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950 49th Street Brooklyn, New York Visualizza ingrandito

950 49th Street Brooklyn, New York

ISBN 978-88-6690-001-6

Autore: Claudia Marinelli

Formato: PDF

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4,99 €

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RECENSIONE

In questo libro l'autrice rivive il suo primo anno di vita negli Stati Uniti, dove si è recata 16 anni fa, per accompagnare il marito medico. Il racconto si sviluppa come un ricordo, filtrato dal piacere di rievocare anche le esperienze apparentemente negative (l’invasione di insetti in cucina, l’arredamento insufficiente della casa, le frequenti malattie dei bambini) con la nostalgia tipica del rimpianto di un tempo trascorso. Nella nuova, impegnativa vita familiare fatta di piccole cose, si inserisce una vita sociale tutta al femminile, con amiche trovate durante il trascorrere dell’anno, come lei giunte negli Stati Uniti con i mariti specializzandi in un grande complesso ospedaliero.

L’America con cui entriamo in contatto è narrata attraverso dettagli minimi, come le scale, gli appartamenti, il giardino di un palazzo. Gli avvenimenti quotidiani diventano sorprendenti perché analizzati attraverso la curiosità, l’intelligenza e la dolcezza di una persona capace di cogliere il senso profondo di cose apparentemente superficiali della vita quotidiana. Una vita non sempre facile, ma che insegna qualcosa: giunta negli Stati Uniti con due figli piccoli, il pancione, pochi soldi, una solitudine resa ancora più forte dall’assenza frequente del marito, un mare di problemi e un tempo sempre tirato per via dei figli, l'autrice vive la sua esperienza in modo profondamente positivo, e può concludere affermando che “è stato un anno eccezionale”.

950 49th Street, Brooklyn, New York è un libro ben scritto, con tatto e leggerezza. Una narrazione che lascia poco spazio alla fantasia ma molto al ricordo e al rimpianto di un periodo trascorso. L'aspetto più sorprendente, tuttavia, è il modo di porsi dell’autrice davanti alle nuove esperienze, con curiosità fresca, senza pregiudizi. Il suo sguardo curioso diventa alla fine lo sguardo del lettore, che prende a simpatia la sua vita quotidiana e la segue con piacere a ogni pagina.

Gianpietro Scalia

INCIPIT

Capitolo 1

Al di là dell’oceano

— Ciao Italia! — pensai con le lacrime agli occhi mentre l’aereo si staccava piano piano da terra — chissà per quanto tempo...

— Perché piangi, Mamma? — mi chiese mio figlio con la sua vocina dolce.

— Non piango, è l’aria condizionata che mi dà fastidio. Guarda, guarda fuori dal finestrino, stiamo volando — risposi facendomi forza e trattenendo le lacrime.

È proprio vero che non ci si conosce mai del tutto. L’America l’avevamo desiderata con ostinata determinazione Umberto, mio marito, e io. Perché, perché allora mi faceva così male partire?

Stavo raggiungendo Umberto che aveva cominciato la sua specialità (la Residency) come Transitional (avrebbe frequentato un anno di propedeutica in chirurgia) il primo luglio al Maimonides Medical Center, un ospedale ebraico di Brooklyn.

Probabilmente la compagnia aerea con la quale viaggiavo aveva sempre avuto bande di passeggeri super affamati, in quanto le hostess non mi lasciarono il tempo di pensare: passavano in continuazione con bibite, aperitivi, noccioline, cioccolatini (delizia dei miei due bambini Nazario di tre anni e mezzo e Anna Maria di sedici mesi); ci servirono il pranzo,  il caffè, altre noccioline e, per finire, una merenda.

L’aereo, arrivato in orario all’aeroporto Kennedy,  si mise a girare e rigirare sopra le nuvole e io, incinta di quattro mesi, cominciai a sentirmi male. Finalmente ci immergemmo in un fitto strato di nubi per scendere rapidamente e toccare terra con più di due ore di ritardo.

Quel giorno a New York il cielo era coperto  e  l’aria grigia. Piovigginava. Usciti dall’aereo, percorremmo un lungo corridoio e poi scendemmo con delle scale mobili in una grande sala con tanti sportelli: il controllo passaporti. Mi accodai a una fila lunghissima; i bambini scappavano, dopo dieci ore d’aereo non riuscivano più a star fermi. Arrivò il mio turno, presi le valigie e uscii in una gran sala gremita di gente.

Dov’era Umberto? Mi fermai, non lo vedevo.  Poi, ecco una mano che fa segno.

— Mamma, è papà — gridò Nazario e si mise a correre.

Era lui con i suoi capelli biondi e un sorriso felice.  Fu bello ritrovarsi di nuovo tutti insieme e riabbracciarsi.

Uscimmo per prendere un taxi, fuori ci piombò addosso un’aria torrida e pesante ma, quasi subito, un macchinone giallo enorme,  fornito di aria condizionata, guidato da un negro, si fermò davanti a noi. Nel sedile posteriore entrammo comodamente tutti e quattro.

La strada — adesso so che prendemmo la Belt Parkway, una specie di anulare che gira intorno a Brooklyn e Queens —  mi sembrò lunga e noiosa: c’era molto traffico, a tratti si camminava veloci, a tratti a passo d’uomo. Dopo almeno quaranta minuti uscimmo dall’anulare per entrare nel quartiere dove avremmo vissuto: Borough Park.

— Siamo quasi arrivati — disse Umberto.

Casette di due o tre piani al massimo bordavano le strade larghe e dritte; erano attaccate le une alle altre, avevano tutte un giardinetto davanti e qualche gradino per arrivare alla porta d’ingresso.

Imboccammo la 49a strada. — Ecco l’ospedale — indicò Umberto puntando a un complesso di palazzi bianchi sulla destra — ed eccoci arrivati.

Il taxi si era fermato davanti a un palazzone di mattoncini, sopra al portone d’ingresso, che stava sotto al livello della strada, c’era un grosso 950: “950 49a strada”, il nostro indirizzo.

Il palazzo era di proprietà dell’ospedale; come quasi tutti gli ospedali a New York City, anche il Maimonides affittava appartamenti agli specializzandi e paramedici a un prezzo economico. È comodo sia per lo specializzando sia per l’ospedale essere vicini; nel nostro caso da una parte e dall’altra della stessa strada.

Pagammo il taxi, scaricammo le valigie sul marciapiede e ci ritrovammo davanti “casa”. Bisognava scendere una decina di gradini e spingere un pesante portone d’alluminio per ritrovarsi nell’ingresso del palazzo: uno stanzone rettangolare, anonimo e deserto, pavimentato di marmittoni beige con, al centro, due grandi ascensori celesti. Entrammo in quello di destra, Umberto spinse il primo di dieci bottoni, le porte si chiusero per riaprirsi quasi subito su di un grande corridoio illuminato con potenti luci al neon, dal pavimento di linoleum marrone e le pareti beige scuro.

Trascinammo le valigie fino all’ultima porta sulla destra sopra la quale c’era la lettera E: il nostro appartamento era l’uno E.

— Eccoci qua — disse Umberto aprendo la porta — mi hanno portato i letti e il tavolo stamattina.

Mi ritrovai in un ingressetto buio al centro del quale partiva un corridoio lungo un paio di metri che arrivava in cucina. La cucina aveva i pensili murati di un legno tarlato e malmesso, un fornello paffuto, bianco, con un forno enorme (almeno il doppio di un normale forno italiano) che stava attaccato a un frigoriferone bianco il cui congelatore era, forse, un po’ più piccolo del mio frigo di Roma.  Niente mattonelle, ma pareti dipinte con vernice lavabile color panna e, come pavimento, un linoleum che voleva imitare dei marmittoni scuri. Una finestra mezza aperta dava sulla quarantanovesima strada; in mezzo alla cucina c’era un tavolino di formica con quattro sedie.

Ritornai nell’ingresso. Sulla destra della porta d’entrata si apriva un grosso stanzone rettangolare, vuoto, senza porta: il salotto-sala da pranzo. Due finestre e una portafinestra, che davano su di un terrazzino, spezzavano la parete di fondo e si affacciavano sempre sulla quarantanovesima strada.

A sinistra della porta d’ingresso un altro corridoietto con degli armadi a muro portava  a una grande camera da letto con una parete finestrata e una di armadi a muro. Umberto vi aveva messo il nostro letto e due lettini a una piazza, di quelli che s’incastrano uno sotto l’altro.

— E come hai dormito tutti questi giorni, senza letto? — chiesi.

— Mah, quando non ero di turno, dormivo per terra.

— Poveretto — sospirai — sarai stanco morto!

— Ma no, ma no.

Sul corridoietto, davanti agli armadi a muro, s’apriva la porta di un piccolissimo bagno senza finestra, piastrellato di mattonelle vecchie e grigie. Dappertutto, salvo che in cucina, c’era per terra un linoleum di un colore indefinito tra il beige e il grigio.

Ero stanca, non avevo voglia di pensare alla casa. — In ogni modo, quest’appartamento è diviso in modo razionale — dissi. Era l’unica cosa che mi era venuta in mente.

— Domani è domenica, ci hanno invitato — disse Umberto.

— Davvero? E chi?

— Il capo di tutti gli specializzandi in Cardiochirurgia fa una festa per il compleanno della figlia di tre anni; sapendo che Nazario ha la stessa età, ci ha invitato.

— Che bello — m’ incuriosiva  andare a una festa anche se solo per bambini. — A che ora è?

— Nel pomeriggio, verso le tre.

Ci andammo a riposare, eravamo stanchi, ma contenti di esser di nuovo tutti insieme. Finalmente ero arrivata a destinazione, chissà che cosa mi avrebbe portato l’indomani...

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