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L'ultimo eroe Visualizza ingrandito

L'ultimo eroe

ISBN 978-88-6690-345-1

Nuovo prodotto

Autore: Alessandro Spocci

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

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PRESENTAZIONE

Alessandro Vinci riapre gli occhi dopo un mese di coma nell’ospedale di Sharm El Sheik e lentamente ricorda gli avvenimenti che l’hanno portato fin lì.

Durante la sparatoria in cui si è trovato suo malgrado coinvolto, sono stati rubati cinque milioni di euro in contanti e il primo indiziato è proprio lui.

Dopo la lunga riabilitazione torna a Roma, ma il rapporto con l’ex moglie Caterina sembra irrimediabilmente compromesso, anche a causa della turbolenta relazione con la giovanissima Elena.

I dubbi tra la stabilità di Caterina e la passione di Elena diventano protagonisti della sua nuova vita, mentre il passato continua a rincorrerlo dall’Egitto all’Italia.

Il trafficante d’armi tedesco Loal Richten, il disperato mercenario Gus Mastricht, il fuggitivo Lorenzo Vignaccia e il detective Jack Norton incrociano le loro strade con quelle di Vinci alla ricerca dei cinque milioni di euro scomparsi.

Il finale riserverà però una sorpresa in questo romanzo d’azione scritto con lo stile ruvido e stringato dell’hard boiled.

INCIPIT

I miei occhi sono socchiusi, come la porta della mia vita indecisa sulla prossima mossa.

Non è un gesto volontario.

Fatico a mettere a fuoco quello che entra nelle mie pupille stanche e fastidiosamente irritate e le sagome indefinite mi ricordano un quadro astratto senza significato, completamente staccato dal suono circostante.

Non ci sono oggetti, ma soltanto una riga lunga che divide il grigio dal nero della superficie in un contrasto marcato, a dispetto di tutto il resto: quella riga è l’unica cosa che distinguo chiaramente.

Mi fanno male come se non si fossero chiusi completamente per troppo tempo e non capisco immediatamente la situazione, ma mi rendo conto di non essere in grado di muovere nessuna parte del mio corpo.

È come se il cervello mandasse ordini a vuoto.

Non è un risveglio improvviso, di quelli che ti fanno gridare in preda al panico della non conoscenza: riemergo dal sonno lentamente, quasi accompagnato da una musica lontana che non sento abbastanza bene per riconoscerne il suono, una via di mezzo tra Gus Black e Jorge Calderon.

Non mi muovo e, a essere sincero, non so neppure se sono vivo.

La testa si può girare molto poco e molto piano e la sensazione che provo è indescrivibile.

Vedo tutto sfuocato di fronte a me, non distinguendo nulla di diverso dal colore bianco acceso che copre meticolosamente ogni dettaglio.

La musica lascia spazio all’unico suono che riesco a percepire, quel regolare e irritante bip bip bip che mi martella la testa.

È da poco che lo sento, segnale chiaro che devo aver ripreso coscienza solamente da qualche minuto.

Bip bip bip.

Di nuovo.

Bip bip bip.

Intuisco di essere in un ospedale anche dall’odore fastidioso.

Forse sono in stato vegetativo e non me ne rendo conto, oppure ci sono rimasto fino a qualche minuto fa.

I miei ricordi sono vaghi, in un miscuglio di scene ed emozioni che non riesco a mettere in ordine.

Credevo di essere morto.

Bip bip bip.

L’ultima immagine presente nella mia testa è quella di tanti uomini che mi sparano e mi fanno crollare a terra.

Sì, io ero morto.

Per questo mi sembra così strano trovarmi qui, da solo, nella più fastidiosa delle tranquillità.

Arabi.

Ero circondato da arabi.

Tanti uomini di mezzo colore che mi puntavano le armi addosso e mi bucavano come il più semplice degli obiettivi di una caccia collettiva.

Non sento dolore.

Non sento niente.

Comincia a tornarmi in mente il contesto, il perché di quegli spari, di quel luogo sporco.

Caterina.

È per lei e me ne sono ricordato ancora prima di ricordarmene, come l’avessi sognata fino a un attimo fa.

È il suo sguardo spaventato, l’ennesima promessa non mantenuta, ritornare a casa insieme a lei.

Ora lo ricordo chiaramente.

Ho sacrificato la mia vita per la sua.

Sarebbe stato un dolce morir.

“Caterina.”

Penso che sia la prima parola che la mia bocca riesca a pronunciare, perché immediatamente il suono dello strumento che mi sta monitorando aumenta di ritmo e qualcuno arriva di corsa da me.

Caterina.

È una sagoma magra e indefinita, difficilissima per me da descrivere in modo più preciso.

Una donna.

La vedo poco e male.

Mi ci vuole un po’ di tempo e qualche suo movimento, prima di cominciare a inquadrarla come una persona e non una formina stilizzata e senza profondità.

È mora.

I miei occhi sono ancora socchiusi.

Non mi rendo conto di quello che il corpo, totalmente indipendente dalla mia volontà, stia facendo.

Sto parlando o rimane tutto nella mia testa?

Vorrei dire un sacco di cose, ma soprattutto fare la domanda più importante per me: Caterina è ancora viva?

Vedo la ragazza che mi sta di fronte muovere le labbra, ma non sento nulla e non riesco a far altro che rimanere immobile a fissarla.

È come un sogno.

A un tratto credo di riaddormentarmi, trascinato dal torpore e dalla stanchezza di restare in questo stato troppo faticoso per le mie energie residue.

Non succede.

Devo avere una brutta faccia, una gran brutta faccia.

Chissà che immagine potrebbe avere di me questa infermiera, vedendomi da tanto tempo in stato vegetativo.

Mi vengono in mente le immagini di persone che ho visto ai telegiornali, o nei film, ridotte in quello stato per sempre e mi sale una sorta di sensazione di rifiuto per me stesso.

Ero così bello.

No, pensandoci un attimo in modo serio, non lo ero: forse affascinante ma bello non direi.

Sì, di questo sono certo: il classico maschio italiano, rozzo quel tanto che basta per piacere alle donne e fare invidia ai francesi.

Devo sapere se è viva.

Non può esserle accaduto nulla, perché io ho dato tutto me stesso in cambio della sua seconda possibilità.

Questa infermiera probabilmente nemmeno parlerà la mia lingua quindi, anche una volta riprese le capacità elementari, non so come riuscirò a comunicare con lei.

Dovrò avere pazienza.

Le scene ritornano nitide nella mia testa, come in un pericoloso e sofferente cocktail di ricordi.

Al Jadir Houssain era il capo di quegli arabi: è morto, per mano mia.

Quel potente quanto inutile figlio di puttana non potrà più perseguitare né me, né le persone a cui voglio bene.

Mi trovavo in quella stanza grande e gli puntavo una pistola alla testa, mentre i suoi uomini facevano lo stesso con me.

Saranno stati una trentina, forse anche di più e io li tenevo tutti in scacco perché sapevano che alla prima mossa falsa non avrei esitato ad ammazzare il loro capo.

Non appena ho premuto il grilletto e mandato al creatore Al Jadir Houssain, i maledetti hanno cominciato a sparare senza ritegno bucandomi ovunque, ma prima di cadere ne ho colpiti diversi, anche se non saranno mai abbastanza.

Rimbombano nella mia testa i suoni delle pistole che sparano in un bagno rosso che neppure io, pluriomicida e sempre nei guai, avevo mai visto da tanto vicino.

Loro cadevano come foglie secche durante un ciclone e io li vedevo con i miei occhi che forse proprio per questo mi fanno tanto male ora; e nella mia testa pensavo fosse da pazzi, sapevo che sarei morto, non avevo la minima idea di quando aspettarmi il colpo decisivo.

Non provavo dolore, come se la ubris della mia anima avesse preso il controllo dei miei nervi già da un po’.

L’ho fatto davvero.

In ogni caso non credo che mi cercheranno più, dato che il loro capo è finito per sempre.

Il mio cuore ha un sussulto, un momento di dispiacere profondo, ingestibile per la coscienza.

Mi appare nitida una figura familiare, talmente vicina da riconoscerne quasi l’odore esotico: la barista conosciuta proprio qui, in Egitto.

Flora.

Non ho memoria di tutte le parole con cui mi ha avvolto durante l’unica notte trascorsa insieme, né del paese che le abbia dato i natali, ma non riesco a dimenticare i suoi occhi pieni di tristezza, una tristezza sensuale e dolce al tempo stesso.

È stata uccisa in un hotel per colpa mia, con il semplice peccato di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Una dolce, bella e giovanissima donna, ha perso la vita per colpa mia.

E poi il mio amico Luca con sua figlia Adele.

Li ho visti partire per tornare a casa poco prima di cacciarmi in quel casino.

La paura di quella bambina è impressa nella mia memoria gelida, come un fossile nascosto per bene e impossibile da estrarre.

È stato il suo rapimento la causa iniziale del mio viaggio in Egitto e, a essere sincero, non pensavo che avrei mai potuto odiare un luogo più di Londra, la città maledetta in cui ho combattuto un’altra guerra terribile.

Mi domando come abbia fatto a sopravvivere a questi due posti tanto lontani e così diversi.

Ricordo di Londra tutti i perfidi nemici e ogni degno alleato, ma uno su tutti sarà sempre per me indimenticabile: Jack Norton.

L’agente Jack Norton.

Quando lo conobbi, non mi piacque per nulla: era un poliziotto silenzioso, che pensava molto prima di aprire la bocca, forse condizionato dalla sua esperienza da infiltrato all’interno di un’organizzazione malavitosa londinese.

Lo considerai subito il contrario di me e probabilmente per questa ragione non mi suscitò la minima simpatia.

Mi offese al nostro primo incontro e ci mancò poco che arrivassimo alle mani, ma dovevo capire che non posso risultare simpatico a tutti al primo appuntamento.

Eppure sbagliavo: con il senno di poi, mi sbagliavo di grosso.

Quel poliziotto malmostoso e con la faccia troppo seria mi salvò la vita e se sono qui oggi, una parte di merito è anche sua.

In Egitto non ho avuto alcun aiuto dall’esterno, non c’è stato un Jack Norton a salvarmi la vita, ma solo la fortuna e il mio corpo tanto acciaccato quanto resistente.

Devo esserne orgoglioso.

Ogni pezzo sta tornando al suo posto.

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