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Da Partigiano ero l'ultima ruota del carro Visualizza ingrandito

Da Partigiano ero l'ultima ruota del carro

ISBN 978-88-6690-105-1

Nuovo prodotto

Autore: Maristella Bertero

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

Dettagli

DESCRIZIONE

Maristella Bertero, nata nei primi anni del secondo dopoguerra, ha potuto sentire, fin dall’infanzia, i racconti di prima mano dei Partigiani che hanno partecipato alla Resistenza nelle Langhe. Convinta che le grandi vittorie siano state conseguite con il contributo delle persone più semplici, degli eroi sconosciuti, ha voluto raccogliere la testimonianza di un uomo che, giovanissimo, è stato staffetta partigiana. Nel racconto di Lorenzo Rossello, viene ricostruito un pezzo di storia di una regione dove “ogni lapide, ogni data, ogni fotografia, ha infiniti episodi da raccontare”, intrisi di dolore, ma anche di eroismo e generosità. Una storia “minima”, raccontata da chi ha visto coetanei morti abbandonati in mezzo alle piazze o sull’erba gelata lungo le strade, eppure ha saputo superare il dolore, lo smarrimento, l’odio per costruire, dopo gli sconvolgimenti della guerra, una vita semplice e buona, di contadino che ha conosciuto la fatica e il sacrificio, ma anche l’amore e gli affetti di una famiglia.

INCIPIT

Proprio oggi mi sono recata, come sempre accade, ormai da anni, a cadenza regolare, a far visita a mio padre alla Casa di Riposo. Era a letto, mentre fino a pochi giorni fa lo trovavo nel soggiorno. Era solo, ma lui che ne sa, non è a conoscenza di essere solo. Il suo capo ossuto era reclinato verso la spalla destra e lo sguardo al vuoto, quasi completamente spento, ormai è ridotto pelle e ossa. Avrei voluto parlargli, dirgli un’immensità di cose, tutto quello che forse per ritrosia, per distrazione o per banale timidezza non gli ho mai svelato. Anni fa, quando era in buona salute, e quando la malattia che lo sta annientando era a tutti noi sconosciuta, non gli raccontavo mai i problemi che mi affliggevano, era una sorta di protezione che usavo nei suoi confronti. Si parlava del tempo, dei miei figli che allora erano bambini e del lavoro che non finiva mai. Sentivo dalle sue parole il desiderio di sapere che cosa mi affliggeva, io ormai ero assuefatta alle mie preoccupazioni, ma lui da genitore qual è, certamente riusciva a cogliere se non dalle parole, dal mio sguardo fuggevole, ciò che non intendevo rivelare. Non ricordo di aver mai ricevuto un bacio da lui quando ero bambina, oppure un abbraccio (forse un abbraccio sì, ma sicuro si tratta di un sogno), però mi ha regalato lo stesso tanto affetto, tutto l’amore del mondo, e ora gli vorrei dire tante cose, ad esempio che l’ho sentito sempre tanto vicino, anche ora che lo sto guardando e lui pare non vedermi. So che io e lui, nonostante le occasioni per stare insieme siano state molte, abbiamo tralasciato troppe cose. Ormai che si può fare, io questa mattina avevo tanto da raccontargli, ad esempio che lo penso ogni giorno e che per rendergli onore ho deciso di dedicargli il racconto che sto per scrivere. Ho sentito forte la nostalgia del passato e la voglia di ricordare la storia della sua gioventù che lui stesso mi ha raccontato tante volte.

Oggi per tutti noi, nessuno escluso, è difficoltoso prendere sul serio gli umori altrui, spesso tendiamo a chiudere gli occhi di fronte a situazioni che in qualche modo possono minare l’andamento della nostra giornata, giornata che deve sempre essere perfetta. Siamo tutti programmati, non vogliamo confrontarci per cercare tante risposte alle questioni urgenti che quotidianamente ci troviamo di fronte. Povere le nostre teste e i nostri cuori, inconsapevolmente o consciamente digeriamo tanti fatti, anche amari, del mondo che ci siamo creati intorno, tutti quanti, giorno dopo giorno.

Ci si sente sperduti, lontano dalla Valle Belbo. Quante volte nella vita abbiamo un desiderio, qualche volta ci sembra tutto facile, abbiamo persino il pensiero che fra un po’ di giorni, o chi lo sa… un po’ di anni si potrà realizzare.

Amo moltissimo le Langhe, luogo gradevole che fa gola a mezzo mondo, purtroppo però tante traversie ha dovuto superare tutta quanta la popolazione, prima di vivere in questo paradiso terreno. La bellezza del suo paesaggio, la tranquillità che oggi provano tutti coloro i quali per fortuna si trovano a soggiornarvi, è dovuta anche e soprattutto al sacrificio di tante persone che non hanno esitato a mettere le loro vite al servizio dei posteri.

Ho deciso di raccontare una passata storia Partigiana, che poi tanto vecchia non è, anzi, non lo è proprio per niente, anche se mi rendo conto che non è facile con le parole penetrare fino al fondo dei fatti. Innanzi tutto mi preme far comprendere al lettore il periodo storico del quale vado a narrare e c’è un concetto che devo esprimere, che secondo me è il fondamento di come si svolsero i fatti. “… perché erano dei nostri”, è la frase che ricorre in tutte le testimonianze della Resistenza Partigiana. La vita di allora non era fatta d’individualità come quella che oggi viviamo tutti noi nella nostra società moderna, che nostro malgrado ci siamo cuciti addosso a poco a poco senza neppure rendercene conto, bensì a quei tempi mio figlio era anche figlio di tutta la comunità e valeva l’affermazione “tutti per uno, uno per tutti”. Mio papà aveva per consuetudine di ripetere che quando era ragazzo lui, se c’era un piatto di polenta o di minestra c’era per tutti, in quell’ambito l’unione fece la forza. La solidarietà reciproca fu il motore trainante che agevolò il raggiungimento del successo, nonostante gli eventi fossero tutti contrari, la corruzione fascista non era riuscita a intaccare la maggior parte degli animi. Uomini di ogni genere, di ogni origine e condizione, si unirono in una sola voce. C’erano operai, contadini, intellettuali, professionisti e impiegati, che magari non sapevano neppure imbracciare un fucile. I giovani che morirono, anche se tanti di loro, anzi, la maggior parte sono restati anonimi, hanno creato la storia e sono caduti per loro e per noi. Erano persone, avevano i loro desideri e le loro speranze, e il dolore della madre dell’ultimo fra gli ultimi non fu certamente inferiore a quello della madre del loro Comandante. Non esiste nelle Langhe paese o villaggio o borgata che non si sia ritrovato a piangere per un suo figlio morto in quel conflitto tanto durevole quanto sanguinario. Ho letto Partigiani Penne Nere, il libro scritto da Enrico Maria Martini, nome di battaglia Mauri, il capo di tutti i capi Partigiani. È una testimonianza che possiamo certamente definire “sul campo”. Chi meglio di lui avrebbe potuto raccontarci le emozioni e i turbamenti di quei giorni, mesi, anni tanto convulsi? Una frase sua mi preme riportare in questo racconto perché la ritengo la più indicativa. Egli scriveva così, parlando di un’azione avvenuta tra i monti: “ … I tiratori seguono il movimento della colonna puntando le armi, è il tempo che non passa mai o il nemico che avanza lento? Chiazze di sangue imporporano la neve. I nostri uomini sono meravigliosi. Balzano da dirupo a dirupo, da un anfratto all’altro, con un’agilità e una resistenza che ha del prodigioso. Una raffica e poi via, sono una trentina e sembrano mille, hanno sei mitragliatori e sembra che tutto il fianco della valle vomiti fuoco. I tedeschi sono disorientati, diventano furibondi, non sanno più contro chi reagire.”

La guerra Partigiana fu l’esplosione di tutto un popolo contro un destino che purtroppo pareva segnato a priori. Purtroppo, però, si presentò immediatamente il problema numerico, sia di uomini sia di mezzi, l’unica via di salvezza si rivelarono essere implacabilmente le Langhe che consentivano per la configurazione geografica spostamenti continui sì da sconcertare il nemico. Boschi e valloni ebbero una parte certamente esemplare durante la resistenza Partigiana. I nemici si rivelarono subito molto potenti, fin dall’inizio delle ostilità, a loro non mancavano sicuramente uomini, mezzi e cibo, tutte cose che ai “nostri” fecero difetto fin dall’inizio, mentre i Partigiani, essendo scarsi di munizioni, dovevano fare in modo che ogni pallottola sparata andasse a segno. Abbiamo detto che le Langhe sono ricche di boschi e valloni, certo è che questa configurazione geografica non può mettere chissà che nel piatto, la produzione alimentare, infatti, era scarsa persino per gli stessi abitanti, era quindi difficile far arrivare a migliaia di uomini provviste sufficienti. C’era quindi anche il pericolo, sicuramente calcolato dai loro capi, che i Partigiani, una volta esauriti il cibo e le scarse munizioni, rimanessero tutti chiusi in una sorta di trappola.

Le storie delle Langhe, nel periodo cui ci stiamo riferendo, si somigliavano tutte. Erano fatte di silenzi, di privazioni e di fatica. La fatica degli uomini e delle donne al lavoro nei campi aridi e pieni di calura, e nei boschi a spaccare legna, a quei tempi al sacrificio non ci si badava, era dato per scontato fin dalla nascita, una volta i bambini già sentivano addosso il peso del futuro difficile che li attendeva. A tutto questo con la guerra e la Resistenza si aggiunsero la paura, il dolore e la violenza.

Tutto il benessere di oggi non è stato certamente un regalo, attraverso le nostre colline si accesero le lotte contro un periglioso nemico, a un certo periodo non si capì più nulla, “chi fosse contro chi”, e nessuno avrebbe potuto immaginare come sarebbe finita. Il nemico aveva stabilito tanti presidi un po’ dappertutto, c’erano la Muti, la X Mas e alcune altre milizie che scorrazzavano a destra e a manca a pattugliare tutto il territorio per non dare spazio ai nostri Partigiani. La configurazione del terreno si prestava però ampiamente allo spostamento di Partigiani, piuttosto che a quello delle pesanti colonne nemiche, poiché i collegamenti stradali, soprattutto nell’Alta Langa, erano abbastanza complicati.

Dobbiamo anche renderci conto che le comunicazioni di allora erano ben altra cosa rispetto a quelle di oggi. Le notizie, a volte magari anche distorte, dovevano essere passate di mano in mano, di voce in voce in una sorta di telefono senza fili, in molte occasioni erano alterate da coloro che forse appartenevano a un’altra fazione e non volevano far sapere come stavano in realtà le cose, insomma, i dubbi erano sempre all’ordine del giorno.

Sessantasette/sessantotto anni fa, la maggior parte della popolazione, parlando per la nazione intera, si doveva affidare a Radio Londra per avere qualche notizia, poi ancora il più delle volte frammentata dai continui disturbi di ricezione. Radio Londra iniziò a trasmettere con lo scoppio della guerra nel ’39 e aumentò via via le trasmissioni in italiano, fino ad arrivare a diverse ore il giorno. In queste divulgazioni, tutte le disgrazie e le sciagure legate al durissimo conflitto mondiale erano presentate con un senso di serenità e speranza nel futuro, cosicché, in coloro che la ascoltavano, non mancava di infondere ottimismo. Quando ero bambina, la mia mamma spesso mi parlava favoleggiando di questa per me fantomatica Radio Londra, mi diceva che per ascoltarne i notiziari di guerra bisognava recarsi a una certa distanza da casa, perché le famiglie meno abbienti non possedevano di certo la radio. Questa stazione radio, durante la guerra, diventò di primaria importanza nello spedire i messaggi redatti dagli alti comandi alleati e destinati in gran parte alle unità clandestine dei Partigiani italiani. La radio poi, chi la possedeva? Solitamente le famiglie di ceto elevato di un tempo, quindi nella maggior parte dei casi si trattava di “fascisti” che si celavano spesso e volentieri sotto mentite spoglie per non dare nell’occhio: per fare un paragone con il Medioevo come epoca storica, si sarebbe trattato del ceto dominante, dei signorotti di ogni comunità.

Questo è un discorso che merita approfondimento, e un esempio su tutti può rendere semplicemente il polso della situazione. Quando ero bambina, in una bellissima domenica di fine luglio, vidi rientrare a casa mio papà a dir poco esuberante. Immediatamente, disse alla mia mamma:“… stavota el me amis (del quale non ricordo il nome) u ra faira vughi a …. der Burghet…” ( questa volta il mio amico glie l’ha fatta vedere a…) . Così ci raccontò un episodio accaduto a un suo amico di gioventù che per qualche tempo aveva fatto il servo a casa di un “fascista” a Rocchetta. Questo ragazzo, al quale, come accade a tutti i giovani, non faceva certo difetto l’appetito, ogni giorno puntualmente era fatto sedere, in occasione dei pasti, alla tavola del datore di lavoro, e fin qui tutto perfetto, però cosa succedeva? Il “padrone” mangiava pollo, coniglio e cibarie di ogni genere, alla faccia del servo al quale era servita una fetta di polenta o un piatto di minestra. Avvenne che poi il ragazzo per motivi suoi si trasferisse a vivere in un’altra zona e, dopo più di vent’anni facesse ritorno a Rocchetta proprio in occasione della festa del paese. Incontrò immediatamente il cavalier...... , il quale lo invitò a casa sua per un saluto con tutta la famiglia. Questo tale, facendolo di proposito, si recò a casa di...... proprio mentre il casato al completo era seduto a tavola per il pranzo domenicale, cosicché il capo famiglia lo invitò a sedersi con lui a tavola e a gustare di ciò che gli avrebbe fatto più piacere. L’amico di mio padre gli raccontò che, a quel punto, sentì che era venuto il momento di esprimere tutto l’odio che gli era rimasto dentro per quell’uomo, nonostante fossero trascorsi tanti lustri. Il “padrone” l’aveva tenuto legato a sé soltanto per quelle quattro lire che gli dava di paga da ragazzo, cosicché, nel dare sfogo alla propria ira, gli urlò: “… non è adesso che mi devi dare il tuo cibo, quando ero ragazzo, mi davi della polenta e tu mangiavi come un porco davanti ai miei occhi, invece di invitarmi a casa tua dovresti vergognarti, sarebbe stato opportuno darmi il cibo quando avevo fame…” e, così dicendo, se ne andò sbattendo la porta in faccia al “cavalier” e a tutta la sua famiglia. Di sicuro in quel momento quel pover’uomo si era preso una grandissima soddisfazione che raccoglieva in sé tutte le frustrazioni che, durante la sua gioventù misera e difficile, aveva dovuto subire.

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