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I sette giorni mancanti Visualizza ingrandito

I sette giorni mancanti

ISBN 978-88-6690-149-5

Nuovo prodotto

Autore: Gianni Bosco

Formato: libro cartaceo - 224 pagine

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12,00 €

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RECENSIONE

Goffredo Olon Ribaud, torinese di origini valdostane, giovane in carriera, di buona famiglia, con una bella fidanzata è un ragazzo normale, se non fosse per l’ombra inquietante del suo antenato Jacò Malanima, che lo segue come una maledizione.
Un giorno Goffredo, anzi, Freddy, si risveglia su di un’isola apparentemente tropicale e deserta: indossa abiti da città, ha un cellulare, un anello d’oro al dito, ma ha perso la memoria. Come un novello Robinson Crusoe, inizierà a esplorare l’ambiente sconosciuto e inizialmente ostile, pericoloso, con il quale dovrà fare i conti, ma, soprattutto, dovrà fare i conti con se stesso e con la sua irresistibile tensione verso la ricerca e con l’impulso a salire ad ogni costo sulla cima del vulcano che sovrasta l’isola.
Una storia concitata e avventurosa, che ben presto si rivela come una grande metafora sulla ricerca del senso della vita e un viaggio all’interno della solitudine dell’uomo. Occorreranno sette giorni a Freddy per comprendere che forse è possibile liberarsi dalle catene della condizione umana, sette giorni come quelli biblici della creazione del mondo, per andare al di là della logica e aprirsi all’immane gioia del vivere.

INCIPIT

Uno scarabeo che zampettava faticosamente sulla rena a dieci centimetri dal mio naso, fu la prima cosa che vidi quando aprii gli occhi. Sputacchiando la finissima sabbia che mi si era infilata fra le labbra all’angolo della bocca, mi sollevai dalla posizione prona nella quale mi trovavo. Ancora intontito mi misi a sedere con le gambe piegate, trattenendole con le braccia cinte intorno alle ginocchia, sulle quali appoggiai la fronte.
Dopo alcuni minuti, continuando a sputacchiare la sabbia che sentivo scricchiolare sotto i denti, mi guardai attorno sgranando gli occhi attonito: un’interminabile spiaggia bianca si estendeva a perdita d’occhio, sia alla mia destra che alla mia sinistra, delimitando un mare calmo e cristallino sul quale il disco rosso del sole, appena sgusciato dall’orizzonte, pareva stare appoggiato.
Torcendo il busto per guardare alle mie spalle, vidi, a una trentina di metri, un folto intrico d’alberi e palme che, formando una impenetrabile barriera ancora velata dall’incerta luce rossiccia dell’alba, incorniciava la spiaggia per tutta la sua lunghezza.
Incapace di credere a quello che stavo vedendo, pensai si trattasse di un sogno, ma subito scartai l’ipotesi perché considerai che, per quanto stravaganti possano essere, le visoni oniriche non stupiscono mai, né possono rivelarsi come tali.
La cosa che mi lasciava sconcertato, però, ancor più del luogo assolutamente sconosciuto nel quale mi trovavo, era il fatto di non avere la più pallida idea di come ci fossi arrivato, e men che meno di chi io fossi.
Mi guardai incuriosito le mani come se le vedessi per la prima volta; all’anulare destro avevo un anello d’oro, fuso in un unico pezzo, sul cui spoglio castone quadrato era cesellato quel che pareva un crittogramma rappresentato dalle lettere O ed R legate insieme da un ramo di rovo; al polso portavo un orologio di marca con le lancette ferme alle otto e dieci. Stranito, esaminai i vestiti che indossavo: pantaloni in misto lino verde bottiglia, camicia di seta beige chiaro, cravatta a righe trasversali di varie tonalità di verde, giacca dal taglio sportivo color nocciola, calze di cotone della stessa tonalità dei pantaloni, scarpe di morbida pelle marrone chiaro con suole di para e cintura d’identico colore. Che ci facevo vestito in quel modo in un posto simile?
Il sole s’era già staccato dall’orizzonte d’un bel po’, stringendosi in una luminosità sempre più vivida, quando decisi di alzarmi e incamminarmi verso sinistra in cerca di qualche riferimento che mi facesse rinsavire.
Completamente immerso nell’ovatta dei miei pensieri senza radici, camminai per un tempo indefinito articolando i passi in modo meccanico, come un automa, finché, infastidito dalla sabbia che vi finiva dentro, mi tolsi scarpe e calze. Con i calzini nelle tasche della giacca e le scarpe, con i lacci legati fra loro, a penzoloni sulla spalla, continuai a piedi nudi.
Il paesaggio bellissimo nel quale m’inoltravo era immerso in un silenzio irreale rotto dall’appena percettibile sciabordare del mare sulla battigia e dallo scrocchiare dei miei passi sulla sabbia. Non un alito di vento soffiava fra i rami degli alberi, né uno strider di gabbiani o un frullar d’ali rompeva quella strana quiete; ma di tutto questo lì per lì non mi avvidi, risucchiato com’ero nel vuoto della mia memoria.
Dopo un altro po’ di cammino, mi sfilai la cravatta slacciandomi il colletto e quando giunsi a un’ampia insenatura che, profonda, rompeva il lineare proseguire della spiaggia, già m’ero tolto la giacca e rimboccato le maniche della camicia.
Al centro della baia la barriera verde arretrava formando un’ampia radura. Speranzoso, mi ci diressi camminando di buona lena. Sembrava quello un posto idoneo per trovarvi qualcosa che mi potesse, se non proprio far raccapezzare, almeno fornire delle buone indicazioni. In realtà quell’insenatura pareva un approdo ideale per chiunque fosse giunto dal mare, tuttavia mi fu presto evidente che, se mai qualcuno fosse sbarcato su quel litorale, di certo non l’aveva fatto di recente, perché anche l’insenatura, come tutto il resto della spiaggia, appariva assolutamente vergine.
Con la speranza di trovarvi qualche indizio, decisi di avvicinarmi alla boscaglia in fondo alla radura.
Man mano che mi allontanavo dalla riva, il terreno diventava più compatto, trattenuto dalle radici d’un’erba spessa e dura che, crescendo sempre più fitta, s’allargava tutt’attorno fino a nascondere il suolo sabbioso con i suoi rigidi steli.
Intimorito da quel procedere alla cieca senza vedere dove mettevo i piedi, decisi di rimettermi le scarpe; nel chinarmi uno stelo di quell’erba, che mi lambiva le ginocchia, come un aculeo, mi graffiò lo zigomo destro appena sotto l’occhio. Infastidito dal bruciore, lanciai un’imprecazione toccandomi la guancia.
Contrariato da quel piccolo inconveniente, già stavo per abbandonare il proposito di raggiungere la boscaglia quando vidi, fra i rami di uno degli alberi, qualcosa di colorato. Incuriosito mi ci diressi, notando dei frutti ovoidali d’un color violaceo simili a manghi maturi. Pensai che quei frutti avrebbero potuto rinfrancarmi, perché erano belli da vedere e, quando ne presi uno, valutai, toccandolo, che la polpa fosse sugosa e ricca. Rompendo la buccia con l’unghia dei pollici, lo aprii e con cautela lo assaggiai. Ripetei l’operazione diverse volte prima di gettarlo via stizzito: era totalmente scipito, e il suo succo leggermente vischioso allappava la bocca senza dare alcun ristoro.
Deluso, ritornai sui miei passi verso la spiaggia. Raggiunta la riva, mi sciacquai le mani appiccicaticce del succo sciapo di quel frutto.
Il sole era ormai alto nel cielo terso, senza nuvole, tanto da apparire, nell’innaturale immobilismo di quella speciosa natura, monotono.
Dopo un lungo camminare, giunsi in un punto in cui un torrentello, tagliando la spiaggia, confluiva nel mare. Rincuorato, mi ci diressi e, dopo aver risalito il suo corso per una ventina di metri, prima che s’addentrasse nella boscaglia, mi chinai e prendendo un po’ d’acqua fra le mani riunite, ne bevvi un sorso; subito la sputai disgustato: era amara! Scrollando le mani, con le labbra stirate e gli occhi strizzati in una smorfia di ripugnanza, guardai il torrente, incredulo. Che posto era mai quello? Non poteva esistere veramente! Con disappunto, considerai che ogni cosa in quel posto appagava soltanto la vista, lasciando una profonda inquietudine nel cuore. Tutto pareva sul punto di regalare intense emozioni subito frustrate, esalate come un singhiozzante respiro. Pareva un luogo fatto per la vita, ma privo d’alito vitale.
Turbato da questo pensiero, cercai di capire a cosa fosse dovuta l’amarezza di quell’acqua. Mi rimboccai i calzoni fino alle ginocchia e, camminando nell’acqua bassa, tentando di risalire il corso del torrente, m’inoltrai nella macchia. Percorse alcune decine di metri, dovetti desistere perché il letto del torrente si perdeva nell’intrico della boscaglia che, facendosi sempre più fitta, divenne impenetrabile.
Tornato sulla spiaggia, mi sedetti all’ombra di una palma.
La mia mente era un inconcludente, frenetico andirivieni di pensieri che, rincorrendosi, percorrevano il breve tragitto dal mio risveglio fino a lì. Con la nuca appoggiata al tronco dell’albero, rimasi con gli occhi chiusi per molti minuti. Com’ero arrivato in quel posto che, forse perché rappresentava tutto il mio vissuto o per chissà quale altra incomprensibile ragione, ora mi sembrava familiare? Considerai che difficilmente c’ero potuto arrivare da solo, allora chi m’aveva portato, e per quale motivo m’aveva poi abbandonato lì?
I miei pensieri continuavano a sbattere, con sempre maggior insistenza, sui metallici riflessi verdi dello scarabeo, l’unico essere vivente che avessi visto dal mio risveglio, come cercando di penetrarne la corazza e sgusciare nel mare dei miei ricordi, che certamente era lì, appena oltre quell’impalpabile eppur tenace cortina d’oblio.
Il mare, praticamente immoto, scintillava sotto il sole, vuoto come le pagine bianche d’un libro che, solo pensato, fosse stato irrimediabilmente dimenticato, con i suoi enigmi scivolati oltre l’orizzonte e l’oscuro arcano dei suoi abissi, dal quale sarebbe potuto emergere, improvviso e ammaliante, il canto d’una sirena:

“Freddy … Freddy! Mi senti?”

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I sette giorni mancanti

Autore: Gianni Bosco

Formato: libro cartaceo - 224 pagine

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