soluzione pratica per superare gli anni luce che separano il sole dalle altre stelle. Un ponte sopra l’abisso che fino ad allora ha rinchiuso l’uomo nel proprio piccolo mondo.

Quando la Garuda si stacca dalla stazione orbitale, col suo primo carico di coloni, siamo giunti all’anno zero della nuova era, un’era in cui ci sarà spazio per tutti. O così si pensa. Con la nuova era, arriverà anche la guerra tra il Chind e l’Occidente, che aveva cercato di impedire la partenza della Garuda con ogni mezzo: una guerra che segna per sempre il cambiamento alla guida della Terra.

Sarà il Chind a vincere, una vittoria totale che schianterà i paesi occidentali, provocando così il definitivo collasso degli stati sovrani (o delle unioni di stati) in quella parte del mondo. Tramonta la politica e i poteri economici se ne litigheranno i resti, negli anni a venire.

Per quasi mezzo secolo, il Chind continuerà a spedire ondate su ondate di coloni, pescando dalle sue immense riserve umane, fino a che la scommessa non sarà vinta. Il prezzo sarà alto, molto alto, ma l’uomo riuscirà infine ad addomesticare il nuovo pianeta, stabilendo una prima struttura sociale. È il primo dei Mondi Coloniali, Svarga, nel sistema stellare di Alfa Centauri.

Ma un pianeta non basta. Il Chind guarda al futuro e il futuro dice che serve più spazio, servono più risorse. Bisogna continuare a espandersi, per non ritrovarsi di nuovo in trappola, come topi. Dopo che Svarga ha raggiunto una sua stabilità e può cominciare a crescere da solo, nuove navi partono dalla Terra, per stabilire avamposti su altri due pianeti abitabili: saranno Rudra e Lakshmi. La strada è ormai decisa ed è quella che, a poco a poco, porterà il Chind sempre più lontano dalla Terra, verso i mondi ancora vergini e da popolare che girano attorno alle stelle più vicine.

Sulla Terra, intanto, i paesi occidentali cominciano a riorganizzarsi e la loro ostilità verso il Chind è sempre più forte. C’è l’umiliazione della sconfitta, unita al desiderio di tornare grandi, scacciare il nemico dal trono e riprendersi quel pianeta che sentono loro di diritto. Anche per questo, per evitare nuove e inutili guerre, il Chind cercherà di accelerare i processi di colonizzazione, preparandosi un giorno a evacuare tutti i suoi abitanti dalla Terra. Li porterà nello spazio, nei mondi che sta costruendo per loro. Mondi ricchi, freschi, liberi.

Sarà la seconda guerra, a centoventi anni dalla prima, a precipitare tutto e a dare l’ultima spinta a chi ancora esitava: una guerra che gli Occidentali scatenano contro il Chind, per scacciarli dalla Terra, il loro mondo, e che il Chind sceglie di aggirare piuttosto che combattere. Nel giro di un anno, l’evacuazione è completata e i popoli del Chind potranno costruirsi una nuova vita sulle colonie, abbandonando la Terra all’Occidente.

Col tempo, nuovi pianeti saranno colonizzati dagli eredi dell'ormai scomparso Chind, tra molte difficoltà, fino a un totale di dieci Mondi Coloniali. Ognuno di essi sarà indipendente e svilupperà una cultura propria e una forma di governo autonoma, ma tutti resteranno uniti dalla comune origine e dal comune nemico: quella Terra che ufficialmente è ancora in guerra contro di loro, ma che non li potrà mai raggiungere. Il segreto del volo interstellare si è trasferito altrove, assieme al Chind. Ciò che è rimasto sulla Terra è il volo spaziale su brevi distanza, che basterà a sfruttare il sistema solare, ma che li costringe a restare rinchiusi in quel ghetto stellare.

Soltanto tre secoli dopo la prima guerra, una guerra le cui cause sono ormai svanite dalla memoria, la situazione cambierà. Una Terra che ha recuperato un solido governo centrale, ma che è ormai debole e impoverita, accetterà di siglare la pace coi Mondi Coloniali: sono i Trattati, un accordo di amicizia e cooperazione tra gli undici pianeti oggi abitati dall'uomo, fatto di scambi commerciali, scientifici e tecnologici. Una tregua che dovrebbe riunire l’umanità in un solo organismo.

Finalmente in possesso del volo interstellare, anche la Terra può prepararsi a inaugurare una fase coloniale e liberarsi così dal carcere del sistema solare, ormai troppo stretto e povero per la sua popolazione. L'Ufficio per la Colonizzazione nascerà proprio allora, per coordinare e guidare l'avventura spaziale terrestre. E la prima meta, il primo pianeta abitabile su cui la Terra cercherà di stabilire una colonia, sarà proprio Madre: un mondo che qualcuno aveva già abitato, milioni di anni prima, e che forse qualcosa abita ancora.

Un mondo che potrebbe di nuovo cambiare gli equilibri, in quell’angolo di galassia.

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INCIPIT

Quando si staccò dallo schermo, Ghanshyam Sharma sapeva che non avrebbe mai più rivisto la sua Terra. Non in quella vita, almeno. Forse nella prossima, se così doveva essere, ma per la sua attuale esistenza il tempo sulla Terra era concluso. Perché ancora non sapeva come o quando sarebbe morto, anche se una mezza idea l’aveva, ma sapeva dove sarebbe morto, salvo imprevisti di viaggio. Lui, e con lui tutto il resto dei passeggeri normali, quelli del ponte inferiore.

Doveva ancora decidere, però, se fosse un bene o un male.

Percorse sospirando lo stretto corridoio che portava alla sua cabina. Ai lati, gli sfilavano mille porte uguali, chiuse su mille cabine uguali. Una di esse era stata assegnata a lui e ai suoi tre compagni di viaggio. Tre volontari come lui, come volontari erano tutti, lì a bordo. Il mio corpo brucerà su legna che non hai mai visto la Terra, pensò, e il pensiero non gli piacque, ma lo pensò lo stesso perché lui era fatto così. Bello o brutto che fosse, quando Ghanshyam stringeva un osso tra i denti, continuava a masticarlo finché ce n’era un pezzo. L’osso era il viaggio che stavano facendo.

La Terra! Non ci aveva mai pensato, mentre ci viveva. Non era necessario pensarci: la viveva e la Terra era qualcosa che aveva sotto di sé, e attorno, e sopra, e in ogni luogo che potesse vedere. Così era stato per generazioni e generazioni prima di lui, fin dove i ricordi della sua gente si potevano spingere, e così sarebbe potuto continuare, se. Se. C’era sempre un se, in ogni storia. Nella storia del suo popolo, il se era un bivio: continuare a scavare nello stesso punto, oppure guardare altrove?

Avevano scelto di guardare altrove e a loro toccava scoprire se l’altrove potesse andare bene.

E così la Terra era ormai una biglia luminosa, da qualche parte là dietro. Una biglia che svaniva nel nero immobile dello spazio. Addio, è stato un piacere averti conosciuta.

Per la diciottesima volta pensò che era stata una pessima idea accettare. E per la diciottesima volta rivide il volto dei suoi genitori durante quell’ultimo litigio e capì che era stata sì una pessima idea, ma anche l’unica idea che ci fosse, a quel punto. Tanto valeva guardare avanti, ormai, e sperare in meglio. Tanto, la via del ritorno non esisteva. Procedette lungo il corridoio, un poco incerto sulle gambe. Ancora doveva adattarsi all’ambiente.

Era quasi arrivato. La porta della sua cabina si aprì e ne spuntò il volto giovane e sbarbato di Saba, solare e sorridente come sempre. «Ecco dov’eri! Ti stavamo aspettando.»

Ghanshyam Sharma gli sorrise in risposta. «Ero a fare due passi, per distrarmi un po’. Di certo non scappo, non da qui.»

«Eri ancora a guardare la Terra, vero?» Ghanshyam non rispose. «Dai, entra! Pradeep brontola più del solito e ci manca il quarto per giocare, lo sai. Così almeno starà zitto» aggiunse Saba, con un cenno verso l’interno della cabina. «È peggio del solito, oggi.»

«Arrivo, arrivo» sospirò Sharma, alzando gli occhi in un gesto di scherzosa rassegnazione. Entrò e la porta si chiuse dietro di lui, immergendolo in un vago aroma di incenso, sotto cui si poteva quasi percepire l’odore più intenso dei corpi che vi abitavano.

Eccoli, i suoi tre compagni di viaggio, seduti a gambe incrociate sullo stretto e duro pavimento tra le cuccette. Jaya Balan, il più anziano coi suoi venticinque anni, barba curata e volto serafico; Pradeep Anand, l’ingegnere, di un anno più giovane rispetto a Jaya, come sempre nervoso, rasato con cura e spettinato con cura; Saba Rajavel, appena ventenne e ancora liscio sulle guance, che se ne tornava sorridente al proprio posto; infine lui, Ghanshyam Sharma, che si chinava a raggiungerli, con una smorfia sotto la barba corta e i suoi ventitré anni che gli parevano cento, in quell’istante. Poi l’istante passò e fu di nuovo giovane.

«Novità?» chiese Jaya, alzando un sopracciglio.

«Nessuna» rispose Ghanshyam. «Volevo solo salutare la Terra, per l’ultima volta. Non che si veda molto, ma…» allargò le braccia, per quanto potesse farlo nella stretta cabina.

«Tra dieci giorni passeremo» disse Pradeep, stringendosi nelle spalle. «O almeno così ha detto il Comandante. Poi staremo a vedere. L’importante è muoversi.»

«Dieci giorni…»

«E poi, altre due settimane prima di arrivare. Se arriveremo» concluse Pradeep.

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Proiettili del futuro

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