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Un mondo perfetto

ISBN 978-88-6690-079-5

Nuovo prodotto

Autore: Marcello Freddi     

Formato: libro cartaceo - 252 pagine

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15,00 €

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RECENSIONE

Cosa è successo nella vita di Alexandre Vanzan, giovane architetto parigino di successo, dall’averlo portato ad un passo alla morte dopo uno spaventoso volo dalla finestra del suo palazzo? Chi è il suo aggressore: quel vicino di casa senza volto né nome e di cui egli ha finora ignorato l’esistenza? E perché quell'aggressione? E poi, ne è stato davvero la vittima oppure la verità è un’altra, magari nascosta in quella camera murata dal padre vent'anni prima, nel cuore del suo appartamento?

Mentre Alexandre cerca affannosamente una risposta, tutto nel suo mondo apparentemente perfetto diventa sempre più enigmatico e sconvolgente: esseri senza volto tormentano i suoi giorni e le sue notti; lettere anonime richiamano la sua infanzia difficile; due strani poliziotti seguono le sue mosse mentre il suo avvocato rimane vittima di un misterioso incidente stradale. Cosa lega poi Alexandre all'inspiegabile suicidio del suo collega Malnot? E chi è Marianne, la giovane e sensuale ragazza che gli si presenta come sua collaboratrice ma che lui non ricorda di aver mai conosciuto? 

Ma è a Venezia, dove Alexandre deve urgentemente recarsi, che la ricerca della verità si tramuta in un abisso sempre più disperato di orrore, mistero e morte, fino a un incredibile e sconvolgente epilogo.

Un thriller teso, finemente costruito, ricco di azione e continui colpi di scena. Un thriller sospeso tra Paradiso e Inferno, con un personaggio che non dimenticherete facilmente. Nel bene come nel male.

INCIPIT

Tragici e inquietanti avvenimenti sono accaduti in queste ultime ore: un avvocato trovato morto nella tromba di un ascensore in Boulevard Saint-Germain; alcuni bus assaltati e dati alle fiamme nella periferia nord di Parigi da uomini mascherati poi svaniti nel nulla; un imprecisato numero di persone rimaste ferite o uccise in strani incidenti domestici oppure aggredite da estranei in metrò o nel parcheggio di centri commerciali. Molti tra coloro che mi stanno intorno hanno cominciato a formulare le ipotesi più diverse: dagli effetti prodotti sul cervello umano da uno stile di vita sempre più frenetico, alla rabbia che ancora serpeggia per le strade e i sobborghi di Parigi a un anno esatto dalla rivolta della banlieue, tra figli di immigrati, teppisti e forze dell’ordine.

Si fa poi un gran parlare di un tizio precipitato dalla finestra del quarto piano di un palazzo nel quattordicesimo arrondissement che pare non essersi fatto nemmeno un graffio, anche se in realtà nessuno ci vuole credere.

E io sono talmente stufo e arrabbiato di stare qui a sorbirmi questo inutile blaterare, che vorrei alzarmi e gridare a tutti di chiudere la bocca. È così che spalanco gli occhi e scopro due cose: mi trovo in un pronto soccorso e il tizio precipitato dalla finestra sono io.

Il mio ultimo ricordo risale a una cena a Place de la République. Da quanto ne so possono essere trascorsi giorni o intere settimane. C’erano Auguste, Jeannette e un’amica di lei, una rossa mai vista prima di nome Marie: ossa sottili, gran cascata di capelli su spalle scoperte dalla pelle chiara e lentigginosa, sguardo intenso e carnale. Eravamo a tavola, si mangiava vietnamita: soupe saigonnaise, frittelle ripiene di uovo, pollo allo zenzero, tè al gelsomino. A poca distanza da noi, un tizio che assomigliava a Gérard Depardieu cenava con uno che assomigliava a Johnny Hallyday.

Ostentavamo un’aria distesa, svagata e tonica per via di tutte quelle ore passate in palestra, sauna, massaggi e bagni abbronzanti. Perfettamente a nostro agio dentro completi firmati, sembravamo ciò che in effetti eravamo: giovani squali che si muovevano eccitati e spietati a caccia della propria affermazione personale e professionale. Si parlava di lavoro (il progetto di una sala congressi a Saint Denis, tutta superfici lisce e bianche, pareti vetrate, pilastri sottili e volumi aperti sul modello de L’Atheneum di Richard Meier), dell’imminente tournée dei Muse, del nuovo James Bond, della campagna elettorale di Ségolène Royal per l’Eliseo, dei romanzi di Brett Easton Ellis che ognuno di noi aveva letto e riletto e conosceva quasi a memoria fino a citarne interi passi o atteggiarsi come i suoi personaggi. Ma l’argomento che più ci appassionava era: Tom Cruise è finocchio oppure no? Nient’altro ci sembrava importante. Le notizie di scontri e morti tra soldati e civili innocenti che arrivavano dall’Iraq, dall’Afghanistan o dalla striscia di Gaza non ci sembravano importanti. La rincorsa al nucleare dal parte del premier iraniano, i suoi discorsi sull’annientamento di Israele e le sue affermazioni negazioniste sull’Olocausto, neanche quelle ci sembravano importanti. E a me non sembrava neppure importante che pochi giorni prima io e Jeannette avessimo scopato come animali durante una festa alquanto movimentata a base di sesso e droga in una villa dalle parti di Fontainbleau, dove molti dei presenti ci avevano proposto scambi di coppia o rendez-vous sadomaso o ci avevano confessato di non credere alle verità ufficiali sull’undici settembre o sulla trasmissione sessuale dell’AIDS, ed erano pronti a giurare di essere stati (o conoscere qualcuno che c’era stato) al tunnel de l’Alma la notte in cui un flash partito da una Fiat Uno bianca aveva causato lo schianto mortale dell’auto guidata da Henry Paul con Lady Diana e il suo fidanzato Dodi. Né mi sembrava importante che, durante il ritorno in macchina a Parigi, Jeannette non mi avesse praticamente rivolto parola, chiusa in un malessere cupo e indefinito, piena di risentimento verso me che l’avevo trascinata in un territorio in cui nessuno di noi aveva un vero controllo su ciò che stava facendo e su ciò che gli stava capitando. No, niente era così importante quanto stabilire se Tom Cruise fosse finocchio oppure no.

Da sotto il tavolo Marie mi faceva piedino.

* * *

I traumi da precipitazione dipendono principalmente da due cause: l’urto del corpo contro il piano d’arresto (escoriazioni da strisciamento, lacerazioni per la fuoriuscita di monconi ossei, frattura del cranio, degli arti, del femore, della branca ischio pubica) e l’improvvisa decelerazione del corpo a impatto avvenuto (cuore, polmoni, fegato, milza proseguono nella caduta per forza di inerzia provocando rimescolamenti e lesioni viscerali gravi o fatali, come la disinserzione del cuore, la rottura dell’arco aortico, del fegato, della milza e dei reni). Ebbene, nulla di tutto ciò mi riguarda: sono precipitato e non mi sono fatto niente. Radiografia, tac, ecografia lo confermano.

– Pensi a quei paracadutisti che sopravvivono a un incidente di lancio, – mi spiega un giovane dottore di origine nordafricana. – Se durante la caduta c’è un rilassamento fisico completo, ad esempio perché la persona è priva di conoscenza, gli effetti dell’impatto possono essere meno gravi. – Parla senza guardarmi, come se recitasse a se stesso la propria incredulità. – Ma ciò che ci lascia più sconcertati, – continua il dottore, – è che lei non ha subito alcun tipo di trauma o lacerazione. Se diversi testimoni non avessero giurato di averla vista precipitare e di aver persino sentito il rumore dello schianto, oserei pensare che questo incidente non sia mai avvenuto e sia solo un brutto scherzo.

Lo vedo così sconcertato, il giovane dottore, così tormentato dall’incapacità di trovare una spiegazione, che quasi mi sento in colpa per lui e per i suoi colleghi che con mille pretesti si aggirano intorno a me, chi con l’aria scettica, chi con l’aria incuriosita e meravigliata.

Alla fine, per via di tutto questo trambusto, il primario perde la pazienza. Viene da me, respinge stizzito la cartella dei referti che il giovane dottore gli allunga e dice: – Quella gente può dire e credere quello che vuole, compreso di averla vista cadere dalla Torre Eiffel, ma io non la bevo. – Mima con enfasi teatrale il gesto di lavarsi le mani. – Per noi lei è sano. Se la sbrighi la polizia. Buona fortuna.

Si congeda da me con una brutale pacca sulla spalla, come se volesse mandarmi in pezzi e chiudere così la questione con buona pace per tutti.

– Perché la polizia? – chiedo al giovane dottore.

– Non lo sa?

Allargo sconsolato le braccia. – Io chiedo ma nessuno mi risponde.

I suoi occhi mi scrutano in profondità, cercano di capire di che pasta sono fatto, se sono sincero oppure no. Chiede: – Finora cos'ha saputo?

– Che sono precipitato dal mio palazzo: una finestra del quarto piano.

– Tutto qua?

– Tanto per cominciare abito al terzo pianonon al quarto.

– Eppure sembra che questo pomeriggio si trovasse proprio nell’appartamento in questione. Davvero non se lo ricorda?

– Per niente. Quell’appartamento sta esattamente sopra il mio ed è disabitato da molti anni, che motivo avrei potuto avere per trovarmi là?

– Ha dei nemici?

– Che c'entra?

– Risponda. Ha nemici? Guardi che parlo di nemici veri, gente pericolosa.

– Sono un architetto, non un gangster... Senta, è inutile che stia lì a guardarmi con quell'aria scettica, mi dica quello che è successo e basta.

– Credo di averle già detto troppo. Se ne occupa la polizia, adesso.

– Non mi ha detto proprio niente, invece. Parli, perdio, che mi è successo?

– Se glielo dico è meglio che si metta comodo.

– Sono già comodo.

Inchioda i suoi occhi sui miei. – Lei da quella finestra non è caduto. È stato spinto.

Mi ricoverano in osservazione, ma solo per prudenza, assicura il giovane dottore.

L’idea di passare qui un’intera notte mi riempie di un’angoscia insopportabile.

Perché odi tanto gli ospedali? mi sento chiedere, qui si viene per stare meglio, non per stare peggio. Qui ti salviamo la vita. Qui la sanità non è allo sfascio come da Blair o come in Italia, dove muori per un’appendicite.

Non è paura la mia, semmai un disagio doloroso e profondo. La paura è di chi teme di sentirsi diagnosticare una malattia che non lascia scampo. Come quella che ho conosciuto a undici anni, quando ho dovuto affrontare interminabili mesi inchiodato su un letto d’ospedale, mentre papà e mamma si indebitavano fino al collo per pagare cliniche, specialisti e terapie che non approdavano a niente. E poi, quando ormai ero dato per spacciato, la malattia si è fermata e ha cominciato a regredire dal mio organismo fino a sparire del tutto. Nessun medico ha saputo spiegarne il motivo e qualcuno è arrivato persino a gridare al miracolo.

Ma questa è un’altra storia.

Per la seconda volta nella mia vita mi sottraggo a morte certa, e nuovamente mi sfugge il senso di tutto quanto: sono precipitato e non mi sono fatto niente, come è possibile?

C’è un film con Bruce Willis dove lui è l’unico sopravvissuto a uno spaventoso incidente ferroviario. Con l’aiuto di un rivenditore di fumetti, Bruce scopre di essere una specie di superuomo e quindi indistruttibile. L’idea può apparire divertente, eppure neanche questo mi consola del tutto perché so che dovrò trascorrere la notte nel posto che più detesto al mondo. Se poi sono arrabbiato è perché ancora nessuno mi dice la verità: chi mi ha aggredito? per quale motivo? ero davvero in quell'appartamento? e poi, a fare cosa?

Tra la cena a Place de la République e il mio risveglio in ospedale sono trascorse trentasei ore. Trentasei ore di buio assoluto che il dottore giustifica come choc post traumatico: un meccanismo di autodifesa che il cervello opera in caso di incidenti particolarmente gravi. Diagnosi che gli passo senza ribattere, ma appena gli chiedo quando comincerò a ricordare, il giovane dottore scrolla desolato le spalle: – Cinque minuti. Cinque mesi. Anche mai.

Cosa può essere successo alla mia vita di così sconvolgente dall’avermi portato in appena trentasei ore a un passo dalla morte? Cosa separa un’allegra serata tra amici da uno spaventoso volo in strada da un posto a me estraneo? Cosa ha completato la mia trasformazione da giovane architetto di brillante avvenire a vittima di un’aggressione mortale?

Ancora non riesco a capire se sto vivendo un’esperienza reale o se mi trovo nel mezzo di uno di quei tanti incubi che sempre più spesso tormentano i miei sonni. Incubi che io, con estrema superficialità, ho ogni volta attribuito allo stress, all’alimentazione sbagliata, agli svaghi nel mio tempo libero, che comprende anche l’abituale assunzione di droghe e stimolanti. Uno stile di vita che il mio collega e presunto amico Auguste mi contesta perché eccessivo, salvo saziarsi alla mia mensa di fica, coca e hashish ogni volta che gliene capita l’occasione.

– Si riposi, invece di arrovellarsi, – mi consiglia il giovane dottore. – Lasci che la polizia faccia il suo lavoro. È per questo che paghiamo le tasse, no?

Un infermiere mi chiede se ho intenzione di avvertire un parente, un famigliare, un amico. Mio padre è morto quando avevo appena tredici anni. Mamma si è trasferita a Nizza da una sua cugina di secondo o terzo grado e visto che di cuore non sta affatto bene preferisco non chiamarla. Non ho in vita altri parenti, neppure in Italia. Non ho moglie né fidanzata. Conoscenti e colleghi, poi, mi guardo bene dal coinvolgerli, visto che questa storia è ancora troppo oscura per rischiare che qualcuno, un giorno, possa usarla contro di me.

Chiamo Martine, la mia segretaria, e le do precise istruzioni per gli appuntamenti e i lavori di cui domani non mi potrò occupare. Le spiego che la mia assenza è dovuta a una leggera indisposizione, ma nel suo silenzio avverto perplessità. Da che mi conosce, infatti, non ho fatto mai una sola assenza per malattia. Anzi, dal giorno della mia miracolosa guarigione, continuo a godere di una salute a dir poco straordinaria.

Proprio come accadeva a Bruce Willis nel film.

Ora, però, non vorrei che l’infermiere mi giudicasse l’uomo più solo della terra. Non credo avrebbe di me la stessa compassione se sapesse che io, Alexandre Vanzan, a soli 33 anni, sono un architetto destinato a un brillante avvenire; che sono associato a uno dei più prestigiosi studi di architettura di Francia con sede in Rue de Rivoli; che appena due settimane fa sono stato definito da un diffuso rotocalco parigino «tra i più interessanti architetti della nuova generazione, padrone di uno stile forte, coraggioso, innovativo, a tratti visionario, e che ci auguriamo destinato un giorno a incidere sul volto della più sorprendente città del mondo», articolo con tanto di mia foto in cima alla Tour Montparnasse, mentre scruto il panorama con l’aria di tirarmela moltissimo.

L’infermiere non avrebbe per me la stessa compassione neppure se sapesse dei miei abiti firmati, del tanto sesso con giovani donne, del mio tempo libero diviso tra palestre e saune e sedute di massaggi e cocktail e feste e festini e cene e weekend fuori città e del fatto che conosco un mucchio di gente importante che un giorno mi favorirà per raggiungere le vette professionali cui legittimamente ambisco.

Intanto, però, mi sbattono in una stanza singola, piccola e squallida.

È una bella serata d’autunno. Dalla cima della Tour Eiffel, agghindata come un albero di natale, il potente fascio di luce sorvola la città. In lontananza, le cupole del Sacré-Cœur risplendono sopra la distesa disordinata dei tetti.

La notte cala veloce e insensibile alle mie angosce.

Sogno un uomo che mi guarda. Sta in piedi, immobile, in fondo al mio letto d’ospedale, e mi guarda. Di lui distinguo perfettamente l’altezza considerevole, la corporatura slanciata, le scarpe di camoscio, i pantaloni di lodevole fattura, un soprabito lungo e nero, una sciarpa di cashmere azzurra che si chiude intorno al collo con un nodo ampio e perfetto. Tutto potrei descrivere di lui, tranne il volto. I lineamenti sembrano deformati, sciolti, come spalmati sotto una calza di nylon.

Io dormo e lui continua a guardarmi dormire. Il sogno andrebbe avanti così all'infinito se non mi svegliassi. Ma anche da sveglio rimango con gli occhi chiusi, schiacciato dal terrore che questo uomo sia realmente in camera con me. Così rallento il respiro e mi faccio piatto piatto sotto le lenzuola. Confido che se non mi muovo, non do segni di vita, costui perderà ogni interesse per me e se ne andrà senza farmi alcun male.

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Un mondo perfetto

Un mondo perfetto

Autore: Marcello Freddi     

Formato: libro cartaceo - 252 pagine

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