Newsletter

Autori

Informazioni

Prodotti visti

Antarctica Observer Visualizza ingrandito

Antarctica Observer

ISBN 978-88-6690-394-9

Nuovo prodotto

Autore: Andrea De Magistris

Formato: Epub, Kindle

Note sull'autore

Acquista questo e-book

Maggiori dettagli

4,99 €

Dettagli

PRESENTAZIONE

Per l'agente dell'FBI Tom Hewitt l'incubo ha inizio in una fredda mattina di fine Settembre, in un desolato vicolo di New York. A fare la differenza con ogni altro caso di omicidio però è l'identità della vittima; perché sotto i flash implacabili delle fotocamere degli uomini della scientifica non si delineano i tratti di uno sconosciuto, ma le linee familiari e care di Claire Savage, la partner di una vita. La ricerca della verità inizia il suo corso, ostacolata da misteri e segreti che lottano per rimanere nell'ombra, da forze celate nell'oscurità che operano nel più impensabile dei luoghi. Per far chiarezza sulla morte della sua collega l'agente Hewitt dovrà addentrarsi tra i cunicoli labirintici della Observer, base scientifica nel cuore del Plateau Antartico, e combattere contro nemici e contro un male dalla natura inimmaginabile.

INCIPIT

Omicidio a New York. Pioggia. Un pessimo posto

dove tirare le cuoia...

1

La scena di un omicidio è sempre un luogo freddo e buio, pieno di facce sconosciute e, per qualche strano motivo, ostili.

Quella via sommersa di rifiuti e desolazione nel centro della città non faceva eccezione. Un fiotto di fumo maleodorante saliva da un cassonetto che aveva l’aria di essere l’abitazione di un senzatetto, e si spandeva nell’aria con una lentezza esacerbante, mentre le sirene della polizia squillavano ininterrottamente, sovrapponendosi.

L’agente Tom Hewitt si fece largo a spallate tra la folla di facce estranee che si accalcava all’ingresso della via, urtando un fotografo che non gliele mandò a dire. Sembrava sempre che ci fosse una festa, maledizione. Sempre la stessa scena: la calca di fotografi, giornalisti e curiosi ad intralciare il lavoro, a sgomitare e spintonarsi per strappare un’occhiata furtiva, a fare a gara per vedere cosa propone di succulento la giornata appena iniziata. Eppure in quell’angolo della città, sotto alla pioggia fredda di fine settembre, non era in corso nessun party. C’era solo il corpo privo di vita di una donna, vittima dei flash e delle occhiate rubate da un gruppo di persone che, come tante altre, condivideva l’assurda passione per il culto della morte.

Come se fosse una cosa normale affannarsi per rubare uno sguardo ad un corpo morto.

Il culto della morte...

All’altezza dei sigilli un poliziotto pallido e obeso lo fermò, sollevando una mano grassoccia che poco prima doveva aver tenuta stretta una ciambella. Hewitt mostrò il distintivo dell’FBI, al che il poliziotto si fece da parte con una mezza smorfia e lo lasciò passare. Superò l’ingorgo e si lasciò alle spalle il vociare animato e confuso che regnava all’ingresso della via. Si guardò a destra e sinistra. Mura di mattoni fredde e solide, colorate del grigio di quella squallida mattina di pioggia. Un pessimo posto dove tirare le cuoia.

Qualcosa in quell’angolo buio e puzzolente ricordò a Hewitt un vecchio caso, una storia di droga e denaro sporco, roba di secoli prima, ma in realtà l’unica cosa in comune con quella vicenda era la presenza di un cadavere. Hewitt abbassò lo sguardo, e i suoi occhi furono subiti attirati da quei capelli.

Erano immacolati e perfino splendenti, anche in mezzo a quel lerciume, puliti come se si trattasse di una parrucca appena comprata, ma erano veri, e fino a poco prima avevano brillato di vita.

Si chinò sul corpo steso al centro della via, cercando di evitare in ogni modo che il suo sguardo incrociasse quello gelido e velato della donna sdraiata a terra. Non era assolutamente necessario che la guardasse. Bastavano quei capelli. Era lei, punto. Diede un’occhiata distratta alle mani della vittima. Erano artigliate in una presa invisibile, rigide come tuberi ghiacciati dai rigori invernali. Era lei. L’anello con le iniziali del suo nome e cognome e di quelli di suo marito brillava stancamente sull’anulare contratto della mano sinistra, spazzando via anche la più piccola possibilità che si trattasse di un’altra persona.

C S, Claire Savage, era stata la sua collega e partner per quasi dieci anni, fino a quel mattino, quando aveva trovato una morte misteriosa e ancora inspiegabile nella fredda desolazione di quella via di New York. E ora lui si ritrovava a fissare il suo corpo immobile e bagnato.

Alzò lo sguardo ai palazzi circostanti. Crescevano a grappoli intorno alla viuzza, sommergendola, sovrapponendosi e incombendo come masse scure e indefinibili, impedivano la vista del cielo e privavano quel posto di luce e ossigeno.

Un pessimo posto dove tirare le cuoia...

Hewitt si alzò in piedi, avvertendo sinistri scricchiolii provenire dalle vertebre della schiena. Infilò una mano leggermente tremante nella tasca dei pantaloni e ne estrasse una scatolina di plastica. Tirò fuori due pasticche bianche dalla forma ellittica e se le infilò in bocca. Si avvicinò ad un poliziotto che bisbigliava sommessamente con un collega e senza dire nulla gli tolse di mano una bottiglietta di acqua.

Bevve due lunghe sorsate per buttare giù le pasticche, poi si voltò e si allontanò. Benedetti antidolorifici...

Il resto del vicolo era ingombro di immensi cassoni per l’immondizia e di scatole di cartone ammuffite, una specie di discarica a cielo aperto. Perché Claire si fosse trovata in quel posto, ora come ora, era un mistero più grande delle piramidi d’Egitto. La sera precedente la sua partner lo aveva chiamato da una cabina telefonica; agitata, spaventata, con una voce strana che lui quasi non aveva riconosciuto, dicendo che l’indomani mattina avrebbero dovuto incontrarsi segretamente nell’appartamento di lui, sulla ventitreesima, a un passo dal fiume Hudson, ma il luogo dove si trovavano ora distava numerosi isolati da casa sua, e non c’era motivo che lei si trovasse lì. Perché si era ritrovata a due passi da Central Park?Anche lei abitava nel quartiere di Chelsea, e non aveva veramente senso che fosse lì. Forse era andata a trovare qualcuno prima di vedersi con lui. Ma in piena notte? Significava qualcosa? Probabilmente no.

Si passò una mano tra i capelli umidi e scomposti, pensando. Passeggiò distrattamente su e giù, osservando come l’acqua piovana scorresse lungo le canaline degli edifici circostanti e grondasse al suolo in piccole cascatelle sparse qua e là. Per un istante avvertì un groppo di sentimenti risalirgli lungo la gola, minacciando di uscirgli dalla bocca sotto forma di un gemito, di un’esternazione di rabbia o frustrazione, di un accesso di vomito magari, ma lui rimandò tutto giù, cercando di convincersi che si trattava solo degli antidolorifici che facevano effetto. C’era qualcosa di curioso nel modo in cui la sua mente lo stava tenendo lontano dalla sofferenza e dallo shock che era sicuro stesse provando da qualche parte, sepolta sotto un mare di autocontrollo protettivo, e di come lui fosse cosciente di questo ma incapace di sovvertire l’andamento delle cose. Ma in realtà lui non ne sapeva molto di quelle assurdità psicologiche, cose di quel genere erano sempre state il pezzo forte di Claire, il punto di distacco tra loro due, il piccolo particolare che li aveva resi compatibili l’uno con l’altro come partners per quasi dieci anni.

E ora questo schifo.

Improvvisamente pensò che non aveva idea della causa del decesso della sua collega.

Ex collega, ora è così che la devi chiamare.

Si voltò e mosse qualche lento passo verso il cadavere a terra. Ora il corpo della donna era circondato da quelli della scientifica, che scattavano foto come se non ci fosse un domani e ronzavano ovunque come zanzare impazzite. La loro efficienza era pari solo alla loro mancanza di tatto, ma d’altronde facevano semplicemente il loro mestiere. Afferrò un tizio per la tuta e lo tirò a sé. Lo fissò attraverso la mascherina opaca finché questo non la tolse, visibilmente a disagio e contrariato.

«Come è successo?» chiese, e le parole gli uscirono di bocca falsamente dure, nascondendo in realtà il timore della risposta che avrebbero provocato. Il tizio della scientifica si divincolò dalla presa di Hewitt e lo fissò incerto. «Siamo appena arrivati, ma guardi» rispose semplicemente dopo un po’, e si chinò per terra. L’agente dell’FBI lo imitò, maledicendo il firmamento per il dolore alla schiena. L’uomo scostò con cura il lembo inferiore del maglioncino che indossava Claire, mettendo in vista la pelle diafana dell’addome. Hewitt si sentì di nuovo ribollire dall’interno.

«A prima vista non si nota nulla, ma se guarda con attenzione qui noterà tre piccoli fori circolari, all’altezza dello stomaco.» Cercò di mettere a fuoco, e con difficoltà scorse tre segni circolari sulla pelle candida della donna, tre piccoli buchi dai quali era fuoriuscito solo un filo sottilissimo di sangue che aveva formato la piccola chiazza rossastra sul maglioncino che aveva spinto l’agente della scientifica a controllare.

«Possibile che sia solo questa la causa della morte? Avete controllato anche tutto il resto?» chiese dubbioso e, per qualche motivo che non riusciva a spiegarsi, anche molto arrabbiato. «Gliel’ho detto, siamo appena arrivati. Per ora non abbiamo evidenziato altro che possa ricondurre alla causa del decesso. L’unica cosa strana è quel liquido» aggiunse poi il tizio della scientifica aggrottando la fronte. Un forte flash colpì Hewitt da vicino, costringendolo a voltarsi di scatto. Dannati scienziati. Cosa volevano fare con quei cannoni, sbriciolare il cadavere, polverizzarlo?

Evitò di girarsi per mandare al diavolo chiunque lo avesse accecato e tornò a guardare le membra fredde e prive di vita della sua ex collega ed amica.

«Quale liquido?» domandò senza alcuna gentilezza nella voce. «Questo» replicò l’uomo della scientifica indicando un punto vicino alle labbra semiaperte di Claire. Senza nemmeno accorgersene Hewitt si ritrovò a fissare il volto della donna, i suoi lineamenti semplici ed estremamente gradevoli anche ora che era soltanto un manichino senza vita. Ora si ricordò cosa aveva provato quando gliel’avevano presentata e l’avevano informato che avrebbero lavorato assieme. Si era sentito fortunato, e non solo perché fare squadra con una pupa niente male era decisamente meglio che spalleggiarsi con il tizio irsuto sulla via della calvizie che aveva rappresentato l’alternativa, ma anche per una certa sintonia e complicità che aveva colto fin da subito negli occhi della donna. Ed era stato effettivamente così. Contrariamente a quello che pensavano i suoi colleghi, ossia che una donna come partner fosse buona solo per spassarsela clandestinamente durante indagini o appostamenti, loro due erano stati una coppia affiatata, veri amici che si erano aiutati nei momenti difficili e che avevano condiviso tutto, e quando lei si era sposata, tre anni prima, lui era stato sinceramente entusiasta per lei. Forse era per questo che ora Hewitt sapeva di non potersi concedere un attimo di riflessione in più, altrimenti l’onda dei ricordi e dei pensieri di quegli anni lo avrebbe travolto inesorabilmente. E poi quelle smancerie non facevano per lui.

Concentrò lo sguardo sulla bocca di lei. Dalle labbra semiaperte era fuoriuscito un liquido chiaro, apparentemente dotato di una scarsa densità, che assomigliava vagamente alla saliva ma che era meno trasparente.

«Cos’è?» chiese senza distogliere lo sguardo, e per un attimo le sue parole si persero nel frastuono che li circondava. Dopo un attimo di esitazione il tizio della scientifica parlò, un forte accento di dubbio nella sua voce:

«Non saprei. Potrebbe trattarsi di saliva o di rigurgito, o di una qualche reazione a un veleno, lo stabiliremo in laboratorio.»

«Dice che è stata avvelenata?»

«No, dico che è possibile. Verrà informato appena ci saranno novità» e detto questo il tizio si alzò frettolosamente e si mise ad armeggiare in un grande borsone.

Avvelenata... No, sembrava una morte così assurda e improbabile. Roba da spie, film polizieschi, situazioni da storia noir che apparivano così fuori luogo e lontane da non poter nemmeno essere prese in considerazione per un secondo. Guardò in alto, pensando per un attimo che avrebbe intravisto il cielo scuro e tumultuoso incombere su New York, invece si ritrovò a fissare l’intrico dei palazzi e una sterminata foresta di antenne e parabole satellitari. La pioggia continuava a scendere copiosamente, e vuoi per un motivo o per un altro, tutto sembrava collimare alla perfezione con quella triste scena metropolitana. Un tuono fece tremare i vetri di una squallida costruzione di mattoni scalcinati, illuminando il viale di una luce chiara simile a quella dei flash delle macchine fotografiche dei giornalisti. Hewitt si accese una sigaretta, ignorando il buon senso e i richiami del tizio rompipalle di turno che gli diceva con la sua vocina nasale che stava inquinando la scena del delitto. Fece su e giù un altro po’, poi si allontanò dalla via, passando attraverso la folla di giornalisti e ficcanaso che riempiva l’ingresso al luogo del ritrovamento. «Agente, cosa ci può dire? Come è morta la vittima? Si tratta di un agente dell’FBI vero?» Queste ed altre dozzine di domande gli piovvero addosso, ma lui noncurante dell’assalto dei cronisti si diresse verso la sua macchina. Più puntuali della morte, pensò tra sé e sé. C’era qualcosa da ammirare nell’audacia e nella spigliatezza con cui affrontavano il loro lavoro, nel loro essere freddi e privi di scrupoli, nella dedizione assoluta che li spingeva a trovarsi sui luoghi di un incidente ancor prima della polizia. Li odiava. In quel momento una parte di lui avrebbe solo voluto estrarre la pistola e cancellare dalla faccia della terra un po’ di quella merda di giornalisti. Ma non poteva. Purtroppo proprio non poteva farlo.

Stava per arrivare alla macchina quando un uomo dall’aria infinitamente idiota lo raggiunse con uno scatto, e dopo avergli messo un registratore quasi dentro alla bocca chiese: «Avevate una relazione con la vittima, giusto? Come ci si sente a...» ma il giornalista non riuscì a finire la domanda. Hewitt si voltò di scatto e tirò un pugno improvviso e fulmineo, colpendo l’uomo in piena faccia e stendendolo. Il ticchettare di quelli che dovevano essere un paio di incisivi che rimbalzavano sull’asfalto si unì a quello delle gocce di pioggia, rendendo per un istante l’agente dell’FBI immensamente soddisfatto di se stesso. Un piccolo capannello di persone iniziò a formarsi intorno a lui e al giornalista sdraiato sul marciapiede bagnato, e nuovi flash e domande assordanti lo costrinsero a rifugiarsi in macchina. Mise rapidamente in moto e se ne andò a tutta velocità, rischiando di investire un paio di cameraman che lo inseguivano a piedi. La sua berlina sgommò nel grigiore di quella maledetta mattinata, sparendo nel traffico che andava rapidamente formandosi lungo le strade. La sua partner era stata assassinata, ed ora toccava a lui scoprire perché.

Recensioni degli utenti (solo registrati)

Valutazione 
06/07/2017

Un esordio col botto

Intrigato da cover e sinossi, ho dato fiducia a questo romanzo di un giovane autore esordiente, restandone veramente soddisfatto. Dotato di un talento ancora acerbo ma genuino, sulle ali dell'entusiasmo e della passione, De Magistris costruisce una storia interessante, a tratti appassionante, di quelle che inducono a leggere ancora un altra pagina prima di andare a dormire. Da ogni riga traspaiono riferimenti e omaggi ai romanzi di genere, i film e le serie TV amate dall'autore: X-Files, Alien, La Cosa, Stephen King, eccetera... La prosa è densa (forse anche troppo), la mano sicura nel delineare ambientazioni e personaggi che rientrano nelle categorie tipiche, mantenendo però un briciolo di freschezza. In particolare, il protagonista, Tom Hewitt, fortunatamente non risulta mai del tutto gradevole e simpatico al lettore. Sì parteggia per lui, pur non condividendo i suoi metodi e modi. La trama è un quasi perfetto incastro dei temi della fantascienza televisiva moderna, dalle cospirazioni governative agli esperimenti segreti, fatta apposta per soddisfare i bisogni dell'appassionato senza tuttavia sorprenderlo troppo. Qualche colpo di scena risulta infatti telefonato al lettore esperto e smaliziato, pur restando efficace grazie allo stile di scrittura. Se devo proprio trovare il pelo nell'uovo, questo si trova nell'eccessiva ridondanza e lunghezza di alcune sequenze, ottime come atmosfera, ma con un evidente calo del ritmo. In ogni caso si tratta di piccole sbavature perdonabili in un romanzo che non pare affatto scritto da un esordiente. Cinque stelle invece di quattro per premiare l'entusiasmo e il grande lavoro di documentazione svolto dall'autore, che non fa rimpiangere bestselleristi ben più scafati. Lettura consigliata agli appassionati di horror claustrofobici, basi antartiche e complotti.

Scrivi una recensione

Antarctica Observer

Antarctica Observer

Autore: Andrea De Magistris

Formato: Epub, Kindle

Note sull'autore

Acquista questo e-book