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Lo Spirito del Lago

ISBN 978-88-6690-415-1

Nuovo prodotto

Autore: Giancarlo Ibba, Cinzia Morea

Formato: Epub, Kindle

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PRESENTAZIONE

Nella comatosa cittadina di Villa Reso, l’improvvisa e inspiegabile scomparsa della dottoressa Molteni lascia sconcertati i colleghi dello studio medico in cui lavora e scatena le malelingue dei residenti. Il dottor Guido Gubernatis, in particolare, si lascia coinvolgere suo malgrado nella ricerca della donna. La vita privata di quest'ultima, fin dall’inizio, appare più complicata di quanto Gubernatis potesse immaginare. Nelle sue involontarie indagini, l’uomo, improvvisatosi detective, si imbatte spesso nelle allusioni a una misteriosa leggenda popolare locale: quella di un fantomatico “Spirito del Lago” che infesterebbe un piccolo specchio d’acqua melmosa, circondato da boschi e canneti, situato a pochi chilometri da Villa Reso. Un luogo spettrale, isolato, ma apparentemente molto frequentato durante la notte. E non solo da fantasmi...

INCIPIT

Cosa ho fatto?

Da quando era accaduto l’irreparabile, una decina di minuti prima, soltanto quella domanda rotolava giù per le chine impervie della sua mente: Cosa ho fatto? Oh, Gesù mio, cosa ho fatto?

Lontano dalla riva fangosa del lago, l’ombra a cui apparteneva quell’angoscioso interrogativo si mosse contro la scenografia del cupo cielo notturno. Una sagoma resa indistinta dalla bruma che la bonaccia post temporalesca faceva stazionare, come un lenzuolo di vapore, sopra l’acqua melmosa e calma. In lontananza, oltre le fronde del folto bosco di pioppi, ancora qualche saetta sfregiava le nuvole gravide di pioggia. Il brontolio dei tuoni era ormai così distante, dietro il profilo lontano delle montagne, da essere inudibile.

A gambe divaricate, l’ombra si sforzò di restare in equilibrio sulla traballante zattera: era fatta da tavole di legno consumato dall’esposizione alle intemperie, funi putride, chiodi e taniche di plastica. La vecchia piattaforma, poco più di due metri per tre, al mattino veniva adoperata da sporadici pescatori, il pomeriggio da adolescenti annoiati che fumavano canne dopo la scuola, la sera da audaci coppiette in calore in cerca di privacy. Durante la notte, invece, restava legata con una gomena logora all’unica bitta dello sgangherato pontile costruito negli anni Sessanta. Un molo simile a un nero indice scheletrico, che sembrava indicare il centro buio dell’anonimo lago di Villa Reso. Giravano inesplicabili aneddoti in paese su quello specchio d’acqua. Racconti macabri che, specie dopo il tramonto, tendevano a tenere la gente lontana.

Imprecando, l’ombra immerse la pagaia nell’acqua torbida e si allontanò ancor più dal pontile incrostato di alghe, i piloni scuri e lucidi, come bagnati di petrolio. Ogni liquido colpo di pagaia era accompagnato da un singulto strozzato. Un pianto trattenuto.

Lì accanto a lui, sulla zattera fradicia, a inclinarla un po’ di lato con il suo peso immobile, s’intravvedeva un’altra sagoma umana.

Il corpo di una donna alta e magra. Prono. Braccia distese a V sopra la testa. Il seno abbondante, compresso dal peso del torace. I lunghi capelli rosso fuoco sparsi a ventaglio sul legno umido. Di fianco alle snelle caviglie unite, avvinte da numerosi giri di corda sottile di nylon, si trovavano due pesanti oggetti, grigi e squadrati. Blocchetti di cemento, ruvido, granuloso. Un capo della corda era legato agli anelli metallici di cui erano fornite le due ancore artigianali: prima di venire abbandonate sulla fetida sponda del lago, venivano utilizzate per ormeggiare piccole barche da pesca.

Come un gondoliere ubriaco, senza mai smettere di gemere, pagaiando con un ritmo risoluto ma scomposto, l’ombra pilotò l’instabile battello fino quasi al centro esatto del lago. Ad appena duecentocinquanta metri dalla riva. Proprio in quel momento, una fetta di luna crescente, dello stesso colore di uno yogurt scaduto, occhieggiò attraverso uno squarcio nella coltre di nubi violacee.

Pochi minuti alla mezzanotte.

«C-Cosa ho fatto?» sussurrò l’ombra, balbettando, dando voce al suo pensiero. Immersa nella nebbiolina puzzolente di melma solforosa, alghe morte e pesci putrefatti, si guardò attorno. Quel movimento bastò a far dondolare la zattera che si ergeva sul pelo dell’acqua di quindici centimetri. Minuscole onde sciabordavano lente contro le taniche assicurate dal cordame sotto le fiancate.

Da quella posizione non si riusciva più a vedere la riva.

Troppa nebbia, incastrata tra le montagne e il bosco.

Bene, pensò l’ombra. Qui va bene. È il punto migliore.

Ripose la pagaia e si avvicinò al cadavere che trasportava.

Piccoli passi, gambe ben distanziate e braccia a bilanciare.

Si spostò con estrema lentezza.

 Cercando di non scivolare sul tavolato logoro, lucidato dagli stivali dei pescatori e dai piedi nudi di branchi di ragazzini accaldati in cerca di refrigerio o frivola intimità.

Nello stesso istante un triste lamento risuonò nell’aria.

Iiiuuh... uhhhh...

Era simile al soffiare della tramontana nelle grondaie di rame, durante le fredde notti d’inverno. Per un attimo il vagito sembrò accompagnato da un tintinnio metallico, come quello di campane a vento. Quel verso... una gazza, forse? Negli ultimi tempi in ogni strada della città se ne vedevano un’infinità di quegli uccellacci.

A notte fonda, però… Il bubolare di un gufo, probabilmente.

Oppure, no. L’origine di quel suono poteva essere un’altra.

È il lugubre richiamo dello Spirito del Lago, si stupì a pensare l’ombra, incassando la testa nelle spalle come per proteggersi, e rabbrividendo fin dentro il midollo. Oh, merda! Che assurdità!

L’ombra si concesse una fugace risatina isterica.

Nonostante quello sfogo, l’irrazionale l’avviluppò nella trama fitta del suo fascino. L’avesse ghermito all'istante e trascinato con sé all’inferno, quel leggendario spirito inquieto di Villa Reso!

Che scempiaggini vai pensando? rifletté, riprendendosi dal turbamento. Lo sai bene che non è lo Spirito del Lago a diffondere questo gemito e quel tintinnio... Oh, se lo sai! Puoi solo fingere di non saperlo, per non perdere quel che resta della tua ragione.

Come era giunto, il lugubre suono svanì, lasciando al suo posto i soliti suoni notturni: lo sciacquio pigro delle onde sulle taniche, lo strusciare ruvido delle canne lacustri, lo stillicidio della rugiada dalle foglie. Con un rumore simile a ghiaia scaricata dal cassone di un camion, un tuono brontolò dietro la dorsale montuosa.

L’ombra drizzò la schiena e riempì i polmoni di aria umida.

Non esisteva nessuno spettro in quel lago. Purtroppo!

Farsi suggestionare da una favola popolare era da sciocchi.

La fonte di quel piagnucolio era meno fantasiosa e più atroce.

La donna che trasportava sulla zattera non era morta, come aveva creduto fino a quel momento. Era soltanto priva di sensi.

Come hai fatto a non accorgertene prima? Idiota!

Era dura a morire quella stronza. Tuttavia ormai era troppo tardi per tornare indietro e cercare di sistemare le cose. Non dopo tutto quello che era successo, dopo quello che le aveva fatto...

In quell’istante capì cosa doveva sentire un serial killer.

Impulsi irrefrenabili che portano a conseguenze inevitabili.

Con il viso rivolto verso il basso nascosto dai folti capelli, la donna emise un altro mugolio e agitò le braccia sulle tavole del viscido legno marcio della zattera. Lo scampanellio sommesso era prodotto dal vezzoso gioiello che la donna indossava al polso.

Avrei dovuto legare anche le mani, oltre alle caviglie, ragionò.

Lasciandole così, però, era stato più facile trascinarla dalla riva fino in fondo al pontile e rovesciarla sopra la zattera. Non che lei pesasse granché, dopo la dieta e l’attività fisica extra a cui si era sottoposta negli ultimi tempi. Era tutta tette, culo e labbra, ormai. Pensare a quello che lei aveva fatto gli provocò un reflusso acido. Sputò un grumo di saliva nell’acqua torbida e si asciugò la bocca.

La parte più difficile era stata estrarre dalla mota e spostare i grossi blocchetti di cemento. Era stata una fortuna intravederli, a due passi dal pontile, con tutta quell’oscurità. Il rotolo di corda lo teneva sempre nel bagagliaio, ma per ben altre ragioni personali.

L’ombra restò immobile per qualche istante, oscillando come un pendolo, incerta sulle gambe. Il vero guaio degli omicidi non premeditati è che non sei organizzato a dovere, rifletté. A saperlo prima… Ridacchiò di nuovo. C’era da dire, comunque, che aveva perso ben pochi minuti a tergiversare e piangere sul latte versato.

Reprimendo sensi di colpa e cazzate varie, aveva escogitato un piano passabile per non finire in galera già il giorno dopo.

Osservò la sua vittima, immobile come un cadavere.

Come… ma non lo è. Non ancora, almeno. Devo sbrigarmi.

Recitò una veloce preghiera, più per se stesso che per la sua vittima, poi controllò l’orologio da polso: mezzanotte spaccata.

Poteva farla franca, certo. Scoprire il colpevole di un crimine non era semplice come facevano credere i telefilm gialli. La realtà era diversa. Il destino, la giusta dose di fortuna e l’incapacità degli inquirenti locali, nel suo caso, potevano fare la differenza.

Liberarsi del corpo, al momento, era il suo obiettivo primario.

Nascosto il corpo, nascosto il delitto. Avrebbe guadagnato tempo prezioso.

Una volta tornato a riva avrebbe riflettuto sugli altri dettagli.

Ancora un gemito e uno scampanellio. Stava rinvenendo.

Un filo di bava rosa le colava dalle labbra.

Non stare a guardarla! Muoviti! Falla finita!

I vestiti incollati alla pelle da sudore freddo e foschia, l’ombra piegò la schiena e, con un ultimo tintinnio dei ciondoli, rimosse il braccialetto dal polso della donna. Un souvenir prezioso, oltre che un chiaro indizio per il riconoscimento. La borsa con documenti, portafoglio, smartphone e le altre sue cianfrusaglie da puttana la teneva già a tracolla. Intascò il bracciale con un sospiro. Poi posò entrambe le mani sui bordi irregolari di uno dei pesanti blocchetti.

Serrò le mascelle e spinse con forza. La zattera si inclinò.

Rischiando di farla rovesciare, l’ombra continuò a spingere, la lingua che guizzava ai lati della bocca per la fatica. Il cemento stridette sul legno, fino a pochi centimetri dal bordo scheggiato.

Ripeté l’operazione con l’altro blocchetto, ansimando.

La donna, nel frattempo, aprì gli occhi e sbatté le palpebre.

Occhi blu attoniti, colmi di lacrime e striati di sangue.

Qualcosa di simile a una supplica fuggì dalla sue labbra.

«Aaah... iuuhhh...taa... miii...»

L’ombra inghiottì saliva acida.

Aiutami? Adesso mi chiedi anche aiuto?

La zattera era inclinata quasi a quarantacinque gradi, sul punto di ribaltarsi.

Esitare era pericoloso. Le lanciò un ultimo sguardo, gelido, mentre dava lo spintone definitivo ai blocchetti. Caddero in acqua con liquidi tonfi gemelli. La corda si srotolò e si tese in un attimo, artigliando le caviglie nude, trainando il corpo verso la fiancata.

Intuendo la drammaticità della sua situazione, semincosciente, la donna cercò di attaccarsi con tutte le sue forze al fondo della zattera. Con le unghie si aggrappò al legno scheggioso, graffiandolo. Sforzo inutile.

Scivolò sul legno e precipitò senza un grido nell’acqua.

La zattera traballò come un turacciolo nella tempesta.

L’ombra si sporse per osservare l’esito del suo gesto omicida.

Con suo grande e attonito stupore, lei non affondò subito.

Non del tutto, perlomeno.

Restò a fluttuare, appena sotto la superficie oleosa dell’acqua, mulinando le braccia, i capelli che le attorniavano il viso, la bocca spalancata come una oscena visione spettrale.

A causa del trascinamento, il seno le era sgusciato fuori dalla scollatura e ora ballonzolava pallido come il ventre di un pesce.

Un groppo gli si formò nel ventre. Perché non affonda? pensò.

Perché?

Ad aggiungere raccapriccio al suo sgomento, gli parve di udire di nuovo il suo lamento, sott’acqua. Un altro. E un altro ancora.

Adesso lo Spirito del Lago esiste davvero... Ironico, eh?

Un gorgoglio, una specie di risucchio, poi calò il silenzio.

La donna s’inabissò, lasciandosi dietro una densa scia di bolle.

Il nodo nel suo stomaco si allentò. L'ombra era esausta.

Deglutì a vuoto, rilassò le spalle e raccattò la pagaia.

La prima parte del suo piano era filata liscia, per così dire.

Il peggio, in ogni caso, doveva ancora venire. Lo sapeva bene.

Prima di tutto c’era il penoso ritorno a casa. Poi l’inquietudine, il rigurgito inevitabile dei sensi di colpa, sofferenza e pentimento. Superato tutto questo, il rientro a una quotidianità che non poteva più calzargli. Non dopo ciò che aveva fatto. Fingere la normalità sarebbe stato molto più difficile, da quella notte in poi.

Non era il caso di pensarci in quel momento, comunque.

Il semicerchio incompleto della luna, venato di fosche nubi filiformi, rischiarava i pioppi neri. Si era alzata una dolce brezza tiepida che disperse in fretta la caligine. La luce di un capanno, affacciato sul lago, si accese e brillò sperduta in mezzo ai tronchi degli alberi.

Chi diavolo può esserci laggiù, sveglio a quest’ora?

Doveva tornare al pontile e levarsi di torno alla svelta.

La zattera si stabilizzò sotto i suoi piedi, sciaguattando contro le onde. Sforzandosi di ignorare la stanchezza, l’ombra pagaiò.

Dietro le sue spalle, dal fondo del lago risalivano isolate bolle d’aria. Arrivate in superficie, esplodevano con un suono simile a quello del popcorn. Prima di dirigersi a tutta forza verso il pontile, ormai visibile attraverso la rada nebbia, l’ombra lanciò un ultimo sguardo speranzoso verso l’oscuro fondale gorgogliante e pregò che quello che vi aveva gettato non venisse mai, mai più ritrovato.

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Autore: Giancarlo Ibba, Cinzia Morea

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