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Angelus di sangue

ISBN 978-88-6690-279-9

Nuovo prodotto

Autore: Alessandro Cirillo - Giancarlo Ibba  

Formato: Libro cartaceo - 266 pagine

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15,00 €

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PRESENTAZIONE

Il Palazzo Apostolico in Vaticano è certamente uno dei luoghi più monitorati al mondo, ma è davvero impenetrabile ad un attacco terroristico? Dalle penne di Alessandro Cirillo e di Giancarlo Ibba è nato un romanzo d’azione dai ritmi serrati e convulsi, denso di colpi di scena, in cui si misurano due grandi protagonisti: il terrorista afgano Fawaz, intelligente e crudele, ma con fortissime motivazioni all’azione e all’odio, e Bruno Majo, un diacono che sta per essere ordinato sacerdote, ma che ha un passato da militare addestrato e un terribile segreto da custodire.

INCIPIT

2009

Provincia di Herat, Agosto, ore 09.55

Già a quell’ora del mattino la città bruciava sotto il sole.

L’asfalto della carreggiata, polverizzato dalle grosse ruote dei blindati Lince, era quasi al limite della fusione. L’aria cocente intrappolata tra gli edifici, in gran parte demoliti dai bombardamenti, tremolava come un miraggio nel deserto. A parte il convoglio, composto da tre blindati, nessun veicolo civile transitava sulla strada. Carcasse d’auto sventrate dalle esplosioni, pneumatici incendiati e cumuli di macerie erano disseminati sopra i marciapiedi deserti. Colonne di fumo nero si sollevavano verso il cielo azzurro. Il tanfo dei copertoni incendiati impregnava ogni cosa. Non c’era un alito di vento.

All’interno del blindato in testa alla colonna, il caporale Marco Savioz chiuse gli occhi e reclinò la testa all’indietro, facendo sbattere l’elmetto sulla rovente paratia di metallo alle sue spalle. Bastò quel piccolo colpo a fargli esplodere nelle retine un caos di bagliori. Una forte emicrania gli uncinava il cervello da quando si era svegliato, ormai cinque ore prima, in balia dei postumi di una sbronza tra commilitoni. Non gli piaceva ubriacarsi, specie quando era in missione, però ogni tanto il suo gomito non era d’accordo. Cose che capitavano.

Una voce sarcastica gli domandò: “Che c’è? Mal di testa?”

Fradicio di sudore, Savioz riaprì gli occhi e fissò dal basso il soldato in ralla, che brandeggiava la mitragliatrice pesante del mezzo. Grasso e riccio, le guance piene di capillari rotti, Lorusso era la tipica faccia da culo. Gli piaceva dire cazzate, fare il seduttore con le ragazze degli altri e smerciare roba di contrabbando nelle camerate della base. Era stato lui a tirare fuori le bottiglie di Nebbiolo da sotto la branda, dando inizio a un festino improvvisato. Da buon valdostano, Savioz non si era tirato indietro. Quando c’era da tracannare e mangiare si trasformava subito in un allegrone. Così, per creare l’atmosfera giusta, aveva estratto dal cellophane l’ultimo CD dei Tinta-Ma-Rock e l’aveva infilato nell’impianto stereo di Cossu.

“Ho bevuto troppo...” si lamentò lui. “Hai un’aspirina?”

Lorusso sgranò gli occhi. “Mi hai preso per farmacista?”

Savioz emise un grugnito e si massaggiò il collo rigido.

Qualcosa scrocchiò all’altezza delle vertebre cervicali.

Seduto davanti, accanto all’autista, il tenente Morelli voltò la testa verso di loro, si aggiustò gli occhiali da vista sul naso e li rimproverò: “Piantatela con queste stronzate, voi due! Restate concentrati. Occhi aperti. Specialmente tu, Lorusso!”

“Sissignore.” Lorusso digrignò i denti. Tra i due c’era un certo malanimo, da quando Morelli aveva iniziato a chattare con la sua ex. Si erano conosciuti durante una pizzata, poco prima di partire tutti per l’Afghanistan. Al contrario di lui, il tenente Morelli era un ragazzo perbene e di buona famiglia.

Con le tempie che pulsavano, Savioz diede di gomito al commilitone seduto al suo fianco. “Hai un’aspirina?”

Bruno Majo alzò gli occhi dalla Bibbia tascabile che stava sfogliando. I sobbalzi generati dall’asfalto butterato facevano ciondolare il suo elmetto, che non allacciava mai. Come al solito, Majo strinse le labbra in un sorriso enigmatico. Era un tipo strano, taciturno. Nei momenti più impensati era capace di estraniarsi dal mondo circostante e mettersi a leggere un saggio di teologia o filosofia. Per questa ragione, di nascosto, i compagni d’arme l’avevano soprannominato Il Monaco.

“Allora?” s’incazzò Savioz. “Ce l’hai o no?”

Majo inclinò la testa. “No, mi dispiace.”

Esasperato, il tenente abbaiò: “Majo! Molla quel cazzo di libro e afferra il tuo dannato fucile! Questa schifezza di città è infestata di talebani! E quante volte ti ho già detto che non devi leggere durante un pattugliamento? Non capisco perché non sei andato in seminario, porca troia, invece di arruolarti!”

Morelli non usava spesso il turpiloquio. Il fatto che avesse proferito quelle parole denunciava tutto il suo nervosismo.

“In effetti, tenente, ho sbagliato carriera...” ammise lui.

“Beh, se riesci a tornare a casa vivo dall’Afghanistan, sei ancora in tempo per rimediare! Ora, metti via quella Bibbia!”

Dalla ralla giunse la risata di Lorusso. “Che porta sfiga!”

Con una smorfia di disappunto, Majo mise il segno tra due pagine del VecchioTestamento, poi richiuse il libro e lo ficcò nella tasca laterale dei pantaloni mimetici. Sbadigliò, scrollò le spalle, poi si grattò la barba ispida e agguantò la sua arma.

“Era ora!” Morelli drizzò la schiena e si rivolse all’uomo dietro il volante. “E tu vedi un po’ di accelerare, Cossu.”

“Agli ordini, tenente!”

L’accento sardo del soldato era indiscutibile, come la sua stempiatura. La forma di pecorino, ricevuta il giorno prima per posta aerea dalla famiglia, aveva contribuito non poco alla loro festicciola. Luca Cossu era il più giovane della Brigata, sempre pronto allo scherzo goliardico e all’indianata.

“Questo postaccio è quasi più caldo del Sulcis!” concluse, pigiando a tavoletta il pedale dell’acceleratore e pregustando un sonnellino, quando sarebbero tornati al sicuro nella base.

Un’ora.

Girovagando tra palazzi sventrati e macerie, Asiya cercava il suo cagnolino da un’ora... Era bastato soltanto un attimo di distrazione e lui era scappato, perdendosi per le strade vuote.

Si trattava di un bastardo, pomellato, che aveva trovato in mezzo alle macerie di un bazar distrutto dalle granate. Il resto della cucciolata era ridotto a grumi di carne macinata e pelo insanguinato. Era successo sei mesi prima, quando suo padre e sua madre erano ancora vivi. Quel cane, ormai, era tutta la sua famiglia. Non poteva abbandonarlo. Per nessun motivo.

In lontananza, nella strada deturpata che correva parallela al vicolo dove si trovava, Asiya sentì il rimbombo di motori che si avvicinavano. Non era lontana da casa, ma ebbe paura. La città era silenziosa, quella mattina... troppo silenziosa.

Soprattutto per una bambina spaventata di dieci anni.

Asiya udì un guaito, appena dietro l’angolo. “Uzim!”

Dimenticando la paura, Asiya corse in quella direzione.

La fronte imperlata di sudore, Fawaz guardò attraverso l’apertura che aveva fatto nel muro diroccato, rimuovendo un mattone. Scrutò il convoglio di blindati in avvicinamento.

La soffiata del suo contatto, infiltrato da diverso tempo nella base degli italiani, si era rivelata affidabile e precisa.

Accesa la ricetrasmittente, Fawaz schiacciò il pulsante.

“State pronti...” disse. “Non sprecate i colpi.”

Una voce metallica rispose: “Ricevuto.”

Fawaz si concesse un sospiro, mormorò una preghiera, poi spostò lo sguardo verso gli uomini che lo accompagnavano. Erano armati alla meglio, con vecchi AK 47 di fabbricazione russa, una mitragliatrice leggera, svariate bombe a mano e un paio di lanciarazzi RPG. Se li sarebbero fatti bastare.

All’ultimo piano di un malridotto caseggiato devastato da un recente incendio, dall’altra parte della strada, Fawaz aveva piazzato i due uomini armati con la mitragliatrice e gli RPG.

Vide che uno dei suoi, Kalil, aveva alzato un po’ troppo la testa per sbirciare sopra il muro. Era coraggioso, ma idiota.

“Cosa fai?” sibilò. “Vuoi farti vedere? Resta giù!”

Il ragazzo si gettò a terra, sbucciandosi le ginocchia nude.

Preoccupato, Fawaz riportò lo sguardo alla fessura.

Se lo hanno visto...

Il dubbio si introdusse nella sua mente, come un serpente velenoso, quando il veicolo in testa al convoglio rallentò.

Posò la radio e impugnò il detonatore a distanza.

Rannicchiato dietro le piastre di protezione della ralla, il dito posato sul grilletto della mitragliatrice, Lorusso esaminò la strada deserta davanti al Lince. Sbatté le palpebre e inalò una boccata d’aria puzzolente di plastica bruciata e fogna.

I suoi occhi intravidero un bagliore, all’ultimo piano di un condominio sventrato dal fuoco, cinquanta metri più avanti.

“Ho visto qualcosa!” avvisò. “Probabile cecchino a ore due, all’ultimo piano di quel palazzo!”

“Ok! Massima attenzione!” ordinò Morelli.

Preoccupato, Lorusso incassò la testa nelle spalle e ruotò la mitragliatrice in direzione dell’edificio. Non vide nulla, a parte una cadente facciata bucherellata dalle pallottole di una precedente battaglia, finestre sfondate e balconi carbonizzati.

Seduto dall’altro lato del mezzo corazzato, Majo si fece il segno della croce, allacciò l’elmetto sul mento e fece scorrere il carrello del suo fucile per controllare la camera di scoppio.

Le tempie come pressate in una morsa, Savioz si protese verso la feritoia, gli occhi puntati su un muro diroccato, poco distante dalla strada. Gli era parso di scorgere un movimento.

“Non rallentare, Cossu!” disse Morelli, aggiustandosi di nuovo gli occhiali. “Tra mezz’ora saremo al sicuro dentro la base. Magari Lorusso ha tenuto da parte qualche bottiglia.”

La sola idea di bere ancora provocò la nausea a Savioz.

“Certo, tenente, berrò alla sua...” cominciò Lorusso.

Non riuscì a completare la frase.

Fin da ragazzino, Fawaz era diverso dagli altri.

C’era qualcosa di duro e gelido nel suo cuore, qualcosa dai bordi taglienti, qualcosa che provocava dolore e morte nelle poche persone che lo circondavano. Lui ricordava benissimo come e quando quella cosa aliena gli era entrata dentro. Solo a pensarci, nonostante il caldo, gli sembrò quasi di risentire i candidi fiocchi di neve che si scioglievano sulla sua faccia. Visto che non poteva estirpare la memoria di quella tragica notte, Fawaz ci conviveva alla meglio. Non c’era altro da fare. Quel parassita, a suo modo, lo aiutava a sopravvivere.

Leccandosi le labbra aride, Fawaz guardò dentro il buco e notò che il soldato sulla ralla aveva ruotato la mitragliatrice verso il condominio. Aveva forse individuato i suoi uomini?

Strinse il detonatore nella mano destra e sistemò il pollice sull’interruttore. Il pietrisco crocchiava come il ghiaccio sotto le ruote dei Lince, con un rumore così forte da essere udibile sopra il rombo dei motori. Fawaz si concesse un solo sospiro.

Cominciò a contare sottovoce.

“Tre.”

Il primo veicolo si trovava a pochi metri dall’ordigno che, rischiando la vita, aveva piazzato durante la notte precedente.

“Due.”

Una piacevole sensazione si diffuse nel suo corpo.

“Uno.”

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Angelus di sangue

Angelus di sangue

Autore: Alessandro Cirillo - Giancarlo Ibba  

Formato: Libro cartaceo - 266 pagine

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