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Nero pesto Visualizza ingrandito

Nero pesto

ISBN 978-88-6690-333-8

Nuovo prodotto

Autore: Emanuele Gagliardi      

Formato: Libro cartaceo - 406 pagine

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16,00 €

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RECENSIONE

Roma, 1979. Sono gli anni in cui eversione nera e terrorismo rosso insanguinano la Capitale aggiungendosi agli attacchi diretti allo Stato culminati nel rapimento e uccisione di Aldo Moro. Omicidi, sequestri, rapine, violenze hanno spesso connotazione ideologica e così, quando un portinaio di 60 anni iscritto al MSI, Alfredo Mancini, viene trovato morto, orrendamente mutilato, il commissario capo della Squadra Mobile Umberto Soccodato si indirizza senza esitare sulla pista politica, benché le caratteristiche del delitto lascino ipotizzare un movente passionale forse omosessuale. Qualche giorno dopo, nello stesso stabile, avviene un secondo omicidio. A parte il teatro dei delitti e le simpatie destrorse delle vittime, non parrebbe esserci un comune denominatore tra i due casi. Ma è davvero così? Soccodato e i suoi collaboratori si muovono non senza grossi rischi e affanni nel sottobosco del terrorismo neofascista che per le sue aderenze con gli ambienti istituzionali e con la grande criminalità capitolina si rivela un nemico quanto e forse più insidioso delle temibili e meglio organizzate formazioni eversive di sinistra.

INCIPIT

«Un po’ d’acqua, presto!»

«Un bicchiere d’acqua per il signor giudice!»

Alla fine arriva il bicchiere d’acqua e il sostituto procuratore Formica, terreo, fronte imperlata di sudarella gelida, ne manda giù un sorso. L’hanno fatto sedere all’aria, qui nella corte del comprensorio di Via Angelo Emo 131 dove siamo a constatare l’assassinio del portinaio segnalato per telefono da un’inquilina poco dopo le 6 di stamane. Già, perché non bastava che stessimo in piedi dall’una, grazie ai fascisti che hanno messo una bomba al Campidoglio! Cinque chili di tritolo… ’tacci loro!! Il Palazzo Senatorio mezzo sventrato e la statua del povero Marco Aurelio deturpata! E c’è da benedire il temporale ché non c’è scappato il morto! Tornando al giovane magistrato semiesanime, ha ceduto alla vista del cadavere del signor Alfredo Mancini, nato a Sant’Oreste sessantuno anni fa, celibe secondo la carta d’identità e le dichiarazioni dei condomini, trovato morto nell’angusto retro della guardiola sita al centro della corte a pochi metri dal cancello d’ingresso. Ha ceduto, il giudice, perché al disgraziato, supino e nudo in un lago di sangue e con un’espressione terrificante stampata sul viso, sono stati asportati in modo violento e grossolano il pene e parte dello scroto che adesso si trovano ai piedi del corpo sotto forma di una male identificabile poltiglia di carne sanguinolenta. Per di più, l’autore dello scempio s’è divertito, è da vedere se prima o dopo l’orrenda mutilazione, a infilare nel retto della vittima una bottiglietta di profumo Pino Silvestre, quella con il caratteristico tappo a pigna comune al bagnoschiuma Vidal. Formica è arrivato proprio mentre il medico legale stava sfilando il reperto dal sito in cui l’aveva cacciato il malvagio e dall’ano devastato fuoriusciva una nauseabonda eruzione di sangue misto a materia fecale semiliquida. Evidentemente i maestri del povero sostituto, Tertulliano, Ulpiano, fino a più attuali principi del… foro, sulla cui scia ha intrapreso con entusiasmo la carriera, non lo hanno edotto sulla possibilità che da certi orifizi massacrati possano venir fuori cose infernali!

«Non ha altre ferite» dichiara freddo il dottor Paselli.

«Beh, direi che bastano!»

«È… morto dissanguato?» si inserisce il magistrato con una vocetta gialla.

«Forse è morto pure prima di dissanguarsi – puntualizza il dottore. – Comunque…»

«…saprà essere più preciso dopo l’autopsia.»

«Come fa a saperlo, Soccodato?!»

«Leggo gialli da sempre. E faccio il poliziotto da una vita…»

È arrivato l’amministratore del condominio. Tipetto agitato, basso e calvo con a occhio e croce una ventina di chili oltre il peso forma. Uno come me, insomma!

«Ho le chiavi dell’abitazione del portiere che m’avete chiesto…» dice mentre mi viene incontro mostrando due chiavi tenute insieme da un semplice anello.

«Andiamo, allora.»

Ho un cerchio alla testa per il sonno e per il disgusto.

«Posso vederlo, commissario?»

«Non glielo consiglio.»

«Ho fatto la guerra…»

«Quand’è così… s’accomodi.»

Ma nel bugigattolo con il cadavere ci rimane manco tre secondi e quando esce è quasi più bianco del giudice Formica.

«È lui» dichiara per mascherare la nausea.

Ma che fosse lui lo sapevamo già perché abbiamo trovato subito i calzoni con il portafogli e tutti i documenti.

«Non mi sono ancora presentato, – cambia discorso ma non riprende i colori – sono Cocuccioni Mario, amministratore.»

«Commissario capo Umberto Soccodato, Squadra Mobile.»

Nel retroguardiola dove il signor Mancini giace evirato e deflorato ci sono solo una scala di legno, qualche scatolone inzuppato di umido e muffa, una cassetta di utensili, una seggioletta e un tavolino di quelli pieghevoli da picnic. Nel suo appartamento, al seminterrato di una delle palazzine, – camera, bagnetto e cucinino – non c’è molto di più. Il che conferma il celibato dello sventurato. Nel bagno, poco più grande di quello di un treno, oltre al vaso, al lavandino e a un bidet portatile, ci sono uno specchio a muro crepato all’angolo sinistro e una mensoletta nera con sopra un bicchiere con dentro spazzolino, dentifricio e pettine, la macchinetta Gillette di alluminio col pennello e il sapone, una scatolina di lamette Bolzano e l’impronta rotonda di qualcosa che mi sa tanto deve essere stata la bottiglietta del Pino Silvestre che ha fatto la brutta fine che ha fatto!

In camera c’è puzza di cavoli e cipolla come in cucina e al bagno dove si unisce al sentore di orina e tubi fracichi. Sul letto, un lenzuolo solo sotto e una coperta militare di quella lana aspra che a toccarla ti fa risuonare nelle orecchie la vociaccia del sergente istruttore. Pochi indumenti in un piccolo armadio: la divisa coi galloni che fa sentire importanti i condomini, tre camicie bianche con colletti e polsini un po’ lisi, due paia di calzoni, un giubbetto, la tuta da lavoro, due cravatte tristi. C’è pure un comò a quattro cassetti dentro cui stanno ammucchiati pedalini, mutande, canottiere, maglie di lana, due-tre golf e… un bel po’ di riviste porno stropicciate da ripetuto uso liberatorio tipico dell’uomo solo. Nell’ultimo cassetto, una cosa che sulle prime mi sembra un telefono di quelli neri che in molti abbiamo ancora a casa. Ma non è un telefono. È una sviluppatrice. Agfa Rondinax. Ne avevo una uguale più di dieci anni fa. Serve a sviluppare le pellicole in bianco e nero senza dover disporre di un luogo assolutamente buio come è necessario usando le più comuni sviluppatrici a tank. Un oggetto che, a pensarci bene, non c’entra proprio con il resto di questa casa. Non c’è una fotografia in giro! E meno ancora una macchina fotografica. Comunque la Rondinax dev’essere stata usata di recente perché puzza di idrochinone. Da vecchio fotoamatore, so dove cercare: sotto il lavello di cucina, insieme con lo sturalavandini, lo spray anti formiche e scarafaggi e detersivi vari, riconosco il flacone rosso del rivelatore Tofen S37 e la bottiglia del fissaggio. C’è tutto per sviluppare negativi. Ma le foto dove sono?

Chiamo il brigadiere Pizzochero, quello che somiglia a Causio, e gli dico di aggiungere la Rondinax alle cose sequestrate.

«Che altro abbiamo?» voglio sapere.

«Settantamila lire in banconote da diecimila, cinquemila e mille; una tessera del MSI a nome della vittima rilasciata dalla sezione di Via Ottaviano 9; le chiavi di una macchina e una chiave a doppia mappa…»

«Cosa apre quella chiave?»

«In pratica niente, dottore. La guardiola e l’abitazione si aprono con comuni chiavi… Quelle che aveva l’amministratore e che ha visto pure lei.»

«Un momento… mi faccia capire: addosso al morto, nei suoi vestiti o da qualche altra parte non avete trovato le chiavi di casa? Se l’appartamento era chiuso avrebbe dovuto averle con sé….»

«L’appartamento era chiuso, dottore, tant’è che abbiamo mandato a chiamare l’amministratore e siamo tutti entrati, lei compreso, solo dopo che lui ci ha aperto. Però non abbiamo trovato altre chiavi se non quelle dell’auto e questa che, le ho detto, non apre niente, né qui né in guardiola.»

«E la guardiola non era chiusa a chiave?»

«No, era aperta. La condomina che ci ha chiamato ha scoperto il delitto proprio perché la porta era socchiusa ed è potuta entrare.»

«Quindi… c’è da pensare che le chiavi del portiere se le sia portate via l’assassino!»

«Si direbbe…»

«Ma allora perché ha lasciato aperta la guardiola? Avendo le chiavi poteva chiudere, almeno per ritardare la scoperta del misfatto…»

Continuo a ragionare: «A meno che non volesse affatto ritardare la scoperta…»

«Intende dire che fosse tanto sicuro di farla franca da non preoccuparsi di avere più tempo per allontanarsi?» Pizzochero è perplesso.

«In un certo senso sì… Oppure si è trattato di un gesto irrazionale, automatico… Beh, direi, che qui abbiamo finito…»

«Anch’io avrei finito.» È il dottore.

«Allora faccio portare via il morto.»

«Quando vuole.»

«Certo, poveraccio, che fine terribile!»

«Può ben dirlo! Come lei ha detto prima rubandomi la parte, sarò più preciso dopo l’autopsia, ma da quanto già ho potuto constatare, ho ragione di credere che il membro gli sia stato strappato… a morsi!»

«Sta scherzando?!»

«No.»

«Lo ha detto al giudice?»

«Glielo dica lei, quando avrà smesso di vomitare!»

«Non può dargli qualcosa per farlo star meglio?»

«Gli ho consigliato un antiemetico. Ha mandato un agente a comperarlo. Pare ci sia una farmacia poco distante.»

«Sì, è vero, lo so perché mia figlia abita da queste parti. Ma, tornando a noi, chi può aver fatto una cosa del genere? Un pazzo? Un sadico? Un maniaco?»

«Ah, questo potrebbe saperlo meglio il suo collega Cipriani… L’unica cosa che posso dirle a mio modesto parere è che quello che ha fatto una cosa simile ha qualcosa che non va nell’anima oltre che nel cervello! Bestiale! Senza offesa per le bestie, s’intende.»

«Allucinante.»

«Allora, caro commissario, io torno ai miei… pazienti.»

«Più pazienti dei suoi! Non dicono mai niente…»

«Soccodato, questa è deboluccia per un trasteverino verace!»

«Già. Consideri però che sono le sette di mattina e stanotte ho dormito neanche un’ora e mezza!»

«D’accordo, gliela faccio passare… A proposito, che mi dice della bomba? Venendo qui ho sentito la notizia alla radio…»

«Sono stati i fascisti. Per quanto ne sappiamo fino adesso, più che alla strage stavolta hanno puntato allo sfregio. Hanno voluto colpire il Comune, forse perché per la prima volta c’è una giunta di sinistra…»

«Argan è andato a vedere?»

«Sì. È arrivato sul posto poco dopo. Brutto risveglio pure per lui, nel cuore della notte… Ma forse qualche minuto di sonno più di me se l’era fatto. Io, per via delle coltellate a un ragazzo comunista a Torpignattara, ero tornato a casa alle dieci e mezza passate… ho fatto a tempo a cenare e a vedere un po’ di televisione. Mi ero messo a letto da poco quando mi hanno chiamato…»

«Fascisti, comunisti… Sembra un macabro gioco a botta e risposta!»

«Ho l’impressione che dopo gli arresti del giorno 7 che forse hanno decapitato i vertici delle Brigate Rosse e degli Autonomi, i fasci si sentano ringalluzziti e ci tengano a far vedere che ci sono pure loro!»

«Che roba!»

L’amministratore, Cocuccioni, il tipetto grasso e agitato, parla e si sbraccia circondato da un capannello di gente come un divo all’uscita da Cinecittà. Meno male che c’è lui a catturare l’attenzione dei curiosi e dei morbosi mentre caricano il cadavere sull’ambulanza.

Dal portoncino di una delle palazzine esce il sostituto Formica accompagnato da un agente. Devono avergli dato la pasticca e forse gli sta facendo bene. Ha le orecchie a sventola tipo Andreotti e pure gli occhiali sono simili. Però questo, a parte che è parecchio più giovane, non è gobbo. La faccia ce l’ha larga, quasi troppo grossa per il fisico esile fasciato dall’impermeabile a doppio petto. Un bel Burberry beige. Peccato se lo sia sporcato di vomito sul bordo.

«Torna a Piazzale Clodio, dottor Formica?»

Annuisce con il capo e si infila nell’Alfetta. Neppure ha avuto la forza di dire il “mi tenga informato” di rito… Deve stare proprio male! Per quelle poche parole che gli ho sentito dire sembrerebbe romano, ma è la prima volta che lo vedo. Chissà, forse è al primo incarico “tosto”!

«Dottore, quelli della Scientifica avrebbero terminato» m’avverte il brigadiere-Causio.

«I condomini… li avete interrogati?»

«Nessuno ha visto o sentito. Salvo la signora che ci ha chiamati, è ovvio, la quale s’è accorta dell’accaduto perché mentre usciva per recarsi al lavoro ha cercato il portiere e lo ha trovato… ridotto in quel modo.»

«Ma questa… perché cercava il portiere all’alba?»

«Dice che ha il rubinetto in cucina che perde. Pare che la vittima si arrangiasse con lavoretti di idraulico e elettricista per quelli del palazzo.»

«Hai preso le generalità?»

«Certo, dottore. La signora si chiama Mercuri Rosina, fa la domestica…»

«Vabbe’, fa quello che vuole… a noi interessa che abbia scoperto il delitto. Ah, un’altra cosa: la macchina della vittima, l’avete trovata?»

«Ce l’ha indicata l’amministratore: una Nsu-Fiat 1100 famigliare, color panna. Sta parcheggiata dall’altro lato della strada.»

«L’avete perquisita?»

«Veramente… no.»

«E che aspettiamo?! Facciamo le indagini a rate! Ce l’ha ancora le chiavi?»

«Sì, eccole.»

«Dia qua, ci guardo io.»

«Vengo con lei, dottore.»

«Sbrighiamoci.»

L’auto di Mancini non sarebbe più loquace della sua laconica dimora se non fosse per una vecchia valigia nel bagagliaio, di quelle di cartone rivestite in tessuto scozzese da emigrante anni Cinquanta. Dentro ci troviamo un ingranditore completo di trasformatore e telai porta-negativi, un portalampade con cavo, spina e lampadina rossa, un timer con carica a molla… insomma una camera oscura portatile! Completa l’attrezzatura rinvenuta prima. Ma, lo ripeto, se a Mancini piaceva la fotografia, perché non c’è una foto a casa sua?!

«Andiamocene, va’…»

«Lei ha la macchina sua, dottore, o vuole che…»

«Vado con la mia, non si preoccupi. Torni in questura con gli altri. Io sarò lì non prima delle nove.»

«Vuole starsene sul luogo del delitto da solo, come insegna Maigret, vero dottore?»

Pizzochero lo sa che ho un debole per Maigret. Ma non sa, e non deve sapere, né lui né nessun altro in ufficio, che da quando ho visto Maigret in Tv ho cominciato a fumare la pipa per imitarlo anche se, ahimè, di Gino Cervi non ho l’altezza e neppure i capelli… al più la circonferenza!

«Il luogo di un delitto dice sempre qualcosa, ma bisogna ascoltare questo sussurro quando intorno è tutto silenzio» filosofeggio. E Pizzochero-Causio si ritira pieno di ammirazione in una delle due Giulie che si allontanano senza sirena verso San Vitale.

A dirla tutta ’sto luogo del delitto mi deve dire proprio niente. Il mio piano è un altro: voglio andare a Via Cipro al bar Harvey a fare colazione come si deve. A casa Marietta a fatto in tempo a prepararmi solo un caffè! Quello che ha chiamato dalla sala operativa era così agitato che sembrava avessero ammazzato il presidente della Repubblica! E poi, visto che con l’orario ci siamo, farò una sorpresa ad Anita che va a scuola qui alla Vico. Fingerò di incontrare per caso lei ed Elisabetta che l’accompagna. Formica ha avuto bisogno dell’antiemetico, per me nulla è meglio di una boccata di famiglia per sopportare l’orrore delle cose che sono costretto a vedere.

Ad Anita piace Harvey perché sull’insegna c’è un leprotto tanto carino. L’unico difetto di questo bar è che non c’è uno sgabello dove sedersi. Mi sistemo in fondo, in piedi, un po’ in disparte con il cappuccino fumante e il cornetto da inzuppare. A Marietta non piace che faccia la zuppetta nel caffellatte quando siamo in pubblico, ma per me non c’è colazione senza questo gesto e questo sapore infantile e confortante.

Buffo quell’amministratore… Come si chiama? Cuccioloni? Prendo il taccuino: Cocuccioni. Cocuccioni Mario. Sembra l’ometto del carosello Fabello“lucida nuovo, lucida bello”

Dopo colazione ci vuole una pipa. Fa freschetto per essere aprile. Speriamo che la settimana prossima il tempo sia buono: il 25 Anita farà la Comunione. Sono le 7.35. Elisabetta e Anita non escono prima delle 8. Peccato che la Standa a Via Gualtiero Serafino sia chiusa a quest’ora, sennò mi sarei imbucato. Dovrei pure ricomprare il dopobarba…

A proposito di profumi… ma perché a quel poveraccio gli hanno infilato dietro il Pino Silvestre? Che orrore! Per non parlare del resto… In tutti i modi qualcosa non mi convince: come mai è stato ammazzato in guardiola? Perché almeno questo è sicuro. C’è un sacco di sangue, ma solo lì. Significa che lì è morto, ma c’era entrato vivo. Consenziente? Le poche cose sembrano a posto e non ci sono tracce evidenti di resistenza, di colluttazione… L’omicida deve aver agito con fulminea decisione. Certo che, cavolo, per staccare l’“attrezzatura” in quel modo a uno senza che si ribelli bisogna avercela a portata di… denti!... Oh, Signore!

Adesso che ci rifletto… Mancini aveva una pila di giornali porno: Le ore, Men, Playboy… i classici! Gli piacevano le donne. Perciò è assai probabile che fosse una donna ad avere a portata di morso il suo “apparecchietto”! Lo avrà colto a tradimento. Lui sta lì rilassato, pronto a godersi il servizietto, invece… zacchete!... quella lo spedisce all’altro mondo! Si muore sul colpo se ti staccano il pisello? Non credo sia bastato un morso solo… puah!

Uffa! Viale delle Medaglie d’oro in salita è tremenda. C’è un bar all’angolo con Via Luigi Rizzo che ha il telefono a gettoni all’esterno. Automaticamente frugo nelle tasche. Ma no, ci ripenso, perché telefonare? I ragazzi nemmeno saranno arrivati a San Vitale. E neppure Mancini all’obitorio… E poi, il capo sono io. Mi autorizzo due ore di libertà!

Hotel Pacific. Uh! Era tempo che non passavo davanti a questo albergo. Capita a cecio in tema di morti “singolari”: qui una mattina abbiamo trovato un ufficialone sovietico morto d’infarto dopo essersi fatto prendere a calci sulle palle da una troia serba per buona parte della nottata! 1

Come prevedevo, Standa è chiusa. Forse il tabaccaio di fronte vende pure profumi…

«Una busta di Clan aromatico e… avete profumi da uomo?»

Il tabaccaio, gentile, mi chiede quale desideri.

«Ce l’ha il Tabacco d’Harar?»

Non ce l’ha. Dice che hanno Atkinsons, lavanda e colonia, Monsieur de Givenchy in confezione regalo,Brut e anche… Pino Silvestre. Non credo che comprerò più Pino Silvestre dopo averlo visto dove l’ho visto oggi! Peccato per il Tabacco d’Harar. Lo so che è quello che usa Fantozzi per conquistare la Silvani, ma a me piace! Prendo solo il Clan.

La pipa s’è spenta.

Perché non c’erano le chiavi di casa del signor Mancini? A che scopo le avrebbe prese l’assassino? Assassina…

In un mondo che

non ci vuole più

il mio canto libero sei tu

E l’immensità

si apre intorno a noi

al di là del limite degli occhi tuoi

Nasce il sentimento

nasce in mezzo al pianto

e s’innalza altissimo e va…”

1Emanuele Gagliardi, La maschera, Rai Eri, Roma 2011.

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Nero pesto

Nero pesto

Autore: Emanuele Gagliardi      

Formato: Libro cartaceo - 406 pagine

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