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Sarà mica per sempre

ISBN 978-88-6690-306-2

Nuovo prodotto

Autore: Manuela Leonessa

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

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PRESENTAZIONE

Alice è morta annegata, ma l’assassino l’ha poi rinchiusa nella sua auto e ha collegato il tubo di scarico all’abitacolo per simulare un suicidio. Perché? Non certo per depistare le indagini alle quali è bastata l’autopsia per svelare la messinscena. Sembra, piuttosto, il rispetto di un rituale, di un sacrificio umano. La polizia archivia il caso, ma Emma, la migliore amica di Alice, esige delle risposte e convince l’ispettore Moreno a proseguire le indagini, almeno in via ufficiosa. Al loro fianco anche Barbara, psicologa radiata dall'albo per un errore letale, che si mantiene come domestica presso la famiglia di Alice.Forse Alice è morta al posto di qualcun altro?E chi è la misteriosa Savana? La sua storia si intreccia a quella di Emma e Alice in quello spazio ignoto che è la follia umana, e la soluzione di questo thriller psicologico ambientato a Torino sarà sconcertante e terribile

INCIPIT

UNO

In mutande e canottiera, Emma, trattenne il fiato per chiudere la cerniera dei jeans. Si espose allo specchio, davanti e di profilo, senza tirare in dentro la pancia. A che pro barare, la pancia c’era e non era occultandola che sarebbe sparita. Aveva bisogno di una dieta, di un progetto “mai più trippa”, perché così non poteva andare avanti.

Così, con quel corpo tondo e bianco come una mozzarella, e quel cespuglio aggrovigliato al posto dei capelli, che per dipingerla ci sarebbe voluto l’Arcimboldo.

Raccolse i capelli e cercò di nasconderli con una coda, ma rinunciò al primo tentativo e voltò la schiena allo specchio. Per quel giorno aveva visto abbastanza.

Scoraggiata uscì dalla camera, per compilare la lista della spesa.

Arrivata al supermercato di Venaria boccheggiò avvilita alla vista della ressa. Le auto in processione entravano e uscivano dal parcheggio senza soluzione di continuità e la massa di gente che si avvicendava nel magazzino era costante e compatta. Emma rivolse un pensiero lubrico alla spesa per corrispondenza mentre si mescolava alla folla acquirente.

Lista in una mano e carrello nell’altra si infilò rapidamente nella prima corsia utile: pasta corta, farina e certosa. Non trovò l’olio di semi di mais e optò per quello di colza. Qualcuno le aveva detto che era cancerogeno ma se fosse rimasta lì troppo a lungo sarebbe morta comunque. Crema idratante, spugne per i piatti e ammorbidente.

Si affrettò alle casse poco meno di venti minuti da quando era entrata, ma dopo i primi secondi di coda si accorse di non aver preso la carta igienica.

La carta igienica appartiene a un momento assolutamente marginale dell’esistenza, ma farne a meno complica la faccenda, però l’idea di abbandonare la coda per andare a recuperarla non la sfiorò neanche per un attimo. Emma cominciò invece a guardarsi intorno, tanto per capire quante persone avessero a cuore i dettagli più intimi della propria vita e nella fila accanto alla propria notò un carrello contenente ben due confezioni di carta igienica, di marca, da dieci rotoli. Guardò con invidia il proprietario ed ebbe un tuffo al cuore.

Lei conosceva quel viso. Quella signora, piena di morbida carta igienica a tre strati nel carrello, era la mamma di Alice.

Distolse in fretta lo sguardo dal volto della donna sperando che non si accorgesse di lei e rapida uscì dalla coda per infilarsi nella corsia Igiene e WC. Una volta al riparo Emma respirò sollevata.

Alice. Non aveva mai smesso di pensare a lei.

DUE

Con aria vagamente scontenta, Barbara, attraversò rapidamente corso Brunelleschi. Da un po’ di tempo la vita era poco gratificante con lei. Usciva da casa senza poter salutare il piccolo, ancora addormentato, faceva un lavoro che, per carità non si disprezza nulla, ma era un fallimento professionale. Era e soprattutto si sentiva un’immigrata priva di aspettative per il futuro.

Fosse stata da sola non se ne sarebbe preoccupata, era in grado di sopportare tutto, o almeno le piaceva crederlo. Però c’era Filippo, il suo cuoricino, il suo tenero cucciolo di 24 mesi. Pensò alla gioia del suo batuffolo quando a fine giornata lei tornava a casa, ai suoi passetti di corsa e a quelle braccine spalancate, pensò a quanta fiducia avesse in lei. Com’era possibile amare tanto una persona?

Tornò con la memoria al giorno della nascita di suo figlio. Quel giorno non era stato il più bello della sua vita.

Era arrivata in ospedale accompagnata dalla madre. Le contrazioni incalzavano. Ogni dieci minuti ondate dolorose la investivano con crampi spaventosi. Era peggio della peggiore dissenteria mai sofferta. E non c’era modo di alleviare quel dolore. In sala travaglio un’ostetrica decisa l’aveva rassicurata dicendole che tutto sarebbe andato bene se si fosse ricordata di respirare ritmicamente, di trovare una posizione comoda, di rilassare i muscoli, di mantenersi calma e se avesse smesso, diamine, di contorcersi come un lombrico sbrindellato.

L’idea di lasciarla soffrire in santa pace non era stata contemplata. Comunque non era stata la sofferenza a tormentarla ma il fatto di essere l’unica donna single di tutto il reparto maternità.

Tutte le travagliate avevano il marito accanto. Mariti che tenevano la futura puerpera per mano, che le scostavano ciocche di capelli zuppi dal viso congestionato. Mariti dallo sguardo innamorato, presenza maschia, forte, rassicurante. Coppie che respiravano al ritmo di un solo polmone, uomini che, con piglio virile, guidavano la moglie lungo i meandri dolorosi del travaglio.

Ad accompagnare lei non c’era stato nessun marito: assenza ingombrante, marchio di vergogna, difetto rivelatore di condizione illegittima. E lei, per il primo giorno di vita di suo figlio, avrebbe voluto qualcosa di meglio che una impietosa esposizione al pubblico rimprovero.

Non le piaceva l’idea che un giorno avrebbe dovuto raccontare a suo figlio chi era, come era nato e perché avevano lasciato la Germania per venire in Italia a fare la miseria.

L’angoscia arrivò, prevista, come tutte le volte che Barbara si poneva quella domanda e lei affrettò il passo per lasciarsela alle spalle. Era ancora presto per pensarci, lui era talmente piccolo.

Arrivò all’ampio portone con scalinata in marmo e attraversò l’atrio rigoglioso di piante poste in vasi grossi come appartamenti. Entrò nell’ascensore tappezzato di rosso cardinale e salì al quinto piano.

“Sono arrivata!” percepì subito l’atmosfera tesa, e difatti nessuno le rispose.

Barbara esitò. D’accordo, era solo la donna delle pulizie ma almeno avrebbero potuto salutare. D’altro canto si sentiva nell’aria un odore di conflitto familiare nel quale lei non c’entrava niente. Non era la sua famiglia quella, e improvvisamente si sentì un’intrusa.

Non era nemmeno il lavoro che avrebbe voluto fare, quasi quasi se ne tornava a casa.

Si avviò invece verso la cucina e per poco non si scontrò con Ambra, la figlia diciannovenne di casa, che ne stava uscendo furiosa.

“Sono stufa di essere trattata come una poppante, guardami, esco per la prima volta con il mio fidanzato e lei pretende che indossi questa, questa, ma guardami” ripeté “sembro il giorno della Prima Comunione!”

La camicetta denigrata da Ambra era bianca e carica di volant. Una camicetta che a Barbara piacque molto.

“Se il mio parere conta qualcosa, la tua camicetta è bella.”

“Davvero?” chiese Ambra sorpresa. “Beh, io me la cambio lo stesso.”

Barbara sorrideva ancora quando entrò in cucina dove trovò la signora Livia che l’aspettava. Aveva l’aria sofferente. Del resto veramente allegra, Barbara, non l’aveva vista mai.

“Buongiorno Barbara, l’ho sentita parlare con Ambra.”

Di fronte a quell’espressione addolorata lei cancellò il sorriso dal viso.

“Deve essere molto emozionata, per lei sarà una serata importante.”

“Sì, presumo di sì.” Livia cominciò a spostare i bicchieri nel lavello, ma senza avere realmente intenzione di metterli a posto, in fondo quello era compito della domestica. “Lei ha figli, Barbara?”

“Sì, un bambino di due anni, Filippo.”

“È ancora presto per la fidanzata.”

E così in due parole Livia l’aveva sistemata: non può capire cosa sto provando io in questo momento, perciò non s’immischi. “Ah, a proposito, quando ha finito qua, ci sarebbero da togliere le tende in sala, temo che per noi oggi sarà una giornata campale.”

Stirò le labbra in un freddo sorriso e uscì dalla cucina lasciando Barbara sola di fronte agli avanzi della colazione.

“Per noi?” mormorò quest’ultima sentendosi già stanca alle novedel mattino.

Era a servizio presso la famiglia Brianza da quattro mesi. Non sapeva molto di loro: il marito era un ingegnere affermato, piccolo, dalla muscolatura nervosa, con un viso dall’espressione gentile, che a casa non si vedeva mai. La moglie, Livia, architetto presso lo studio del proprio padre, andava a lavorare quando ne aveva voglia. Avevano perso una figlia poco più che ventenne da poco. Infine c’era Ambra, la secondogenita. Graziosa e minuta come il padre, era iscritta da un anno presso la Facoltà di matematica.

Barbara non poteva lamentarsi di quella famiglia. I datori di lavoro erano gentili, educati, ma la trattavano come una cameriera. E, se l’evidenza dava loro ragione, Barbara trovava riduttivo essere trattata al pari o poco più di una aspirapolvere, così il suo amor proprio ne soffriva.

Con Ambra era stato diverso fin da subito. Probabilmente la madre le aveva spiegato come si tratta con il personale e lei, con altrettanta probabilità, aveva deciso di fare a modo suo. Ne era nato un rapporto disinvolto fatto di complicità e senso dell’umorismo.

Barbara stava rassettandola camera della ragazza quando se la vide di fronte con un paio di jeans logori, una maglietta poco più ampia di un reggiseno e truccata come il fondale del Mar Rosso.

“Beh?, come ti sembro?” La ragazza si voltò per mostrare due ampi strappi nei jeans all’altezza delle natiche.

“Quasi nuda.”

“No, ma dico, hai notato le mutande?”

Si trattava di minuscoli slip giallo limone con disegnate piccole api posate su margherite. Barbara le contemplò con interesse, apprezzando i progressi dell’intimo nel campo della comunicazione non verbale, e concludendo: “Serata da messaggi in codice.”

Recensioni degli utenti (solo registrati)

Valutazione 
26/10/2016

Da leggere

Un apparente suicidio.
Sospetti che si intrecciano in un sottile gioco psicologico dove non tutto è come sembra.
Sentimenti e finzioni si sfidano lungo una trama scorrevole e ben articolata.
Il lettore trova spazio per giocare con la sua immaginazione e spazio per riflettere una volta di più sulle pulsioni umane, sulle debolezze, sulle paure, sulla meschinità che appartengono tanto all’uomo quanto alla donna. E spazio per scorgere una luce sana brillare in altri protagonisti di questo bel romanzo.
La lettura è piacevole e coinvolgente. L’ambientazione molto realistica e concreta (la regale Torino) contribuisce a calare il lettore dentro un’ipotetica realtà ben delineata e a rendere più efficace la storia.
I personaggi son caratterialmente ben delineati e credibili.
Consiglio la lettura agli appassionati del genere, troveranno nella penna di Manuela una piacevole sorpresa.

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Sarà mica per sempre

Sarà mica per sempre

Autore: Manuela Leonessa

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