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Le nostre prigioni Visualizza ingrandito

Le nostre prigioni

ISBN 978-88-6690-146-4

Nuovo prodotto

Autore: Maristella Bertero

Formato: Epub, Kindle

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2,99 €

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RECENSIONE

Innamorarsi è una delle avventure più grandi che possa vivere un essere umano. Per una donna che realizza di essere imprigionata in un matrimonio diventato opprimente, dove soltanto i figli l’aiutano a tirare avanti, un nuovo amore, non programmato, improvviso, diventa un raggio di sole a cui aggrapparsi. Così, in modo del tutto inatteso, Mary si innamora di Ciro e vive una storia breve e intensa, presto interrotta dall’arresto e dalla detenzione di lui. Lei lo aspetta, per otto, lunghissimi anni, durante i quali scambia con l’uomo che ama fiumi di lettere piene di emozioni e di sentimenti, e intanto lotta contro la difficile situazione in cui si trova a vivere, tra un marito violento, i figli che non sono ancora in grado di capirla, le difficoltà economiche, una società bigotta e pronta a condannarla senza riserve.

Fedele, ostinata, onesta, sognatrice. Poi, lui esce di prigione, e la realtà emerge, prosaica: l’amore non c’è più, il sogno romantico coltivato per anni è finito. Ma rimane l’amore che c’è stato, quello non si cancella. E, se si è amato una volta, si tornerà di certo ad amare ancora. Una storia vera, raccontata come un romanzo.

INCIPIT

Non so quante donne abbiano avuto nella loro vita la fortuna/scarogna di ricevere la grande quantità di lettere che ho ricevuto io del tenore di quella riportata poc’anzi.

Scrivo “fortuna” perché certo ci si sente considerate, amate, pensate, quando l’amante prediletto si ricorda di noi in ogni momento della giornata, ma dico anche “scarogna”, se col senno di poi possiamo immaginare quanti retroscena sventurati stiano dietro le parole d’amore impresse su di un semplice foglio di carta che per una donna vale più del più grande tesoro. Sembra retorica ripetere che noi femmine, nonostante la tecnologia, continuiamo tutte, e ripeto tutte, a essere delle inguaribili romantiche e fantastichiamo semplicemente osservando un fiore donatoci dal nostro amore, o nell’udire una semplicissima frase buttata lì per combinazione da un uomo che nella maggior parte dei casi dice cose che neppure pensa. Non parliamo poi se si tratta di un maschietto che ci apre la portiera dell’auto: ah! Non smettiamo più di pensarci e non vediamo l’ora di raccontarlo alla nostra più cara amica, la quale, segretamente, ci invidierà alla grande e chissà per quanto tempo. Quando siamo innamorate, siamo capaci di aspettare per giorni una chiamata, poi quando arriva, il nostro cuore salta di gioia e, anche se in un certo senso avevamo pensato che il nostro grande amore, con il quale già immaginavamo due cuori e una capanna, si fosse dimenticato di noi, e avevamo anche progettato di spedirlo direttamente da satana senza neppure lasciargli il tempo di proferire parola, cambiamo subito idea! Perché mandarlo al diavolo? Nonostante tutto, si è ricordato della nostra esistenza e sicuramente ci ama. Il nostro uomo, così tenero… facciamo finta di ricevere una chiamata del tutto inattesa, invece sono giornate intere che diamo occhiate fulminanti al telefono: … e se fosse arrivato un messaggio non udito? Pensiamo a quell’uomo che sta chissà dove, immaginiamo sia la storia d’amore della nostra vita, che sarà il più grande degli eventi, che il suo silenzio racconta più delle parole, più delle promesse. Mentre parla e ci sta chiedendo un appuntamento, pensiamo a ogni giorno trascorso insieme, lui è una fonte di arricchimento e non riusciamo neppure a esprimere le emozioni che proviamo a noi stesse, stare con lui è una favola. Speriamo sempre che il nostro uomo sia capace di leggere nei nostri occhi tutto l’amore che proviamo per lui, quando siamo tra le sue braccia, siamo avvolte da una poesia e i suoi baci sono i nostri versi preferiti.

Proprio oggi, e siamo nel 2010, ho deciso di mettere nero su bianco della mia storia d’amore terminata ormai da dieci anni; prima non ce la facevo, mi sentivo ancora troppo coinvolta, almeno emotivamente. Ora finalmente riesco a guardare dentro di me con obiettività, senza rimpianti e neppure rimorsi, come recitava una canzone di moda tanti anni fa. È stata una grandissima storia d’amore, la più grande del mondo, solamente però perché è la mia. L’ho vissuta nella sua interezza, fino in fondo, mi ha dato quasi unicamente dolore e, a voler fare i conti, si può affermare che da uno a dieci, mi ha dato nove in sofferenza. Ora ho deciso che non deve più essere soltanto la mia storia, perché senza reticenze e titubanze la posso affidare a tanti fogli di carta. È come se a un certo punto della mia esistenza abbia deciso di liberarmi di un guardaroba fuori moda, ma che un tempo è stato bellissimo, anche se la maggioranza dei modelli che ne facevano parte era di colore nero. La mia interminabile storia d’amore mi ha insegnato a vivere, ci sono entrata a testa alta, piena del mio orgoglio di donna quasi altera di fronte ai messaggi negativi, capricciosi e arroganti. Ne sono uscita ferita nell’amor proprio e nella dignità, ma ho anche imparato tantissime cose che neanche avrei potuto immaginare e una delle più importanti è la pazienza. Sono diventata accondiscendente, capace anche di aspettare lungo tempo per raggiungere qualsiasi risultato. Sono ormai trascorsi tanti anni dalla fine di questa grande avventura, in fondo credo che alla mia età non avrei più la determinazione di buttarmi in un’esperienza tanto devastante, va da sé il discorso che ognuno di noi è “artefice del proprio destino”, ma mettiamola in questo modo più ottimista: io sono caduta, ma poi ce l’ho fatta e mi sono rialzata. In termini di sentimenti mi ha dato tantissimo, ma dal lato pratico non avevo più punti fermi nella vita. Trascorrere otto anni aspettando giorno dopo giorno l’arrivo di una lettera o lo squillo del telefono al quale seguisse una voce del tutto sconosciuta che mi chiamava per dirmi che Ciro mi mandava i suoi saluti mi aveva cambiato radicalmente e inevitabilmente. Ogni momento della giornata che trascorrevo da sola era impegnato a pensare a lui, era diventato automatico, alcune volte, quando potevo, in funzione del mio lavoro, appena mi rendevo conto di essere sola, era come se dentro di me scattasse un “on” e alé: Ciro, Ciro e sempre Ciro. Il pulsante riscattava automaticamente in “off” non appena mi accorgevo della presenza di qualcuno. In un certo senso avevo addirittura paura che si potessero vedere i miei pensieri più segreti, che non mi potevo permettere di rivelare ad alcuno. Non volevo permettere mai a nessuno di rubarmi l’unica voce che avevo del mio amore meraviglioso e cioè i ricordi, che erano e restavano la mia unica ragione di vita. In quel periodo di prostrazione mentale avevo imparato a capire l’amarezza di tante vedove, che in alcuni casi rimangono per la vita intera attaccate al ricordo del loro compagno scomparso. Quando ero ancora una ragazzina ero stata, come usava ai miei tempi, apprendista sarta presso una giovane vedova, madre di uno scavezzacollo che aveva pressappoco la mia età. Quel monello era la disperazione della madre, la quale, molto probabilmente, anzi sicuramente, vedeva nel suo volto quello del suo sposo scomparso giovanissimo per un attacco di cuore. Quando qualcuno si complimentava con lei per la bellezza del ragazzino, il suo viso si trasfigurava e, con un largo sorriso prontamente diceva: “È il ritratto cagato e sputato di suo padre”. Quando accadevano di questi episodi Francesca (era questo il suo nome) si trasformava per tutta la giornata, era sorridente e serena, cosa che non accadeva mai altrimenti, e diventava una pasta di donna. Lei trascorse tutto il tempo che la vita le lasciò tra casa, chiesa e cimitero; il marito era morto ormai da una decina d’anni ma lei, con il sole o il cattivo tempo, non mancava un solo giorno di fargli visita. Io certamente non mi permettevo di dirle nulla, ma dentro di me pensavo che in fondo era un po’ fanatica, mentre ora capisco che non era per niente così: tutta la vita l’aveva dedicata al suo grande amore e a nulla valsero le sollecitazioni dei suoi genitori, i quali, per il suo bene, la incitavano a frequentare qualche amicizia, se non altro per non rimanere legata a un fantasma. Lei però si rivelò totalmente insensibile a qualsiasi pressione e rimase coerente nella sua scelta fino alla fine che, se non sbaglio, avvenne nel 1984 e ora riposa in pace accanto al suo amato. È morta anche lei giovane, appena finito di crescere il figlio, e io sono certa che, dal giorno della perdita del suo amato, la sua vita su questa terra abbia avuto come unica missione quella di crescere il frutto del loro amore; una volta raggiunto il suo scopo, lei ha potuto riunirsi al suo compagno.

Tornando un attimo al testo della prima lettera di Ciro devo affermare, a onor del vero, che ho riportato ogni minimo accento, ogni frase e ogni parola, errori grammaticali compresi, proprio per rendere noto a chi legge non tanto l’ignoranza di chi scriveva, bensì la fatica alla quale il poveretto si sottoponeva ogni qualvolta decideva di scrivermi. Posso però affermare che, in otto anni, la sua ortografia, nonché la grammatica, ebbero un grandissimo miglioramento. Se confrontassimo uno dei suoi primi scritti con qualcuno dell’anno 2000, potremmo notare un cambiamento assoluto.

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