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Come il mare ad occhi chiusi

ISBN 978-88-6690-316-1

Nuovo prodotto

Autore: Elena Grilli

Formato: Libro cartaceo - pag. 208

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15,00 €

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PRESENTAZIONE

Un omicidio strano, quello di un barista ritrovato con un foro di proiettile in fronte e misteriosi segni su una mano. Un delitto che risveglia la sonnolenta città di Ancona, desta antiche paure, scuote fino a far emergere segreti che erano sepolti dietro rassicuranti apparenze. Una coraggiosa ragazza usa il suo acume per destreggiarsi in una trama intricata che evolve con ritmo frenetico, sfiorando pericoli e doppi giochi mortali. Uscirne viva è una sfida che non è scontato vincere.

Come il mare ad occhi chiusi è un giallo mozzafiato, dove nemmeno la soluzione finale è in grado di offrire il conforto di una certezza. La verità è molteplice, ha più facce e quando il caso sembra risolto, tutto si capovolge di nuovo, per far affiorare segreti ancora più reconditi ed inquietanti.

INCIPIT

ALFREDO GISMONDI, IN ARTE PATACCA

1 - Patacca, alcuni anni prima

Quando con tristezza ripensava all’inizio della fine, gli venivano in mente solo flash di quel giorno. Anzi no, non un giorno, bensì un particolare frangente, una ridicola sequenza di minuti in cui la sua intera esistenza andò in malora.

E quando provò a ritirarsi su, fu solo per fare un tuffo verso il basso ancora più doloroso.

In un batter d’ali, la farfalla del caos aveva dato inizio a un terremoto interno ed esterno che lo aveva lasciato immobile, come colpito da paralisi, incapace di reazione, ebete. A segnare il limite di ciò che poteva o non poteva più fare, c’era una semplice farfalla. Un lepidottero dapprima grigio e freddo che immobilizza il petto. La minaccia rappresentata da questa nuova improvvisa presenza preordinava una scomposizione di forme e colori che smaterializzava l’oscuro insetto in una miriade di farfalline fastidiose e dalle gradazioni feroci, che sembravano mangiare gli organi, assalirli con le loro zampette, soffocarli con le loro piccole ali. Non era mai accaduto che arrivato a questo punto non si fosse subito dopo trovato accasciato senz’aria e senza speranza di poter sopravvivere.

Quel giorno fatidico, Alfredo Gismondi in arte Patacca già sapeva di non essere molto in forma. La notte prima non aveva chiuso occhio, non certo spaventato dal lavoretto di routine che doveva compiere l’indomani, ma da quella sensazione crescente nel petto, appunto, iniziata come una piccola punturina a livello del cuore.

Si era subito allarmato. Il cuore aveva fatto un sobbalzo di troppo, una capriola che gli sembrò ingiustificata, a meno di ipotizzare un infarto in corso. Si concentrò sul suo braccio sinistro, perché sapeva che avrebbe dovuto iniziare a dolergli da un momento all’altro, e quella sarebbe stata la prova di quanto stava accadendo. In una frazione di secondo fu attraversato da una mole di pensieri e di immagini in sequenze parallele:

Solitudine – come un cane – morire in una casa vuota – cadavere in putrefazione – solo.

Sparare, al centro perfetto – vedere morire – destino.

Lui a nove anni che viene picchiato da uno più grande – non ce la faccio – come il suo petto in quel momento veniva picchiato dal suo cuore – respirare, respirare – non ce la faccio.

Cercò mentalmente nel suo braccio le conferme a quelle che non erano più ipotesi da falsificare ma certezze da avvalorare e le trovò. All’altezza del gomito, ma verso l’interno, udì una pulsazione che secondo lui non avrebbe dovuto esserci e subito dopo un formicolio nelle vene del polso che assolutamente gli parvero fuori luogo. Quando il suo cervello scaricò verso il basso una grondata di adrenalina e il suo cuore gli sembrò un sacco da allenamento di un pugile alle prime armi con una forza poderosa e male espressa, si tirò su a sedere nel letto, al buio, per poi immediatamente afflosciarsi su un fianco. Il braccio sinistro rimasto sepolto dalla sua stazza iniziò a formicolare in modo sempre più violento. Fu lì che con gli occhi sbarrati nell’oscurità della stanza immaginò per la prima volta un’esplosione di farfalle impazzite e per nulla aggraziate che lo spolpavano della vita e con la loro semplice presenza svolazzante lo privavano del necessario ossigeno. Dal braccio lo sfarfallio fuori controllo aveva infatti invaso il petto e la gola e imprigionato definitivamente il cuore. Violentemente brulicò tra quelle costole robuste che erano sempre state capaci di difendere dalle aggressioni esterne, ma in questo caso solidamente tenevano aggregate in una unica massa le piccole ali malevole impedendo loro di disperdersi fuori e di liberarlo da una tortura mai provata prima. Sentì le fauci asciugarsi e le gambe tremare sotto le lenzuola pesanti come terra franata dopo un’alluvione.

Cercò nella mente quali oggetti avrebbe potuto raggiungere allungando un braccio. Il cellulare, aveva bisogno del cellulare per chiedere soccorsi. Ma sapeva anche senza vedere che il cellulare non era a portata. Sul comodino c’era la Luger, solo quella. Inutile, ecco che cos’era quell’oggetto a cui per anni aveva affidato la propria sicurezza e la propria superiorità.

Le farfalle aggredivano da dentro. Da dentro risucchiavano l’aria. Volendo urlare, la voce non avrebbe potuto farsi strada in una gola in cui le sabbie mobili erano pronte a inghiottire in un buco nero qualsiasi cosa avesse voluto attraversarle impunemente. E comunque lo sforzo sarebbe stato inutile: nessun orecchio avrebbe potuto udire.

Stava morendo, lo sentiva. Irrimediabilmente solo. Non poteva che essere questa, la morte. Era come tutti dicevano: una consapevolezza spaventosa che si fa strada tra i visceri, una esperienza terribile che lui aveva avuto sempre l’accortezza di risparmiare alle sue vittime: un colpo preciso in mezzo alla fronte spegneva sul nascere quegli ultimi minuti di strazio. Desiderò che qualcuno facesse altrettanto con lui: la misericordia di un atto che concede solo una frazione di secondo di consapevolezza, e poi il proiettile in traiettoria orizzontale che compete in velocità con l’adrenalina in traiettoria verticale che sconvolge il corpo dall’alto in basso in quell’emozione che tutti chiamano paura. Se il proiettile vince la gara, non c’è tempo per la paura. Questa era la sua migliore definizione di “lavoro pulito”.

Quella notte nel suo letto ebbe paura, tanta.

Tutto però finì, esattamente come era cominciato. Le scosse che scuotevano gli arti semplicemente rallentarono. Il movimento del petto riuscì a pompare ai polmoni quantità di aria sempre più consistenti. Il solletico crudele delle farfalle si dissipò senza che riuscisse a spiegarsi come. Un crescente tepore giunse a rassicurare i suoi muscoli lasciandoli morbidi e abbandonati senza forza. Il movimento del cuore divenne un trotto regolare. Ci vollero molti interminabili minuti perché i suoi occhi mettessero finalmente a fuoco i profili neri del mobilio della sua camera, dopo che i fantasmi della morte avevano lasciato libero il campo visivo. Quando guardò la proiezione digitale color rosso che indicava l’ora, si stupì che il tutto non fosse durato più di una ventina di minuti.

La mattina dopo tutto sommato si sentiva bene, solo un po’ stanco e stordito dagli strascichi di una esperienza che era andata incontro allo stesso destino degli incubi, i quali mantengono la loro capacità di fare prigionieri solo fino a quando le prime luci del giorno tolgono loro la consistenza solida della realtà.

Ma lui sapeva perfettamente che non era stato un incubo. Le farfalle soltanto potevano appartenere al regno onirico, ma lo sconvolgimento fisico era accaduto veramente. Sarà stato il primo segnale? Iniziò a domandarsi. Il primo segnale di un male incurabile, che lo avrebbe colto altre volte all’improvviso, per poi annientarlo di colpo in modo inesorabile? Pensò di non meritarla, quella fine.

Vestendosi, decise che avrebbe fatto un check-up completo. Questo pensiero gli ridiede fiducia: c’era qualcosa che poteva fare per contrastare il male, qualunque esso fosse. Mentre si radeva rifletté che c’era di sicuro un modo per sterminarle, quelle maledette farfalle. Sorridendo a se stesso nello specchio prese la risoluzione che lo avrebbe fatto, senza alcuna pietà.

Tornato di buonumore, uscì.

Quella sera lo attendeva un lavoretto ben pagato ma noioso, perché talmente facile che non era stato necessario un piano ad hoc. Un appostamento breve, in macchina, e poi mezzo minuto per agire, non era necessario di più. Il bersaglio era un abitudinario e aveva lo studio in una zona poco trafficata. Due pomeriggi a settimana usciva alle 19.30 lo stacanovista, alle 18.30 il venerdì. Ringraziò la buona sorte. Quella non era infatti la giornata per articolare una missione più complessa e con possibili imprevisti. Attenersi a una piccola routine era quello che ci voleva. Scendi, miri, spari, centro perfetto della fronte, risali, parti. Si sentiva ancora troppo agitato per osare esporsi a maggiori rischi e troppo depresso per lasciarsi andare a un ozio preoccupato. Ci voleva un po’ d’azione, quel tanto sufficiente a tonificare i muscoli che le farfalle avevano lasciato molli. Si sarebbe sentito meglio, dopo, capace e padrone dei propri nervi. Un uomo senza paura.

Una rapida passeggiatina davanti al portone e uno sguardo fugace alle targhe dei professionisti furono sufficienti ad accertarsi di essere all’indirizzo giusto. Dott. Fausto Giordano, reumatologo. Era lui. In giro, veramente pochissime persone, un paio d’occhiali scuri molto calati verso il basso era sufficiente a nascondere il tratto distintivo del suo viso. Solo il foro al centro della fronte sarebbe stato rilevato come una specie di firma dell’assassino.

Risalì in macchina. Mentre aspettava, ascoltò il rumore ritmico del muscolo che gli lavorava nel petto, per un tempo sufficiente a dedurne che gli intervalli tra un battito e l’altro erano perfettamente equidistanti. Bene, pensò. Quasi era pronto a giurare che la notte prima era stato solo un brutto sogno, realistico come un sogno non è mai, ma niente più di questo. Il check-up era meglio farlo però, giusto per stare tranquillo tranquillo. Ad ogni modo, con quel ritmo fiero e regolare, come un esercito all’inizio della marcia, il suo cuore non aveva da temere.

Poi ebbe un lampo. Come mai era capace di avvertire così distintamente i propri battiti? Evidentemente perché erano più forti del normale! Adesso che ci faceva caso, pareva che l’intensità stesse addirittura aumentando. Sì, sì, sì, i battiti erano anormali!

Non ora, pensò. Adesso proprio non deve accadere!

Guardò l’orologio del cruscotto: le 19.26.

Ho meno di cinque minuti per rimettere sotto controllo il cuore, rallenta, rallenta, si ripeteva.

Lo scatto della lancetta sul 27 non l’aiutò a ricacciare indietro una ondata di nausea che salendo feroce esplose una miriade di farfalline prima nere e poi verdi che lo invasero.

Recuperò frammenti di sensazioni della notte precedente e constatò costernato che non erano nulla al confronto. Lo sfarfallio si concentrò ancora una volta decisamente sul petto e sulla gola, ma stavolta era talmente denso da ostruire le vie respiratorie. Tirare dentro ossigeno divenne una fatica mortale; la constatazione che non c’era alcun oggetto solido nella trachea che potesse costituire un vero e proprio ostacolo all’aria, anziché calmarlo, lo agitò ancora di più, proprio perché era misteriosamente reale quello che gli stava accadendo. Senza sapere bene attraverso quali movimenti, riuscì ad aprire lo sportello e a rotolare fuori, nella illusoria speranza che uscire dallo spazio ristretto dell’abitacolo rappresentasse l’unica salvezza dal soffocamento.

Quando tentò di mettersi in piedi, qualcosa nei muscoli o nelle giunture o nelle ossa o nonsapevadove, fallì. Si mosse come un uomo sott’acqua che sta affogando e che ha perso la nozione di quale sia la direzione verso la quale spingersi per riaffiorare. Rovinò sul marciapiede tanto più malamente quanto più le gambe avevano provato a spingere con una decisione in cui esse stesse non credevano.

Vide un paio di scarpe lucide da uomo a pochi centimetri dal suo naso, una voce di cui non decifrava il senso e due mani energiche che sapientemente lo agguantarono per ruotarlo e distenderlo supino. Seppe di avere sopra di sé il suo bersaglio. Lo sapeva e basta, anche senza vederlo in faccia. Lo sapeva perché una frazione della sua mente era ancora in grado di fare duepiudue: tre minuti erano passati di sicuro dall’ultima volta che aveva guardato l’orologio e il dott. Giordano, benché curasse i dolori reumatici, sempre un medico era e quelle mani sicure di sé nelle manovre di primo soccorso non potevano che essere le sue. Estrasse la Luger: quello era un gesto che la sua mano destra aveva memorizzato così bene da essere capace di eseguirlo con estrema precisione nonostante il resto del corpo non rispondesse ai comandi del cervello. Anche il puntamento al centro della fronte venne in automatico. Patacca stabilì che il poco d’aria consumata che ruotava smarrita nei suoi polmoni sarebbe stata sufficiente a sostenerlo mentre premeva il grilletto. Poi sarebbe morto. Lui e l’altro. Tutti e due morti. Uno per colpa di un proiettile che prepotentemente pretende di interagire coi neuroni e l’altro per una specie di sortilegio che attanagliava con mani invisibili la trachea.

In un attimo di esitazione, però, Patacca si rese conto di non avere davvero la stoffa per fare il Sansone che muore trascinando il nemico con sé all’inferno. Sicché, quando avvertì una morsa al polso e la consistenza fredda della Luger che svaniva dal suo palmo, ne fu sollevato.

Pensò, forse mi salvo proprio grazie a questo pezzodimmerda.

2 - Patacca, oggi

In carcere – perché in seguito a questa vicenda lì era andato a finire – Alfredo Gismondi ebbe molto tempo per riflettere sulla diagnosi che gli avevano fatto e arrabbiarsi con se stesso. Il disturbo da attacchi di panico lo potevano avere solo le donne, quelle deboli di nervi e troppo sfigate per avere una vita normale, non lui!

In bilico tra il volerci credere (e tranquillizzarsi sul suo reale stato di salute) e il non volerci credere (per non dover pensare a se stesso come a una donnetta isterica), appena uscito di galera preferì evitare di mettersi nelle mani di uno stregone freudiano.

Tempo dopo, trovò un’anima buona che gli ridiede un po’ di fiducia, la qual cosa in effetti era tutto ciò di cui aveva bisogno. L’anima buona aveva creduto in lui quanto bastava a dargli un po’ di lavoro; non proprio compiti di responsabilità come prima, ma comunque di che campare facendo ciò che gli riusciva meglio: spezzare ossa.

Piano piano aveva ricominciato a sperimentare un senso di efficacia, la sicurezza che a una certa azione sarebbe seguita una reazione precisa, quella voluta, quella per cui era pagato. D’altronde, di attacchi intensi come quei primi due non ne erano più accaduti. Solo un lieve velo d’ansia aveva ammantato ogni pensiero da quel momento in poi, ma Patacca aveva deciso che l’unica cosa era fare l’uomo e tirare dritto anche quando c’erano quei segnali di irrequietezza che parevano suggerirgli di andarsene, scappare lontano, salvarsi con la fuga.

Per un paio d’anni si era regolato in questo modo ed era andato tutto bene. Così, quando dal suo capo e benefattore giunse l’ordine di fare qualcosa di più, un lavoro come quelli di un tempo, non si tirò indietro. Si sentiva di nuovo l’uomo forte e deciso degli anni migliori, anche se non proprio tutto dentro di sé sembrava tornato al suo posto.

Col senno del poi, avrebbe dovuto ascoltarle, le farfalle, invece di far finta di ignorarle, e fermarsi a riflettere su cosa c’è che non va e prendere i giusti provvedimenti, invece di pretendere di andare avanti ad occhi chiusi e testa bassa, come nulla fosse stato.

Premere un grilletto era facilissimo, lo aveva fatto per anni. Ma se tutto non andava come previsto? Patacca si rese conto che la sua ostentata sicurezza era un bluff ai danni di se stesso solo quando un passo falso lo precipitò nella voragine da cui non sarebbe mai più riemerso.

Quel particolare giorno, osservò prima il foro nel perfetto baricentro della fronte. Poi il fiotto denso e scuro che ne sgorgava. Infine allargò lo zoom all’uomo accasciato a terra ai suoi piedi, l’uomo che gli era stato compare in svariati traffici. Alberto, l’uomo che il capo aveva comandato di eliminare, senza dargli un perché.

Fatto.

Del perché non ne aveva mai avuto bisogno.

Rinfoderando l’arma, Patacca fece un respiro più lungo, che gli servì ad allentare un poco la tensione che si annidava stabilmente nel suo petto come i cangurini nel marsupio di mamma canguro.

Cercò di auto-convincersi che fin lì era tutto a posto. Si sarebbe dileguato tra gli anconetani che gremiscono piazza Roma e corso Mazzini a fine pomeriggio e avrebbe avuto tutto il tempo per ultimare l’opera occupandosi anche dell’altra faccenda.

Erano in due a dover morire, secondo gli ordini.

Tuttavia non riusciva a risolversi ad andarsene, per via di quella mano.

La mano sinistra del morto.

Se n’era accorto quando, osservando il corpo accasciarsi a terra, vide rotolare per terra fuori dal tappeto una penna, mentre la mano sinistra, riversa esanime col palmo verso l’alto e le dita semiaperte, lasciava intravedere dei segni tracciati con l’inchiostro nero sui polpastrelli e le falangi. Capì che era successo quando Alberto, subito dopo averlo fatto entrare, gli aveva detto di aspettare un minuto e sarebbe stato subito da lui.

Gli aveva voltato le spalle per non oltre una trentina di secondi, affaccendato intorno al mobiletto del telefono. Quando si era di nuovo voltato verso Patacca, aveva già la canna della Luger perfettamente ortogonale a un punto equidistante tra le sopracciglia.

Il blocco degli appunti accanto al telefono non portava alcuna scritta. Allora che aveva tanto da trafficare Alberto?

Continuò a guardarlo, disteso a terra, mentre il sangue iniziava a gocciare dallo zigomo e impregnava il tessuto del tappeto sotto la sua testa, coprendo uno dei lama peruviani ricamati con la lana bianca. Gocciando scandiva un tempo sempre più breve entro il quale Patacca doveva assumersi la responsabilità di una decisione.

Alla fine decise che doveva farla finita di preoccuparsi per delle piccole cose, il suo problema d’ansia era tutto lì, preoccuparsi di cose troppo piccole. Aveva eseguito gli ordini? Sì, e allora punto.

Forza Alfredo, si disse (a lui non piaceva quando lo chiamavano Patacca, perché gli ricordava quel difetto fisico che aveva sempre odiato), forza, via di qui, senza ripensamenti.

Già appena uscito dal portone in fondo alle scale, però, ebbe una sorta di pentimento, una sensazione sgradevole, che lo avrebbe riportato su a fare quello che non aveva avuto la prontezza di fare subito e cioè ripulire la mano, cancellare quelle tracce assurde e sentirsi definitivamente tranquillo. Ma ormai era troppo tardi. Risalire sarebbe stato un rischio inutile, da evitare. Rimase un secondo in più sulla soglia, angosciato da un dubbio che in un momento come quello proprio non avrebbe dovuto esserci. Infine si allontanò, solo per scongiurare che le farfalle tornassero a chiedergli il conto. Oltrepassò le Tredici Cannelle di corso Mazzini quando il crepuscolo stava lasciando il posto al primo buio.

Solo un’altra piccola cosa da niente gli restava da fare. Si sarebbe calmato, e poi ci avrebbe pensato.

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Come il mare ad occhi chiusi

Come il mare ad occhi chiusi

Autore: Elena Grilli

Formato: Libro cartaceo - pag. 208

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