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Occhi sulla collina

ISBN 978-88-6690-456-4

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Autore: Giorgio Bianco Costantino

Formato: Epub, Kindle

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PRESENTAZIONE

Vladimiro, giornalista che ha perso il lavoro, sbarca il lunario lavorando come riparatore, imbianchino, idraulico.

Nel primo giorno della sua nuova attività, deve riparare una tapparella a casa di Marzia, moglie di un ricco cardiochirurgo e madre di una bimba di cinque anni, Lia, capace di leggere nel pensiero degli adulti e, talvolta, di vedere il futuro.

Vladimiro batte la testa, forse cadendo dalla scala, e per quel giorno non riesce a finire il lavoro.

Sebastiano, il marito di Marzia, brillante, ricco e stimato cardiochirurgo, nel privato è un mostro che maltratta e umilia la moglie. Il medico è scomparso misteriosamente e di lui non si ha alcuna notizia.

 Marzia e Vladimiro cominciano a frequentarsi e si innamorano. Anche Lia ben presto si affeziona all’uomo, che la tratta come un padre tenero e affettuoso.

Ma dietro la scomparsa di Sebastiano si cela una terribile verità, che non sarà facile far emergere e che passerà anche attraverso il tradimento di Eugenia, una donna che Marzia considera la sua più grande amica. Si dovrà trovare la strada giusta, proprio come Vladimiro, che ama correre per le strade di Torino, ha imparato da suo padre: mantenere gli occhi sulla collina e correre, non perdere l’orientamento, anche se il prezzo da pagare si chiama fatica, dolore, paura.

INCIPIT

1. Vladimiro

 

Io corro. Spezzo il fiato in un lamento e trovo slancio per il passo successivo. Corro, corro.

L’autunno mescola l’odore delle foglie fradice a quello delle prime nebbie torinesi. Scoiattoli elettrici scattano sul boato della città, gabbiani incolori volano bassi e non si rassegnano all’assenza del mare. La Mole è una sagoma grigia dietro a un filtro di smog.

Io corro al parco del Valentino. Corro dietro alla memoria perduta della felicità o della sua illusione, lotta impari contro il tempo rovesciato, come la giustizia nel mondo.

 

Colpi piatti e ritmati, canottaggio sul Po fotografato fra rami spigolosi lungo la riva. Non è sole, non è luna, è un disco orario che segna il passaggio dal mattino al pomeriggio, senza calore né prospettiva.

Corro da cinque minuti, forse meno. Non bastano, i muscoli sono ancora freddi, prurito ai polpacci, dolore all’anca, fiato compresso nella parte alta del torace. Troppe panchine vuote, invitanti come sirene, sedersi e grattare il polpaccio a sangue, respirare, respirare, dormire!

Ma io corro testardo, e chi te lo fa fare, Vladimiro, credi che morire in salute sia una grande soddisfazione? Tanto sottoterra ci finiamo tutti quanti, e goditela ’sta vita! Fumati una sigaretta, mangia grasso... Goditela!

Me la godo, va bene. Intesi. Mi godrò la vita. Un’altra volta, però. Ora non ho tempo. Comunque sottoterra non ci finisco, mi faccio cremare e al diavolo il collega di scrivania, il vicino di casa, la...

 

L’ultima scrivania l’ho abbandonata quando la primavera era appena precipitata nell’estate. Ero un giornalista. No, lo sono ancora. Puoi togliere un pilota dalla Moto Gp, non la Moto Gp da un pilota. Cronisti, stessa cosa. Sono un giornalista di stampa locale. Disoccupato. Triturato dal crollo della pubblicità. Caporedattore senza più servizi da assegnare, pagine da disegnare, giovani collaboratori da incoraggiare. Le lettere di rammarico dei lettori affezionati: e non chiudete, non chiudete! Chi darà voce alle nostre proteste? Non ci piace la rivista sul web, rivogliamo il vecchio giornale di carta!

 

Dunque io corro. Più veloce dei miei cinquant’anni, di un pugno sul tavolo, di una brutta notizia. La faccia pallida e l’espressione sprezzante di un capo del personale. Annoiato, inutilmente pragmatico, gran figlio di una banca, triste di ricchezza e abbia pazienza Vladimiro, è una questione di mercato, sono certo che comprenderà. Lei è in gamba, mi dicono, io leggo soltanto notiziari finanziari, comunque so che lei è un buon giornalista, niente da dire. Ma la crisi... Insomma, comprenderà. Noi dobbiamo preoccuparci dei conti. Quindi meglio assumere due ragazzini svegli, esperti di internet e, mi strizza l’occhio, con poche pretese economiche. Faranno un bel sito web: agile, dinamico, essenziale. Addio alla carta, alla vecchia struttura, ai vecchi giornalisti. Il mondo si muove così. È il mercato a decidere, le ripeto. Il mercato vuole le sue vittime, ma è l’unico in grado di riequilibrare il sistema. Lei comprenderà.

 

Certo che comprenderò. È il mio lavoro. Comprendere chi è distante da me molto più di un’idea sbagliata. Comprendere senza giudicare, riportare i fatti con chiarezza, frasi brevi, pochi aggettivi. Deontologia, rispetto. Pubblicare articoli che parlano di aziende fallite mentre fallisci anche tu. Professionalità, passione, degrado, morte. Sequenze schizofreniche di una dedizione mortificata, conti che non tornano. Non più.

Nemmeno io voglio tornare, per questo continuo a consumare scarpe da podismo lungo una pista ciclabile. Monumento all’Autiere d’Italia, Vladimiro guarda che bello, è una ruota! Papà sorrideva, io spingevo sui pedali rassicurato dalle rotelle, ma papà le tolse presto e meno male: tutto questo fece di me un motociclista e uno sciatore, un camminatore, un...

 

Ora i muscoli sono caldi perché correndo non penso più alla corsa, penso ai fatti miei: è il segnale. Corro come se corresse un altro, ho il privilegio di farmi portare dai piedi senza rendermene conto. Il cuore ha trovato il ritmo giusto, la salivazione non è più eccessiva, il sudore che dalla fronte scivola verso il collo certifica la costanza dello sforzo atletico. Ora mi sento importante, giusto, forse immortale.

 

Biglietti. Bigliettini appiccicati ai pali della luce. “Eseguo piccole riparazioni a tapparelle, sturo lavandini, tinteggio appartamenti, sgombero cantine e solai”. L’ultima è una mezza bugia: per gli sgomberi bisogna avere un camioncino e possibilmente un socio, ma confido nel buon cuore di un amico. Le altre sono verità intere: famiglia proletaria, gente che aggiusta e si aggiusta. Per risparmiare, ma anche per non dover chiedere: piemontesi, teste così. Visti mentre corro, i miei biglietti sono bandiere bianche al vento della sconfitta, un lembo pronto per essere strappato, numero di cellulare per tutti, tutti.

Il ponte Isabella. È la boa. Di solito lo attraverso, giro a destra e torno indietro, verso corso Sicilia e il ponte Balbis, poi via fino casa. Oggi invece voglio andare a sinistra. Punto al centro città, a qualcosa che non evochi l’idea del rientro. Io fuggo, respiro. E corro.

 

Questa volta, però, ho la testa bendata. E un occhio pesto. Pure una spalla dolorante. Merda, che botta! La medicazione stringe troppo, le tempie pulsano a ogni passo, a ogni sobbalzo. Correre così è un inferno.

Ma non sono caduto mentre correvo. Sono volato da una scala come un fico dalla pianta: bella figura mi sono fatto ieri di fronte a una cliente nuova, la prima nella mia carriera di riparatore tuttofare. Brava donna. Bella donna, mani lunghe e linee dolci, treccia bruna, mandorle al posto degli occhi. Niente reggiseno, fasciata di nero come una ginnasta, profumo d’ambra. Bella per chi? Per me? Io non amerò più. Mai più.

E allora che faccio, tanto per gradire? Cado. Giù dalla scala, quando si dice cominciare il lavoro col botto. Adesso ricordo soltanto il campanello di casa, la porta socchiusa, la voce di una bambina che mi dice entra, entra. Poi più nulla. Fino al risveglio in poltrona con un asciugamano bagnato sulla fronte e si è fatto tanto male, signore? Mi sono presa uno spavento, volevo chiamare l’ambulanza ma poi ho capito che si sarebbe ripreso.

 

«Ma che... Che succede? Chi è lei? Che posto è questo? Dica qualcosa, per piacere!»

«Stia calmo, stia calmo... Ha battuto la testa, non ricorda?»

«Nulla ricordo, nulla! Che male... O mamma...»

«Non si agiti, signore, per carità!»

«Mi agito perché non so dove mi trovo, e lei manco mi dice chi è!»

«Marzia, piacere. Mi scusi se piango, mi sono spaventata. Appoggi la testa, non si agiti. Le spiegherò tutto.»

«Sì... Va bene. Mi chiamo Vladimiro, piacere mio. Sto bene. No, male. Non so. La mia testa...»

«Stia tranquillo, si rilassi. Passerà presto.»

«Ora vuol dirmi dove mi trovo? E che cosa ci faccio qui?»

«Ma non ricorda proprio nulla?»

«No, signora. Nulla. Insomma, che succede?»

«Lei si trova in un appartamento di corso Marconi, vicino alla fermata della metro. Doveva sostituirmi la cinghia di una tapparella. Le ho telefonato ieri pomeriggio. Ci pensi, faccia uno sforzo.»

 

Pausa, dolore. Quel sapore amaro in bocca, come quando da ragazzino mi schiantavo con la bici da cross. Dolore, dolore. Memoria.

 

«Sì... Sì, signora. Le cose iniziano a tornarmi in mente. Ma chi le ha dato il mio numero di telefono?»

«È stato lei. Voglio dire, ha attaccato biglietti lungo la ciclabile del Valentino. Io ci porto sempre la bambina a giocare e così...»

«Sì, sì. Giusto. I biglietti. Accidenti, ora ricordo tutto. Tranne la caduta. Veramente non ricordo nemmeno di essere salito su una scala...»

«E come, se ci è salito! Poi... Poi si è voltato all’improvviso, ecco! Insomma... Forse cercava qualcosa, un attrezzo. E ha perso l’equilibrio. Adesso, se è d’accordo, l’accompagnerei al pronto soccorso.»

«Ma no... Non è il caso...»

«Guardi che con la testa non si scherza... Ha preso una bella botta, manco se ne ricorda... Non sono un medico, ma una radiografia la farei.»

«No, davvero. La ringrazio ma sto meglio.»

«Mi dica una cosa: non è che lei rifiuta l’ospedale perché teme guai? Lei lavora in nero, giusto?»

«Sbagliato, signora: ho aperto la Partita Iva e la sua fattura doveva essere la numero uno della mia nuova carriera. Quindi è tutto regolare. Non mi va di andare in ospedale, punto e basta.»

«Va bene, non volevo offenderla.»

«È impossibile offendermi: prima di cominciare a cadere dalle scale ero giornalista. E lo rimango, nel profondo.»

«Oh, sì... Capisco. Ma le conviene la Partita Iva, con questi lavoretti? Guadagnerà abbastanza, riuscirà a pagare le tasse?»

«Deciderà il mercato.»

 

Il bello della moto è il verde digitale del cruscotto in primo piano ritagliato nell’arancione del sole al tramonto. Il brutto della moto è che ti ci puoi ammazzare, e normalmente tutti abbiamo voglia di vivere. Normalmente.

Mi capita spesso di pensare alla moto mentre corro a piedi. È esaltante. Da casa mia, in via Ventimiglia, al ponte Isabella sono quattro chilometri. Vladimiro sul ponte, la Mole è bella come una mattina di fuga da scuola, il panino proibito al bar di via Po, una gita al Monte dei Cappuccini insieme al compagno di banco. Una mattina passata a parlare di maxi moto e ragazze inarrivabili, ma Giovanna te l’ha fatta vedere per davvero, quando vi siete chiusi nel bagno della palestra? E toccare? Cavolo! Poi che avete fatto? Come niente? Sei scemo, allora!

La borsa dei libri sulle spalle, la mezza sigaretta, l’una del pomeriggio, due tram che si dividono, come le vite: chi con la penna in mano, chi con una siringa nel braccio.

Altre epoche, si dedicava più tempo anche alla disperazione, il dolore era la costruzione di un edificio nel quale finalmente abitare. Il dolore, il dolore: un palcoscenico su cui andava in scena la propria fine e talvolta tutto questo era arte. Ora il dolore è un limbo di rassegnazione. Forse senza siringhe, ma pure senza qualcuno che abbia saputo raccogliere l’eredità dei vecchi Genesis, dei contestatori ciclostilati in proprio, degli autolesionisti che leggevano Kerouac e gridavano mondo schifoso. Oggi abitiamo nel braccio della morte e aspettiamo la fine guardando la televisione, pubblicando il nostro sorriso trasparente su Instagram e pensando che tutto sommato non si poteva fare diversamente.

 

Profumo d’ambra, cioè di Marzia. La donna dai maglioncini senza reggiseno, senza trucco e chissà l’inganno. Oggi la treccia è sciolta in un’onda nera fra leonessa e pantera, mentre le rughe leggere lasciate libere di svelarsi rendono più interessanti le grandi mandorle degli occhi. Un sorriso cordiale e prudente, eppure in cerca di complicità. E una venatura scura, aromatizzata al mistero. Tante cose ci vedo, per essere uno che non s’innamorerà mai più.

 

«Come sta, signor Vladimiro? La testa...»

 

Disagio, ipotesi di panico, addirittura. Che mi succede?

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