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I muri del buio Visualizza ingrandito

I muri del buio

ISBN 978-88-6690-371-0

Nuovo prodotto

Autore: Lu Paer

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

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PRESENTAZIONE

Lorenzo è un giovane romano avvenente e sfaccendato. La sua vita cambia radicalmente un giorno quando decide di trascorrere una settimana sulle Dolomiti. Qui incontra Anna, convinta ecologista e acerrima nemica della caccia; il giovane è affascinato dalla ragazza, dalle sue idee e dai suoi amici animali e, a poco a poco, cambia la sua visione del mondo e comprende quanto sia sbagliato uccidere gli animali per il semplice gusto di farlo. Ma il tranquillo villaggio di montagna viene sconvolto da una serie di inquietanti delitti, che coinvolgeranno anche Anna e Lorenzo.

INCIPIT

Val Zoldana maggio 2003.Vicinanza Monte Pelmo

Cercava l’assoluto, sempre. Estremizzava ogni cosa, come se nel mezzo ci fosse solo la morte. E ogni volta arrivava a un passo, a un soffio. E ogni volta mancava qualcosa. Fu il turno del silenzio, unico alleato in grado di spegnere quei pensieri e immagini che non riusciva più a contenere, e che la sera si trasformavano in pulsioni. Iniziò a cercare un luogo dove non sentire alcun suono, pregno di un silenzio immobile, perché anche l’aria mormora e il vento respira, gli alberi, i sassi, l’acqua… tutto vive e sussurra incessantemente. Trovò rifugio in una stanza, e iniziò ad ascoltare. Dapprima percepì solo i rumori evidenti, che chiunque avrebbe udito. Allora insonorizzò le pareti, si informò sui materiali che avrebbero trasformato quelle mura in una tomba, fece impazzire i tecnici, ma ogni volta sentiva qualcosa e si imbestialiva nel definirlo: uno scricchiolio, un fruscio, un sibilo. Cominciò col rincasare di corsa dal lavoro per precipitarsi in quel luogo dove sperava di incontrare l’assoluto. Una sera, gli sembrò di aver trovato quel vuoto che cercava, ma, quasi subito, pur nel silenzio più inquietante, iniziò a percepire un fischio. Come impazzito trattenne il respiro, forse era lui stesso, si disse, ma gli parve di distinguerlo al di fuori di sé. E allora, ostinato nella ricerca della provenienza, richiamò tutti i tecnici e li invitò a stanare quel suono che nessuno, a parte lui, udiva. Iniziarono così a sigillare, con nuovi strati, le pareti già sigillate: ogni anfratto, ogni angolo; il lavoro dei tecnici, ormai esasperati, era impietoso. Finalmente una notte, mentre annegava appagato in un silenzio assordante, si convinse di aver raggiunto lo scopo. Ma già l’indomani, sentì, prima lontano, poi sempre più vicino, arrivare quel brusio, non fuori, ora ne era certo, ma dentro di sé. Provò a ignorarlo, ma con l’impegno si rafforzava e amplificava, fino a diventare nitido e comprensibile. Allora si tappò gli orecchi chiudendo la testa fra le mani. Quel gesto, unito ad un dondolio, inizialmente gli diede una tregua, ma in realtà quel suono non smetteva. Tentò disperato di coprirlo con una nenia che ben presto si trasformò in un urlo interminabile, bestiale. Gridava, gridava, gridava, nessuno lo avrebbe udito in quella stanza dal silenzio di tomba, ma, quando smise, quella frase diventò improvvisamente chiara, non più un suono, ma un ordine: cerca ancora. Quella certezza lo lasciò sfinito. Iniziò a girare a cerchio su se stesso e capì che era tempo di agire.

Roma, 14 maggio 2003



Da quando mi è stato suggerito di posizionarmi, il venerdì sera, sotto il ponticello vicino alla ferrovia, così al mattino mi sarei ritrovato in tasca uno stipendio, il mio pensiero si alterna in modo ossessivo fra la soluzione catastrofica di dormirci, in quanto a breve senza fissa dimora, sotto il ponticello, e la soluzione, sicuramente meno catastrofica ma più dolorosa, di farmi crescere, sotto il ponticello, un grappolo di emorroidi. «L’importante» mi redarguiva Sandro, l’ambiguo suggeritore «è che indossi un paio di pantaloni sufficientemente attillati, a tinte tenui, e la brillantina sui capelli. «Tu sei bello» mi disse in quell’occasione la scorsa settimana «che problemi ti fai? Hai la capigliatura bionda e i lineamenti del viso perfetti, quasi effeminati: sei giusto il loro tipo!» E già sentivo un certo suggestionato bruciore. «Che ti frega» insisteva, mentre sgranavo gli occhi «stringi i denti una notte al mese e sei a posto! Magari finisce pure che ti piace, o per lo meno ti ci abitui. Te lo dice uno che ha sempre cercato scorciatoie per arrivare a fine mese.» E già lo invitavo a scendere dall’auto, a passo spedito, mentre lo accompagnavo al lavoro con la mia utilitaria perché la sua BMW era in lavanderia. «L’importante è che stringi solo le mascelle, e null’altro, sennò son dolori!» infieriva ridendo. Lo guardai malissimo, mi stava sfottendo alla grande e non potei nemmeno incazzarmi perché gli devo quattrocento euro che mi ha prestato tre settimane fa e che, molto probabilmente, non vedrà mai più.

Mi rendo conto che la vita che ho scelto sta dando i suoi frutti, e son cazzi. Sono un gran figlio di puttana e, ovviamente, mia madre non c’entra nulla. Ho fatto tutto da solo, sempre, dando il peggio di me. Sono una persona che tradisce: mi infilo con destrezza nelle situazioni di comodo per defilarmi prontamente diventassero scomode. Mi tengo sempre all’oscuro di quello che dovrei sapere, mentre mi aggiorno su ciò che non mi spetta. Sono nato in una famiglia agiata e per bene: padre commercialista, madre insegnante, terzo e ultimo figlio, unico maschio e, in quanto tale, cocco di mamma. Mia sorella maggiore è un ottimo avvocato, la seconda esercita la professione di medico, il sottoscritto è nullafacente, mantenuto, pacchia ora terminata perché da mesi i miei hanno deciso di tagliarmi i viveri. Tendenzialmente sono anche latitante, non ancora per la giustizia, ma non si sa mai. Ho cinque euro in tasca e ritrovarmi senza un centesimo mi fa stare come una mosca impazzita che cerca una fuga nella compattezza impietosa del vetro. Praticamente mi sento in trappola, dovendo scegliere fra ricaricare la scheda per telefonare a mia madre, confidando in un misero tentativo di corromperla, fare benzina o bermi un caffè.

Sono parecchio depresso, quindi scelgo la terza opportunità, cui aggiungerò una brioche alla marmellata. Doppia droga: l’ultimo desiderio di un condannato. A tutto questo si aggiunge una calura precoce e già opprimente a causa dell’umidità che mi fa essere sudato alle dieci di mattina. Detesto l’afa quando batte insidiosa. Amo maggio perché è il mese delle promesse e degli inganni, ma non a queste condizioni. Forse mi avanzano anche i soldi per una minerale. Ho i nervi a fior di pelle. Inoltre, sono adirato con me stesso perché mi sto accorgendo che ritrovarmi povero in canna mi sta rendendo ossequioso nei confronti del denaro; proprio io che l’ho sempre disprezzato, confidando nell’assegno mensile dei miei. Me ne sono reso conto l’altro giorno, quando, attraversando la strada sulle strisce pedonali, solitamente a passo di lumaca, ho accelerato al sopraggiungere di una Porsche che costava come l’attico di cui non posso più permettermi l’affitto. In quel momento mi sono odiato, per due motivi: il primo perché mi sono fatto, anche se inconsciamente, intimorire dal lusso, il secondo perché quella era la volta buona in cui avrei dovuto decelerare, così, investendomi, quella ricca mignotta al volante avrebbe potuto pagarmi come nuovo. E magari farmi anche da infermiera, visto che aveva due tette che potevano sostituire l’airbag.

Anche se la mia condizione è disastrosa, il pensiero di cercarmi un lavoro manco mi sfiora. L’unico tentativo fatto un paio d’anni fa a seguito dell’ennesimo ultimatum di mia madre mi ha portato a fare l’impiegato nell’azienda di un cliente dello studio di mio padre. Esperienza breve, direi fulminea. Appena il titolare mi sorprese a camuffarmi dietro lo schermo del pc, mai collegato all’elenco fatture, ma al mio profilo Facebook che utilizzavo soprattutto per infilarmi nelle feste romane anche se non ero invitato, mi mise alla porta. Nonostante i favori che doveva a mio padre. Ho trentadue anni, e sono un fancazzista convinto. Tuttavia, oggi questa consapevolezza ha il suo peso perché mi rendo conto che il mio umore è più storto di sempre.

E chi l’avrebbe mai detto che invece stava iniziando il mio giorno fortunato?

Mi dirigo verso il bar per fare colazione, saluto Mario che si sventaglia dentro lo sgabuzzino dell’edicola che gestisce, quando vedo un cane di mezza taglia in mezzo alla strada che attraversa zigzagando, ignaro delle auto che col clacson spianato miracolosamente lo stanno evitando. Mi manca il respiro; il tempo di pensare che non lo voglio vedere investito, quando noto il sopraggiungere di un’auto a velocità sostenuta, e che non sembra intenzionata a fermarsi. È solo un istinto il mio, nessun calcolo o riflessione, il cane è a pochi metri dall’auto e sembra bloccato dalla paura. Mi lancio letteralmente su di lui e mentre sento i copertoni stirarmi i pantaloni mi vien da pensare che non mi sarei gettato nemmeno per mio padre. Stridio tardivo di freni; l’autista, un ragazzo sui vent’anni tutto tirato, si precipita verso di noi, nota il cane rannicchiato a palla contro il mio addome, mi chiede infuriato se sto bene, asserisco col capo incapace di rispondere mentre lo vedo allontanarsi dandomi del coglione. Un signore blocca il traffico e poi mi aiuta ad alzarmi. Ho il cane in braccio: non lo posso mollare, perché temo oggi lui non abbia il favore delle stelle. Lo sento guaire di gratitudine, mi lecca la mano e la faccia. Ha un alito che farebbe capottare un morto, ma lo stritolo felice e ricambio le effusioni.

Noto, un po’ stordito e acciaccato, che si è formata una piccola folla. Mario, l’edicolante, si precipita e mi chiede come sto. «Dal pallore si direbbe che stai schiattando» risponde al posto mio. Sento braccia e mani che mi sostengono, anche un piccolo applauso e mi auguro non sia già quello di san Pietro e i suoi Santi. «Bravo, bravo» è un coro «lo hai salvato. Quel disgraziato non si sarebbe fermato!» Da buon opportunista quale sono sto già sperando di rimediarci almeno un pranzo. Il ginocchio destro mi fa un male boia, Mario mi sta chiedendo se voglio sedermi e se non sia il caso di chiamare un’ambulanza. Odio gli ospedali ma sto pensando che con un ricovero rimedierei un pasto e un letto assicurato e magari mio padre, impietosito per l’accaduto, forse si presterebbe a revocare gli ultimatum. Sto giusto facendo due conti; non riesco infatti a decidermi perché sono terrorizzato dagli aghi e dai farmaci che potrebbero iniettarmi. Inoltre, anni fa, ho visto un film che mi ha davvero impressionato: narrava di un povero cristo cui è stato espiantato il cuore durante un ricovero, perché a un tizio ricco e potente ne serviva uno nuovo. Per lo sfinimento sto comunque capitolando e optando per una branda in ospedale quando sento un urlo sguaiato in mezzo alla folla e vedo un uomo farsi largo a spintoni invocando a gran voce: «Pippo, Pippo, Pippo!» Al che, il neo graziato, che evidentemente era sordo solo ai clacson, si dimena come un forsennato per liberarsi dalla presa in cui lo avevo amorevolmente imprigionato. «Pippo, Pippo» ora l’urlo è di felicità «sei vivo, sei vivo. Stai bene?» Il cane ricambia scodinzolando mentre quello che evidentemente è il suo proprietario lo prende in braccio riempendolo di lacrimevoli baci. Assisto alla scena felice e sollevato che l’aspirante suicida abbia un ‘padrone’, quando inizio a udire un monologo strascicato che si accompagna a un moto decisamente ondeggiante dell’uomo, non imputabile all’euforia per aver ritrovato il proprio cane, ma ad un grado alcoolico imbarazzante perfino per me. «Si sente bene?» faccio lo gnorri e mi prodigo in suo soccorso. Intanto si infila nel discorso Mario, presentandomi come il salvatore della sua bestiola, ed è proprio in quel momento che il nostro interlocutore scoppia in un pianto dirotto.

Rimango perplesso, il cane comincia a guaire e a leccargli le lacrime che scendono a fiotti lungo le guance, si dispera in modo talmente smodato che mi sento a disagio. Un po’ impacciato, gli mollo due pacche sulla spalla come si fa con gli amici quando diventano improvvisamente cornuti e abbandonati. Ma è cosa vana: continua a piangere a tal punto che i singhiozzi lo stanno soffocando. Effettivamente per un paio di minuti rantola, il cane sembra impazzito e l’unico che ha rischiato di trasformare le proprie palle in una frittata, cioè il sottoscritto, si ritrova pure investito nel ruolo di infermiere e veterinario. Gli sto per dire che gli offro un caffè, così si può sedere e rilassare, ma mi vien in mente che non ho un soldo. Sembra leggermi nel pensiero, infatti mi chiede di accompagnarlo al bar e mentre si gira verso di me una sua alitata mi assale come un ulteriore supplizio. Puzza di alcool a un chilometro. L’idea di bermi quel caffè e brioche a scrocco, così mi rimangono i soldi per la scheda con la quale chiamerò mia madre, e lo scampato pericolo, mi rendono euforico. Lo accompagno di gran lena.

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13/05/2017

I MURI DEL BUIO

Un thriller che non ti molla mai, talmente intrigante da farti sentire parte della storia.

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I muri del buio

I muri del buio

Autore: Lu Paer

Formato: Epub, Kindle

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