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Dietro una porta chiusa

ISBN 978-88-6690-267-6

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Autore: Luca Ranieri

Formato: Epub, Kindle

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SINOSSI

Dopo la morte del padre, il piccolo Andrea si trasferisce con sua madre in un palazzo di periferia in cui accadono terribili fatti di sangue. Testimone inascoltato di eventi apparentemente inspiegabili, si improvvisa investigatore e si butta a capofitto alla ricerca della verità. Ma a volte la conquista della verità impone un prezzo troppo alto da pagare, e Andrea impara a sue spese che ci sono porte che è molto meglio non aprire. Dietro una porta chiusa narra di una serie di eventi tragici causati da uno spirito vendicativo, di cui il protagonista dodicenne sembra il catalizzatore e il mezzo attraverso cui le sue azioni si esplicano nel mondo materiale. Indagando un passato non ancora morto del tutto, indizio dopo indizio, il ragazzo giungerà a sconvolgenti rivelazioni sulla sua stessa famiglia, che portano alla caduta rovinosa dei miti dell’infanzia e a una durissima presa di contatto con la realtà.

INCIPIT

 Il trasloco

A volte sogno di trovarmi ancora lì, ed è terribile. Ma nonostante gli incubi, la paura e la sofferenza di quei mesi, qualche volta ci ritorno, forse spinto dall’emozione della sfida, più probabilmente per essere sicuro che niente sia cambiato da quando ce ne siamo andati.

Il condominio al numero 6 di Via Dell’Olmo è un normale palazzo di cinque piani in cortina costruito negli anni ’70, come ve ne sono molti alla periferia di Roma. Visto da fuori, è un parallelepipedo ricoperto di mattoni arancioni scoloriti dal tempo, la cui monotonia è interrotta da strisce di mattoncini neri che delimitano i piani e da un cornicione scrostato in più punti. La strada su cui si affacciano gli appartamenti è una stretta via sconnessa che si inerpica su una collinetta. Dopo circa un chilometro c’è una sbarra di ferro oltre la quale la strada diventa sterrata e si perde nei campi.

Gli ultimi palazzi della via godono di una vista decisamente migliore rispetto agli appartamenti del numero 6, i quali si affacciano da un lato su un alto muro di contenimento ricoperto di muschio, e dall’altro sul deposito di uno sfasciacarrozze. In passato furono fatti molti tentativi per obbligare la società di autodemolizioni a sgomberare quell’ammasso di rottami arrugginiti, ma nessuno ha avuto successo. Adesso, in ogni caso, non ha più molta importanza: la maggior parte degli appartamenti è sfitta, e i pochi ancora abitati sono occupati da venditori ambulanti di colore e loschi figuri dell’Europa dell’est che guidano grosse berline tedesche. Le famiglie originarie hanno abbandonato una dopo l’altra il palazzo a partire dai primi anni ’90, quando iniziarono ad accadere i fatti di cui mi accingo a scrivere.

Mia madre e io ci trasferimmo a Via dell’Olmo nel settembre del 1991, pochi mesi dopo la morte di papà. Lei disse che non se la sentiva di continuare a vivere nella casa in cui si era ammalato e aveva trascorso gli ultimi mesi di vita, spegnendosi lentamente senza che le medicine potessero fare niente per lui. All’epoca avevo solo dodici anni ma intuii subito che la vera ragione del trasloco era che non potevamo più permetterci di pagare l’affitto dell’attico di Viale Parioli in cui vivevamo insieme a papà. Comunque la soluzione andava bene anche a me: c’erano troppi ricordi fra quelle mura, fantasmi di momenti felici che non si sarebbero mai più ripetuti perché papà se n’era andato per sempre.

Ricordo ancora quando giocavo con le costruzioni sul tappeto del salotto mentre lui guardava il notiziario. Ogni sera, alle otto in punto, mia madre gridava che la cena era pronta. Lui spegneva il televisore, mi sollevava da terra afferrandomi da sotto le ascelle e mi issava sulle spalle. Poi diceva “Abbassa la testa, campione!” e correvamo in cucina ridendo, lui sulle sue gambe e io avvinghiato con le mie al suo collo, sfiorando negli ultimi tempi lo stipite della porta del salotto. Dicevamo che l’anno successivo non avremmo più potuto farlo perché sarei stato abbastanza alto da picchiare la testa. Questo però non accadde mai, perché mio padre si ammalò di cancro al fegato e ben presto, quando il male lo attaccò anche allo stomaco e all’intestino, non ebbe più né forza né animo di sollevarmi da terra e portarmi sulle spalle.

Troppi ricordi: cambiare casa era stata comunque una buona idea. E poi… oh, al diavolo, ora che è passato tutto questo tempo riesco anche a trovare il coraggio di scriverlo: in quell’appartamento non si poteva più stare perché era intriso dell’odore della malattia. Sembrava che le tende, la stoffa del divano, le coperte, il legno dei mobili e persino la carta da parati, sembrava insomma che tutto, lì dentro, emanasse l’odore vagamente agliaceo che aveva l’alito di mio padre nei mesi che precedettero la sua morte. Se spalancavamo tutte le finestre, dopo mezz’ora sembrava che l’odore fosse andato via, ma dopo averle richiuse tornava con la stessa intensità nelle ore successive. Mia madre diceva che quella casa puzzava di morte e spesso l’odore le causava l’emicrania.

No, lì dentro non si poteva più stare. Trasferirsi non era stata solo una buona idea, era l’unica soluzione per andare avanti senza quel peso sull’anima.

Si trovò così un accordo con il proprietario, che fu ben felice di tenersi l’arredamento che papà aveva acquistato con la prospettiva di vivere lì molto a lungo. Non era mobilio d’epoca o particolarmente raffinato, ma era di ottima qualità e la valutazione che mia madre accettò era ridicola. In ogni caso a Via dell’Olmo non ci sarebbe stato spazio a sufficienza per sistemarlo, quindi saremmo stati costretti a rinunciare al trasloco anche se non fosse stato tutto infestato da quell’odore terribile.

Il giorno che il signor Mangano, il padrone di casa, ci fece visita con un suo amico per valutare l’arredamento, mia madre approfittò del caldo pomeriggio settembrino per spalancare le finestre un’ora prima dell’appuntamento, poi spruzzò in tutte le stanze un deodorante per ambienti al pino.

Quando Mangano tornò all’ingresso per congedarsi e l’uomo che era con lui ebbe finito di scrivere appunti con la sua Bic morsicata fino al midollo, mia madre aveva un’espressione bramosa dipinta sul volto. Quel giorno aveva lisciato i lunghi capelli neri e si era truccata più del solito. Indossava un abito scollato che le non avevo mai visto prima. Doveva averlo comprato per l’occasione e io mi sentii un po’ in colpa a vederla così, perché sapevo che lo stava facendo soprattutto per me.

La cosa più triste di quel giorno fu proprio l’atteggiamento di Mangano. Era accigliato e sembrava più interessato ai numeri scritti in brutta grafia sul taccuino del suo amico che alla scollatura di mia madre. Farfugliò qualcosa sottovoce e si tolse gli occhiali, guardando finalmente verso di lei.

“È proprio sicura che non ha intenzione di restare? Data la situazione potremmo… rivedere il canone di affitto” disse, abbassando lo sguardo sul pavimento.

“Mi dispiace, ma non abbiamo più intenzione di vivere qui” rispose lei. “È troppo doloroso per me e mio figlio. Gli ultimi mesi sono stati un inferno per noi.”

“Capisco. In questo caso mi farò sentire domani o dopodomani per la valutazione dei mobili e la restituzione della caparra. Vi auguro ogni bene.”

La settimana dopo avevamo le valigie pronte e mia madre era di cattivo umore perché “quel bastardo”, come lo definì, ci avrebbe dato la metà della metà di quello che erano stati pagati i mobili solo qualche anno prima.

Non avevo ancora visto l’appartamento in cui saremmo andati a vivere. Era stata la zia Marina a trovarlo e mia madre era andata a visitarlo da sola mentre ero a scuola. Non ne avevamo neanche parlato in seguito, perché l’argomento era triste e cercavamo entrambi di evitarlo. Pensai però che dovesse essere carino, anche se molto più piccolo di quello in cui vivevamo, perché mia madre prendeva decisioni così impulsive solo quando, come diceva lei, si “innamorava” di qualcosa. Nel suo linguaggio da donna che si dava un contegno, cosa che a volte detestavo, un appartamento piccolo ma grazioso era definito “una bomboniera.” Ecco, se aveva già versato la caparra e deciso di trasferirsi così presto, l’appartamento che la zia Marina aveva trovato doveva essere “una bomboniera.”

Quando scendemmo dalla piccola utilitaria di mia madre e scaricammo le valigie in un’afosa mattinata di fine settembre, la prima impressione fu bruttissima. Il palazzo aveva un aspetto decadente e scolorito. C’erano scritte incomprensibili fatte con le bombolette spray sui muri e panni stesi ad asciugare sulle ringhiere dei balconi. C’erano persino dei tratti di cornicione pericolanti, sotto i quali erano stati messi dei nastri bianchi e rossi a mo’ di transenna improvvisata. Su di essi, fissati col nastro adesivo, c’erano dei fogli inseriti in foderine di plastica trasparente piene d’acqua piovana con la scritta “NON PARCHEGGIARE” tracciata con un pennarello nero.

Ma la cosa più brutta era il deposito di carcasse arrugginite che si trovava alla nostra destra: un cortile stracolmo di vecchie auto mangiate dalla ruggine, impilate su più livelli. Immaginai che qualsiasi cosa potesse nascondersi in quel groviglio di lamiere consunte e vetri rotti: topi, siringhe, forse persino cadaveri.

La vista d’insieme non si limitava a incutere timore: induceva a distogliere lo sguardo, come se fosse in qualche modo tagliente per gli occhi. L’espressione accigliata di alcuni modelli degli anni ’70, l’ammiccare guercio dei fari sfondati e la ruvida oscurità oltre i parabrezza infranti, in quella grigia giornata che ricordo come una delle più tristi della mia vita, mi fecero venir voglia di fuggire a gambe levate lontano da lì. E l’avrei fatto senz’altro, se ci fosse stato qualche altro posto dove andare.

Invece seguii in silenzio mia madre lungo la scala esterna che odorava di urina e la aiutai a spingere le valigie oltre il portone col vetro incrinato e il pomello che aveva perso completamente la vernice, poi tenni aperta per lei la porta del vecchio ascensore puzzolente di fumo nella cui cabina qualcuno aveva tracciato disegni osceni con un pennarello indelebile.

Quando entrammo nell’appartamento provai un leggero sollievo. Dentro non era brutto come fuori e mia madre in poco tempo l’avrebbe sicuramente abbellito, in modo da creare un’atmosfera piacevole che, una volta chiusa la porta d’ingresso, sarebbe stata il nostro rifugio da tutte le brutture dell’esterno. Non è forse quello che si cerca di fare per tutta la vita? Chiudere le porte che si aprono su quello che ci spaventa e raccapriccia? Avevamo bisogno di diventare bravi in questo, ed ero deciso a dare il mio contributo.

L’appartamento era composto da due piccole camere da letto, una cucina in cui era installato un tavolo estraibile e un minuscolo bagno senza vasca. Le maioliche bianche del bagno e i sanitari erano consumati e c’era anche qualche incrinatura; il giallo delle mattonelle della cucina era sbiadito, ma le superfici di acciaio inox del lavandino e del piano di cottura brillavano. Nel complesso la casa aveva un aspetto povero ma dignitoso.

E soprattutto non puzzava di aglio morto, pensai, sentendomi subito in colpa.

Mia madre, visibilmente a disagio per quella che doveva sembrare una sistemazione alquanto modesta dopo aver vissuto nello sfarzo dell’elegante attico pariolino, mi chiese di scegliere la camera da letto che preferivo. Mi sistemai in quella più piccola, nella quale c’era già una scrivania su cui avrei potuto studiare.

Dopo aver sistemato i vestiti dentro il vecchio armadio della mia stanza, aiutai mia madre a preparare la cena. Da quando papà non c’era più avevo abbandonato i vecchi giocattoli (persino il trenino elettrico) perché ero abituato a giocarci con lui e mi rattristava farlo da solo. In seguito realizzai che fu più che altro per un impulso naturale a crescere in fretta, dato che ero diventato l’unico maschio di casa.

In quel periodo la scuola era appena iniziata e non avevo granché da studiare, così la sera non mi restava che aiutare mia madre in cucina. Quando lo facevo, lei mi chiamava “il mio ometto”, la qual cosa mi infastidiva e inteneriva al tempo stesso. Era comunque un modo per non sentirci soli.

Quella sera preparammo la pasta utilizzando un barattolo di sugo pronto e un’omelette con le uova e il prosciutto cotto che avevamo comprato al minimarket sulla via principale. Mia madre era brava a cucinare e, nonostante la cena improvvisata, le pietanze avevano un sapore persino migliore del solito. Forse era per la mancanza di quell’odore che aveva impestato le nostre vite nei mesi precedenti, oppure perché in quel povero e minuscolo contesto abitativo la presenza di mio padre era più che mai lontana e iniziavo a sentirmi veramente l’uomo di casa.

Dopo aver guardato un po’ di TV mi coricai sul nuovo letto. Il materasso era morbido e mi sembrava di sprofondarci. Mi sentivo molto stanco ma dopo due ore non riuscivo ancora ad addormentarmi. Faceva caldissimo ed ero costretto a tenere la finestra aperta. Il rumore dei motorini che sfrecciavano sulla strada principale mi graffiava i timpani e mi innervosiva, facendomi perdere il sonno.

Verso mezzanotte mi alzai per andare in bagno. Mi affacciai dal balcone della cucina per ottenere un po’ di refrigerio e osservai il cortile dove l’azienda di autodemolizioni aveva ammassato i rottami che non serviva più tenere nell’area principale, presumibilmente quelli già spolpati dei pezzi più comuni. Visto dal quarto piano faceva meno paura e questo era del tutto normale, perché il senso di inquietudine che ispirava era qualcosa di strisciante, un’essenza capace di muoversi esclusivamente tra le lamiere e le erbacce, tra i rifiuti e le ferite dell’asfalto. Qualcosa di estremamente basso o addirittura sotterraneo, una presenza che si aggirava tra le ombre o nelle ombre stesse.

A qualche metro dalla prima fila di auto accatastate c’era un rottame solitario, un vecchio furgone Ford di cui erano rimaste solo la scocca e le parti metalliche più coriacee. La carrozzeria era talmente corrosa e annerita che, nonostante la distanza e la debole luce del lampione, intuii che era stato incendiato. Qualcosa si mosse oltre la cornice del parabrezza sfondato e il mio cuore sussultò. Una cosa più nera del buio, di forma e lunghezza che non riuscii a determinare, sfilò velocemente da destra verso sinistra e scomparve. Pensai, anzi sperai che fosse solo un topo che andava a caccia fra i rottami.

Col cuore che batteva ancora forte, rientrai in casa e mi infilai nel letto, coprendomi fino al mento col lenzuolo. Non sentivo più caldo, ma quella notte non chiusi occhio.

Recensioni degli utenti (solo registrati)

Valutazione 
06/07/2017

Verità nascoste

A partire da un incipit degno di un classico dell'orrore e davvero molto bello ("A volte sogno di trovarmi ancora lì, ed è terribile."), il lettore viene lentamente trascinato dentro la vita e i pensieri di Andrea: un bambino orfano di padre che trasloca con la madre in un luogo dove avvengono fatti tragici e misteriosi. Luca Ranieri è abile a costruire in modo sottile e senza alcuna pedanteria un atmosfera malata, malsana, opprimente. La mano dell'autore si dimostra ferma e sicura, paragrafo dopo paragrafo, nel centellinare le informazioni date in pasto all'immaginazione del lettore... consentendogli di immergersi nella storia con una lenta, progressiva, ma inesorabile gradualità. Come inoltrarsi in acque sconosciute, un passo alla volta, ritrovandosi poi senza accorgersene dove "non si tocca". A parte la trama, la cosa che più mi ha colpito di questo romanzo è l'ambientazione: una periferia gotica, piena di ombre e scorci inquietanti, angoli sbagliati e prospettive minacciose. Ogni cosa viene filtrata e deformata dallo sguardo di Andrea, annebbiato dal dolore, senza per questo perdere di concretezza e "realismo". Non so se Ranieri sia un ammiratore di Stephen King (come sono io), ma in alcuni passaggi mi è parso di rilevare notevoli influenze sul suo stile di scrittura, peraltro gestite benissimo. Probabilmente questa sensazione deriva dal fatto che i protagonista principale è un bambino, come in parecchi romanzi del Re. Un altro punto a favore dell'autore è la sua capacità di far visualizzare facilmente i luoghi dell'azione e i caratteri dei protagonisti con precise pennellate, evitando di sommergerlo con troppi (noiosi) dettagli psicologici. Quando si scrive un thriller psicologico è facile farsi prendere troppo la mano, esagerando sul versante del melodramma, eppure in questo caso non accade. L'iniziale descrizione della malattia e morte del padre viene affrontata con un crudo realismo che non risparmia dettagli dolorosi al lettore (e qui ho sentito di nuovo l'apparente eco di King), ma non c'è nulla di gratuito, ogni particolare è utile per lo svolgimento di una trama che gioca con tutto lo spettro delle emozioni del giovane protagonista e delle aspettative del lettore. Alla fine si resta soddisfatti, l'epilogo incastra bene i fatti precedenti, evitando fastidiosi spiegoni conclusivi. Insomma, per essere un esordiente Luca Ranieri possiede una fantasia lucida abbinata a una prosa dalla tecnica collaudata, solida e suadente, con (a mio parere) notevoli margini di crescita futura.

Valutazione 
18/03/2016

La verità e i suoi fantasmi

Thriller visto ad altezza bambino. Prospettiva originale, conturbante come le inquadrature alla Dario Argento riprese con l’occhio del corvo, del topo, dello scarafaggio o della vittima a terra, morente. Prospettiva che nel romanzo di Ranieri è completa perché riguarda anche e soprattutto la sfera psicologica ed emozionale del bambino preadolescente, Andrea, destabilizzata dal lutto (la morte del padre). Conseguenza della tragedia, oltre alla la perdita della figura di riferimento e di protezione, è il venir meno della agiata situazione economica che investe anche la mamma di Andrea accomunando entrambi – come ha ben arguito un lettore che ha recensito in precedenza il romanzo – nella condizione di “orfani”. Troppi ricordi, troppo dolore, troppo opprimenti ormai le mura della casa ai Parioli (quartiere d’elite a Roma) dove Andrea e sua madre hanno abitato sino alla scomparsa del capo famiglia, ma soprattutto troppo caro l’affitto! Così, nonostante la fiacca proposta di “rivedere” l’importo della pigione avanzata dal locatore, Andrea e sua madre si trasferiscono in un quartiere periferico, al numero 6 di Via dell’Olmo, strada che non esiste nella toponomastica romana - probabilmente l’Autore ha fuso i nomi di Via degli Olmi e Via dell’Omo, appartenenti a due borgate romane tra loro non distanti – resa con rara efficacia in tutta la sua plumbea pasoliniana decadenza.
Nel nuovo contesto urbano la vicenda deraglia dal cammino iperrealista, che sarebbe il più scontato, e si immette sul binario del gotico quando avvenimenti misteriosi, soprannaturali prendono a manifestarsi al giovane Andrea. Cosa c’è dietro una porta chiusa? I fenomeni sono stratagemmi che la psiche sconvolta del giovane adotta per difendersi da verità ancor più spaventose, o…

Valutazione 
15/03/2016

Dietro una porta chiusa

Un giallo thriller psicologico che fa del protagonista uno dei punti di forza.
La trama è narrata al lettore utilizzando sia la prospettiva sia i processi mentali tipici dell’età di Andrea, questo il nome del giovane dodicenne, in cui famiglia, scuola e amici svolgono un ruolo centrale nella sua vita.
La sua famiglia si compone solo del ragazzo e della madre, da poco vedova; la morte del padre li costringe a cambiare casa e quartiere trasferendosi da una zona residenziale del centro di Roma alla periferia popolare: un luogo che per caratteristiche e tipo di costruzioni potrebbe rispecchiare un quartiere degradato di una grande città qualsiasi. Difatti sia i palazzi che quello che le circondano sono maltenuti, squallidi e l’atmosfera di decadenza che caratterizza questi luoghi è veramente ben descritta.
Sono numerosi i misteriosi avvenimenti che coinvolgono il protagonista dal momento in cui mette piede nella nuova abitazione. Fatti che inizialmente sono solo curiosi ma che diventano, via via, sempre più inquietanti e che si manifestano principalmente in quei momenti in cui è da solo a casa, mentre la madre è via per lavoro.
Queste circostanze singolari sono ben rese grazie a uno stile evocativo che l’autore padroneggia senza incertezze, portando il lettore a immergersi in un’atmosfera che assume il sapore del giallo in modo naturale e senza forzature.
Il finale è decisamente a sorpresa e tutto da gustare, e punta sul fatto che le verità, qualsiasi esse possano essere, quando ci vengono rivelate ci colgono spesso impreparati ad accettarle. Anche se stiamo lottando per scoprirle, esse riescono ugualmente a sorprenderci. Spesso non le vediamo fino a quando non siamo pronti per coglierle, ma per riuscire a capirle, a interiorizzarle e prenderne consapevolezza, ci viene richiesta la capacità di cambiare noi stessi e di adattarsi alle mutazioni.
Un libro che colpisce per la sua originalità e per lo stile, al contempo “fresco” e maturo, dell’autore.

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Dietro una porta chiusa

Dietro una porta chiusa

Autore: Luca Ranieri

Formato: Epub, Kindle

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