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Eroi nel nulla Visualizza ingrandito

Eroi nel nulla

ISBN 978-88-6690-118-1

Nuovo prodotto

Autore: Paolo Fiorino

Formato: libro cartaceo - 152 pagine

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12,00 €

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RECENSIONE

Il tranello più insidioso che si presenta all’autore di un romanzo storico, probabilmente, è l’introduzione di uno sguardo contemporaneo sugli eventi narrati.

Paolo Fiorino si sottrae abilmente alla tentazione e ne viene fuori con un racconto in cui l’immersione nel clima culturale dell’Italia dei primi anni quaranta è totale, grazie anche al modo in cui riesce a coinvolgere il lettore nelle vicende dei protagonisti.

Questo punto di forza della costruzione narrativa, però, per ragioni differenti, finisce col rendere Bir El Gobi un testo controverso.

I settanta anni che ci separano dalle vicende di Franco e Antonio, volontari nell’esercito italiano impegnato nella lotta per la spartizione colonialista della Libia tra le potenze europee belligeranti, hanno inevitabilmente prodotto mutamenti di gerarchia e di senso dei valori socialmente condivisi, in special modo in rapporto a quel periodo oscuro della storia italiana che va dall’inizio degli anni venti alla fine della seconda guerra mondiale.

Le scelte dei due personaggi principali sono orientate, fondamentalmente, sulla base della rispondenza a un principio etico: il senso di responsabilità; entrambi i protagonisti, immersi in un contesto storico che comprendono solo marginalmente e che sentono di non poter affrontare in altro modo che abbandonandosi alla corrente impetuosa che li trascina, sanno soltanto una cosa: che è giusto “fare la loro parte” e che il rispetto di questo imperativo morale è il fondamento dell’eroismo.

In questo, Bir El Gobi rivela tutta la sua fedeltà al clima culturale dell’epoca.

L’assunzione di responsabilità per Franco, come probabilmente per molti tra gli appartenenti alle generazioni vissute in quegli anni, è nei confronti dei commilitoni, dei compagni di reparto, anche se conosciuti pochi mesi prima, magari in conseguenza di un’assegnazione casuale ad un battaglione, piuttosto che nei confronti della compagna di una vita o della figlia che ha messo al mondo.

Una prospettiva difficilmente condivisibile dal lettore degli anni dieci del ventunesimo secolo, che vive in un mondo in cui, oltretutto, non esistono più soldati, ma soltanto professionisti della guerra e in cui non è più un dogma unanimemente accettato che “gli ordini si eseguono, non si commentano!”.

È probabile che lo stesso lettore faccia fatica sia a individuare i meriti del giovanissimo Antonio, la cui maggiore aspirazione è quella di essere inviato al fronte, non importa se a difendere uno sperduto crocevia nel mezzo del deserto, sia a riconoscere valore alla sua scelta di arruolarsi volontario, sfiorato soltanto per un istante dal dubbio che il suo entusiasmo possa essere stato manipolato dalla propaganda del regime.

Nel giudizio sull’episodio narrato in queste pagine come eroica difesa di un avamposto o insensato massacro causato dal regime ci sono settanta anni di storia e di cultura italiana.

Ma, a ben vedere, il ruolo di un romanzo storico è anche quello di fungere da specchio, per uno sguardo di rimando sulla contemporaneità e in tal senso Bir El Gobi si rivela un racconto ben congegnato, perché viene da pensare che se Franco e Antonio ci guardassero dal lontano deserto libico del 1941, probabilmente direbbero che in fondo non è poi cambiato molto, se oggi, ad esempio, ci sono di nuovo milioni di italiani che si dicono disposti a fare la loro parte di sacrifici per riconquistare la Fiducia degli Investitori, un concetto non meno astratto (e, come quello, sufficientemente mistico da giustificare le maiuscole) della Patria dei difensori del presidio di Bir El Gobi.

Gianluca D’Urso

INCIPIT

3 Giugno 1940

La timida luce che filtrava attraverso il vetro del finestrino, sporco di polvere e fuliggine, era l’unica cosa che riusciva ad alleviare la sua tensione. I tiepidi raggi del sole di primavera gli riscaldavano il viso e allontanavano da lui il ricordo della rigida stagione invernale che aveva trascorso a Trento con il suo battaglione. Si spostò sulla panca di legno della carrozza per trovare una posizione più comoda, mentre lo sferragliare ritmico del treno lo cullava e il vapore del locomotore, misto al fumo del carbone che bruciava nella caldaia, sfuggiva lontano, spinto di lato da un vento che lui, chiuso com’era nel suo scompartimento, poteva solo immaginare. Nonostante tutti i suoi sforzi non riusciva a liberarsi nemmeno per un istante dell’inquietudine che da giorni incupiva i suoi pensieri. Era un viaggio lungo e scomodo quello che aveva davanti. In quello scompartimento di terza classe, polveroso e angusto, avrebbe dovuto trascorrere molte ore di un tempo che pareva avanzare con un'insolita ed esasperante lentezza. Il suo pensiero andò all'ultima lettera che aveva ricevuto dalla moglie solo un paio di giorni addietro: poche pagine vergate con calligrafia elegante dalle quali traspariva tutta la preoccupazione di Zelmira per l'andamento della sua gravidanza. Non era stato facile ottenere una licenza perché il comandante del battaglione aveva programmato un'esercitazione e sospeso ogni tipo di permesso a tempo indeterminato. Non era un evento usuale, ma vista la situazione internazionale non c'era da meravigliarsi per tutto quel nervosismo. Solo quando Franco si era messo a rapporto dall’ufficiale superiore e aveva insistito per fargli leggere la lettera della moglie questi si era convinto e gli aveva concesso di tornare a casa per un’intera settimana. La divisa da libera uscita che era stato costretto a indossare per il viaggio lo rendeva immediatamente identificabile come un militare e questo se da una parte gli dava qualche vantaggio, come quello di viaggiare gratis, di contro lo sottoponeva agli sguardi di tutti. Le persone che aveva incontrato alla stazione, per esempio: alcuni lo avevano osservato ammirati, come un esempio di virtù fascista, altri con malcelato disprezzo, probabilmente per lo stesso motivo. Lui in realtà si sentiva estraneo a questo gioco di ruoli. Sapeva di essere solo un uomo, un comune operaio milanese come tanti, un marito che era stato costretto a lasciare il lavoro e la famiglia per servire la sua patria. Era stato un distacco doloroso ma inevitabile, negli ultimi mesi c’era stato un forte incremento degli arruolamenti. Molti altri suoi amici erano stati richiamati in quello stesso periodo ed erano stati meno fortunati di lui che, almeno, aveva ricevuto dal suo principale l’assicurazione che al termine del servizio avrebbe riavuto il suo lavoro. Al contrario la maggior parte dei suoi commilitoni con la chiamata alle armi aveva perso definitivamente il posto e il misero compenso di tre giorni di paga che la legge prevedeva in questi casi era ben poca cosa davanti alle necessità di chi aveva una famiglia da mantenere. L’incremento degli arruolamenti non lasciava presagire nulla di buono ma Franco cercava di scacciare quel pensiero negativo. Dopotutto, anche se l’intera Europa era lacerata dal conflitto e sembrava una polveriera sul punto di esplodere, non c’era motivo di credere che il Duce avrebbe cambiato la propria politica di non belligeranza. Si voltò e guardò le campagne che correvano veloci davanti ai suoi occhi, nel rettangolo di vetro del finestrino che a tratti dava l’impressione di essere un quadro animato dal pennello magico di un artista divino. La pianura era verde e punteggiata di macchie di alberi fitte e rigogliose. Di tanto in tanto il verde era interrotto da ampi rettangoli di colore, dove le fatiche di generazioni di contadini erano giunte a portare ordine nel caos naturale. I campi di grano entravano nella sua visuale per pochi secondi e poi sfuggivano veloci per essere sostituiti più avanti da altri campi e poi da alberi, da case rurali e poi di nuovo da campi in un continuo inseguirsi di natura selvatica e di civiltà. I binari del treno erano linee rette tracciate con fatica sul volto di quella terra, come uno spartito disegnato su un foglio bianco su cui ciascuno era libero di scrivere le proprie note. Il treno era la grande conquista di quegli anni, il mezzo con cui chiunque era libero di spostarsi lungo la penisola e addirittura attraverso l’Europa senza altri limiti se non quelli dettati dalla disponibilità di denaro.

Staccò lo sguardo dal finestrino, stanco di osservare quello spettacolo monotono, e rivolse la sua attenzione ai compagni di viaggio. Nello scompartimento c’erano un prete, dal volto ossuto sormontato da una chioma di capelli bianchi, intento a leggere un breviario consunto la cui rilegatura stava cadendo a pezzi, un uomo di circa trent’anni, massiccio e dai lineamenti piuttosto rozzi, che dormiva profondamente con le mani callose intrecciate e una donna di circa sessant’anni, dall’aspetto dimesso. Nessuno di loro era particolarmente interessante per Franco, che in quel momento aveva in mente solo la moglie e il bambino che sarebbe dovuto nascere.

Speriamo che sia femmina pensò, ritrovando per qualche secondo un pizzico di ottimismo. Sbuffò. Il caldo era già intenso, in quell’ambiente chiuso, e i finestrini a ghigliottina erano bloccati. Si allentò la cravatta e il colletto della camicia in cerca di un po’ di ristoro, ma senza esagerare.

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Eroi nel nulla

Autore: Paolo Fiorino

Formato: libro cartaceo - 152 pagine

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