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La sposa del Sud

ISBN 978-88-6690-205-8

Nuovo prodotto

Autore: Claudio Danzero

Formato: libro cartaceo - pag. 360

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15,00 €

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RECENSIONE

Enza, una diciottenne siciliana dal carattere forte e deciso, ascolta di nascosto le conversazioni segrete dei suoi cugini, affascinati dall’idea dell’unità italiana e soprattutto spinti dal desiderio di far parte di un Paese più evoluto e dinamico e, quando questi partono come volontari verso il Nord per partecipare ai moti del 1848, li segue di nascosto. Ben presto, la ragazza si scontrerà però con la realtà e prima di tutto con la necessità di trovare un lavoro per vivere. Per sua fortuna, riuscirà ad impiegarsi presso la nascente industria cotoniera piemontese, precisamente a Pont Canavese, dove troverà anche un marito e potrà formarsi una famiglia. Ma le circostanze la riporteranno anche, qualche anno dopo, nella Sicilia natale.

Questo romanzo storico è quello della nascita dell’Italia, sia dal punto di vista storico-politico, attraverso le guerre per l’indipendenza, sia attraverso gli aspetti economici: le ferrovie, i trasporti marittimi, la nascente industria, con l’impiego dell’elettricità, nuova forza motrice che va a soppiantare il vapore e la forza dell’acqua, ed ha inoltre il merito di presentare, attraverso gli occhi dei personaggi, le diversità culturali, le analogie e le differenze tra Nord e Sud, che si scoprono profondamente diversi, ma non incompatibili.

INCIPIT

ANTEFATTO

Una stretta valle alpina – Pont Canavese – località Doblazio
Sabato 10 maggio 1823

“Pardonnez-moi, monsieur Duport. Je crois qu’il serait mieux pour vous et vos invités de descendre du carrosse. Les pluies de ces derniers jours ont fait déborder les ruisseaux et ont transformé le pavé en un marécage. Avec tous vos bagages, le carrosse aura des difficultés à continuer.”[1]

“Non, nous ne descendrons pas. On ne peut pas fonder la plus grande usine d’Europe dans un endroit difficile à rejoindre en carrosse. Continuez. Ou bien, faites faire demi-tour aux chevaux et nous rentrons chez nous”[2] rispose stizzito Jean Dominique Duport al vetturino che lo aveva chiamato in causa con un intervento non gradito.

Questi, senza aggiungere verbo, chinò il capo, risalì in cassetta e sfogò il suo risentimento sui cavalli che furono immediatamente sferzati a proseguire.

In verità stavano percorrendo l’unica area alluvionale di un paese montano, posto all’imboccatura di due valli, che riassumeva in quel sito difetti e pregi delle rare aree pianeggianti. Qui, i rivi Ladret, Fontanarossa e Gallina, normalmente in secca, a distanza di lustri si gonfiavano incredibilmente in occasione di rovesci temporaleschi eccezionali che l’esteso bacino imbrifero non riusciva ad assorbire.

Proprio per questa conformazione orografica alla loro sinistra era situato un grande mulino la cui ruota aveva in parte coperto, con il suo roteare, lo scambio secco di battute fra i due personaggi.

La nuova strada carrozzabile proveniente da Cuorgnè sul versante sinistro del fiume Orco, che sostituiva la mulattiera medievale sul lato opposto, era degnamente costruita ma gli straripamenti erano talmente violenti e copiosi da avere la meglio.

Queste situazioni si succedevano a periodi tanto lunghi quanto distruttivi. Il tutto era dimostrato dai piloni votivi edificati lungo le sponde dei rivi. Erano piccole edicole dedicate prevalentemente a Santa Maria di Doblazio, la cui pieve dominava dall’alto del monte Uliveto la borgata omonima. Con il suo personale interessamento, la Vergine era ritenuta artefice del salvamento della popolazione da ben più immani tragedie provocate dalle acque torrentizie.

Se la prudenza del postiglione era forse esagerata, altrettanto eccessiva era stata peraltro la reazione dell’occupante la vettura chiamato in causa. La sua irascibilità era giustificata dalla esasperazione accumulata per un susseguirsi di motivazioni che avevano finito per esagitarne l’animo.

Jean Dominique Duport era figlio primogenito di Jean Pierre Duport e di Jeanne Perrin, era nato a Lione quarantatré anni prima ed aveva ottenuto il titolo di barone per meriti di famiglia. Suo fratello Bernard Victor era più giovane di otto anni, mentre il piccolo Saint Claire aveva visto la luce ben ventiquattro anni dopo di lui.

Il loro padre era stato un uomo imponente, dall’aspetto severo, dal piglio determinato e dai lineamenti pronunciati, con la mascella quadrata e volitiva, quale lo ricordava ai posteri il busto marmoreo posto sul suo sepolcro: un vero esponente del suo secolo. Era nato a Termignon, appena oltre il Moncenisio, nella Maurienne, il 2 gennaio 1749, era mancato tre anni prima ed aveva lasciato un enorme vuoto nella famiglia, da più di vent’anni impegnata nel settore industriale.

Quando Napoleone aveva assegnato alla Francia il posto di nazione di riferimento politico-militare, assorbendo nella sua area buona parte degli staterelli d’Europa, molti industriali del soppresso regno sabaudo avevano compreso che in questo clima favorevole toccava a loro lanciare il Paese nel settore finanziario-imprendi-toriale, dandogli una funzione trainante nel continente.

Jean Pierre era stato uno di loro. Fin da giovinetto aveva condiviso le idee dell’Illuminismo che, con baricentro in Francia, si diffondevano rapidamente nel continente. Erano idee che ponevano l’uomo, non Dio, al centro dell’attenzione e con il loro invito al predominio della ragione lo stimolavano ad esprimere la creatività, l’arte, l’ingegno ed anche la scientificità e la tecnologia.

I risultati furono pressoché immediati. Decine e decine di inventori e scienziati presentavano al mondo le loro creazioni e ciò avveniva specialmente nel campo tessile. Fino ad allora gli uomini del popolo erano rimasti pressoché ignudi. Accanto alle grandi sete e broccati, inarrivabili alla popolazione, non esistevano che stracci e cenci che pure risultavano costosi per la lavorazione completamente manuale.

Ora le posizioni si stavano ribaltando. A fianco di lana, seta, canapa e lino prendeva il sopravvento la fibra di cotone, destinata a soppiantare tutte le altre. Prodotto nell’Egitto come nell’India o nelle lontane Americhe, il cotone arrivava via mare e veniva distribuito per la lavorazione in tutta Europa tramite le compagnie navali, in particolar modo quelle inglesi di Liverpool che avevano il predominio transatlantico.

Ma non era la fibra il motivo principale del progresso, quanto la tecnologia che proponeva giorno dopo giorno macchinari sempre più affidabili e perfezionati. Erano macchine per filare più fibre contemporaneamente come la Spinning Jenny, o come il filatoio ad acqua di Richard Arkwright del 1768, in grado di produrre un filato di cotone talmente robusto da poter sostituire quello di lino fino ad allora utilizzato per gli orditi ed infine la Mule Jenny di Samuel Crompton del 1779, destinata a meccanizzare l’Europa.

A fianco delle macchine per filare nascevano quelle per tessere come la navetta volante (fly shuttle) di John Kay.

La successiva Rivoluzione francese deviò per un decennio l’attenzione del mondo, che riprese con Napoleone lanciato a strappare agli inglesi anche la supremazia produttiva. La Francia del primo Ottocento scoprì di poter vantare sulla rivale Inghilterra la presenza della forza idraulica.

A godere di queste conoscenze fu specialmente il Regno di Sardegna, posto a cavallo delle Alpi e proiettato dalla conquista di Napoleone nella più vasta area economico-commerciale francese.

Jean Pierre Duport, savoiardo per nascita ma francese per adozione, fin dal 1804 aveva messo in piedi una delle prime filature meccanizzate all’interno del convento sconsacrato delle Clarisse di Annecy.

Di lì, riuscendo a procurarsi con tutti i mezzi ogni sorta di macchinari inglesi, nel volgere di appena tre anni creò nel sud-est della Francia una rete di fabbriche che impiegavano circa 10.000 fusi e oltre 700 operai, così da farle diventare rappresentative in buona parte del sud Europa fino alla lontana Lisbona.

Intanto i figli Jean Dominique e Bernard Victor avevano affiancato il padre nella conduzione delle aziende ed il numero degli operai era salito ad oltre 1000.

In questo stato di cose toccava a loro rilanciare l’azienda operando in due direzioni: nella ricerca di nuovi mercati in Italia e nell’individuazione di nuovi siti per impiantare moderni stabilimenti in grado di produzioni superiori a costi ancora più contenuti.

Il territorio subalpino si prestava brillantemente allo scopo.

Era questo il motivo che aveva spinto Jean Dominique ad affrontare un viaggio tutt’altro che leggero. Aveva lasciato a malincuore la direzione dell’azienda al fratello Victor Bernard perché le acque che defluivano dal lago di Annecy col mezzo del canale di Thiou erano in piena e la produzione non doveva trovare soste. Così, era partito da Annecy domenica 27 aprile dopo la funzione festiva del mattino durante la quale il parroco aveva personalmente benedetto la missione.

Con lui era l’architetto Claude Valmasque, sovrintendente di tutte le opere edili ed idrauliche da loro realizzate negli ultimi anni. L’architetto era un uomo mite, piccolo ed apparentemente fragile, che però mostrava tutte le sue energie e le sue capacità, che spaziavano dal campo costruttivo a quello tessile ed energetico. Scompariva fisicamente al fianco dell’imponente Duport, ma riprendeva il sopravvento appena il discorso entrava nel vivo, anche grazie alla fiducia ed alla credibilità che aveva saputo conquistarsi.

Insieme a loro, apparentemente in veste secondaria ma in realtà determinante per le possibilità di formalizzare gli accordi, il notaio Louis De Salèse. Era una persona dalla barba irsuta e dal piglio severo che incuteva il dovuto timore nei comparenti che sedevano al tavolo di fronte a lui per accordarsi su qualcosa. A sua volta, sapeva ascoltare senza intervenire, se non quando era esplicitamente chiamato in causa o se gli sviluppi della situazione lo richiedevano.

A concludere incredibilmente la compagine, una religiosa, suor Antoinette, cugina di secondo grado per parte di madre del Duport, che l’aveva portata con sé per molti motivi: intanto era la persona di cui più si fidava in assoluto, capiva e parlava correntemente l’italiano e in più conosceva il dialetto canavesano, avendo trascorso gli anni di noviziato presso la diocesi di Ivrea. Inoltre la sua veste poteva cancellare la nomea di “mangiapreti” che i francesi portavano con sé dopo la calata di Napoleone e quindi agevolare i rapporti con le curie locali.

Suor Antoinette apparteneva all’ordine delle suore della carità di Santa Giovanna Antida Thouret ed era infaticabile e tenace così da non essere di peso alla compagnia. Il suo era un ordine che si occupava dell’istruzione della gioventù, della cura dei malati e dell’assistenza ai poveri.

Prima di varare la missione, la Duport et Compagnie aveva avviato degli abboccamenti preliminari con i collegi degli industriali e con il ministero, prendendo contatto con le amministrazioni interessate.

A pressarli maggiormente era quella forma di colonizzazione industriale che si stava prospettando in Italia, o meglio ancora la spartizione del suo nord-ovest. Il nord-est infatti era tornato saldamente in mano austroungarica ed era loro esclusiva preda.

Sul Piemonte, al contrario, si affacciavano le velleità di fior di industriali francesi ed anche svizzeri che si presentavano in concorrenza diretta con i Duport sul piano produttivo tessile ma rappresentavano una minaccia altrettanto pericolosa sul versante energetico relativo all’accaparramento delle fonti di energia indispensabili ad avviare la rivoluzione industriale sul versante italiano.

Alla Duport et Compagnie era giunta notizia che certi Falletti di Champigny erano proprietari a Pont, nel Canavese, di quello che poteva essere definito un piccolo borgo industriale composto da fucine e trafilerie oltre che da filature mosse dalle acque del torrente Soana, un corso d’acqua energeticamente allettante per gli strapiombi delle sue acque sufficientemente costanti nel corso dell’anno. A questo riguardo, voci incontrollate arrivate fino ad Annecy davano costoro interessati alla emergente fibra di cotone.

“Se i Falletti sono interessati al cotone – aveva asserito qualche anno prima il capostipite Jean Pierre – o sono stracolmi di soldi oppure cercano nuovi sbocchi perché si trovano in cattive acque.” E non si era sbagliato. Così la missione aveva avuto inizio.

Il viaggio da Annecy era però lungo e faticoso, forse più di quanto era logico attendersi e la convivenza all’interno della vettura per interi giorni di viaggio capace di esacerbare gli animi.

Particolarmente lunga e travagliata era stata la traversata del colle del Moncenisio. Erano ormai quasi vent’anni che Napoleone aveva fatto realizzare la strada più ardita d’Europa attraverso il colle posto a più di duemila metri di quota. I viaggiatori si erano fidati delle conoscenze verbali sull’opera che la definivano transitabile per quasi l’intero corso dell’anno ma la sua percorrenza era riuscita comunque molto faticosa a uomini ed animali. La stagione era ancora primaverile, sul colle era caduta abbondante neve ed avevano dovuto soggiornare un giorno e due notti al rifugio.

Il Duport era ansioso di compiere questo sopralluogo, così il suo umore era peggiorato per aver dovuto sottostare ai lunghi abboccamenti ministeriali di Torino fino a diventare pessimo per aver dovuto seguire al passo una mandria di bovini, impegnata nella transumanza primaverile verso gli alpeggi.

[1] “Perdonate, signor Duport. Credo che sarebbe preferibile se voi e i vostri ospiti poteste scendere dalla carrozza. Le piogge dei giorni scorsi hanno fatto straripare tutti i corsi d’acqua che hanno trasformato il selciato in un pantano. Con tutto il carico, difficilmente la carrozza potrà continuare.”

[2] “No, non scenderemo. Non si può fondare la più grande fabbrica d’Europa in un luogo irraggiungibile per una carrozza. Continuate! Oppure girate i cavalli e torniamo a casa.”

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