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Il giardino di Zaia

ISBN 978-88-6690-483-0

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Autore: Paolo Galimberti

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

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PRESENTAZIONE

Ugo, il protagonista di questo romanzo, è il classico esempio dell’antieroe: un bravo ragazzo come tanti, educato, gentile, che lavora, frequenta qualche amico, litiga con la sorella per la precedenza nell’uso della doccia, vive con le cuffiette mp3 nelle orecchie. In famiglia, però, è considerato un sempliciotto, le decisioni gravi e importanti vengono sempre prese senza consultarlo. Ugo ne soffre, ma il suo amore per i genitori e per i fratelli non viene mai meno e, ben presto, sarà pronto anche per l’Amore, quello con la maiuscola, che arriva con Margherita. La vita, però, si sa, non è quasi mai benevola, e mette sulla nostra strada ostacoli inaspettati. L’eroismo, forse, consiste proprio nella capacità di affrontare le difficoltà senza smettere di amare e senza rifiutare le sofferenze e le sfide che la vita ci presenta.

INCIPIT

1

Il suono improvviso della sveglia mi coglie di sorpresa. Il brano che ha scelto stamani è forte e ossessivo, mi costringe a sobbalzare nel letto. Mi drizzo a sedere, allungo il braccio e schiaccio il tasto che accende l’ora riflettendola sul soffitto della stanza. Strabuzzo gli occhi per vederci meglio: le cinque del mattino. Si spegne. La riaccendo all’istante per controllare che non stia sognando. Sbircio dalla porzione di avvolgibile che lascio aperto per constatare che in effetti è ancora buio. Per quale strano motivo ho impostato la sveglia a un orario così assurdo? Mi sarò sbagliato, normalmente la regolo alle sette e dieci per arrivare in ufficio puntuale. Sono ligio al dovere, mai una volta in ritardo, a dispetto di qualche collega che...

«Porca miseria, oggi mi sposo!» esclamo ad alta voce.

Eh già! Oggi è sabato 3 settembre 2011, il giorno del mio matrimonio. Ora devo riaddormentarmi, altrimenti mi verranno le occhiaie nel giorno più importante della mia vita – quasi certo che lo sia – ritrovandomi con la faccia stravolta. Riaccendo la sveglia un’ultima volta e leggo l’ora col naso all’insù, cinque e cinque, ho già perso cinque minuti di sonno prezioso. Mi allungo di nuovo e tiro il lenzuolo fin sotto al mento, imponendomi di dormire, ma non c’è verso, i pensieri mi affollano la mente. Cerco di rimuoverli chiudendo gli occhi e respirando profondo, ma ottengo solamente una lieve sudorazione dovuta all’ansia. Essendo a letto più o meno nudo, il lenzuolo mi si appiccica addosso aumentando il disagio. Sbuffo, rannicchio le gambe e con i piedi lo butto giù. Non cambia nulla. Poi ricordo che qualche anno addietro ho frequentato un corso di yoga per imparare a controllare i momenti di stress emotivo del quale soffro fin da bambino. Col cuscino ritto alle mie spalle mi metto nella classica posizione a gambe incrociate chiudendo gli occhi, lascio poi cadere le braccia a fianco del corpo, l’indice e il pollice a toccarsi per non disperdere energia. Ripercorro gli insegnamenti del maestro e il sudore svanisce, accolgo un senso profondo di lievità: mi allungo e mi addormento di nuovo. In sogno mi appare un paradiso fatto di verdissime distese colme di fiorellini rosa e lilla, dove nel bel mezzo vi è un angelo sorridente con ali maestose. Alle sette precise di mattina, mentre i fiorellini si spostano con sincronismo straordinario da nord a sud, e da est a ovest, mossi da una leggera brezza che rincorre gli umori delle correnti, il sogno svanisce all’improvviso. Mia madre irrompe nella stanza e con la sua voce da soprano stonato: «Su, su, Ugo! Oggi devi andare in chiesa a sposarti… te lo ricordi?» nel frattempo alza la tapparella facendo baccano.

«Sì, mamma, ma potevi ricordarmelo senza questo frastuono» brontolo, coprendo gli occhi per la luce improvvisa.

Mamma mi regala un grande sorriso che le ho visto fare poche volte da quando sono al mondo. I sorrisi informali li ha sempre riservati a mio fratello Fausto, più grande di nove anni, per il quale mia madre ha una sorta di venerazione solenne. Alto centottanta centimetri, canuto anzitempo ma affascinante, spesso circondato da avvenenti donzelle, poi mia cognata, digrignando i denti come un pitbull, ha scansato tutte le pretendenti. Dopo Fausto, c’è mia sorella Ela, quattro anni in più del sottoscritto, un po’ meno venerata ma alquanto considerata. Io ho sempre avuto fin da bambino qualche problemino, se lo si può definire in questo modo. Sono una di quelle persone non proprio immediate nel fare e nel dire, ci arrivo un po’ dopo, a volte indugiando, ma ci arrivo. Ho solo bisogno dei miei tempi: che diamine!

Questo credo sia il motivo per cui mia madre mi reputa un figlio di serie B. Riguardo a mio padre, non ho mai capito che cosa pensi di me, e sinceramente, dopo tanti anni, non rincorro più una risposta. Ho rinunciato a farmi male, concludendo che ormai serva a poco conoscere il punto di vista della mia famiglia. Probabilmente la mia sensibilità mi porta a stigmatizzare oltremisura i loro comportamenti.

Scendo dal letto e mi guardo allo specchio. Tendo con le dita la pelle all’altezza degli zigomi e la rilascio, per controllare che non ci siano microscopiche zampette di gallina: oggi proprio non le voglio. Dopo l’accorta e soddisfacente verifica del mio aspetto, indosso la camicia che portavo ieri e vado in cucina, attratto dall’aroma intenso di caffè come un orso dal miele. Al tavolo siedono già mia sorella, mia madre e mio padre davanti a una bella tazza fumante di caffellatte: discutono su vestiti e accessori da indossare oggi. Non si accorgono di me, mentre passo per versarmi il caffellatte nella mia tazza di generose dimensioni.

«Ela, ti prego! Ti ho detto di metterti le scarpe che ti ho comprato, quelle col tacco; almeno oggi!» dice in tono grave mia madre a mia sorella, sbattendo gli avambracci sopra il tavolo nell’intento d’intimidirla.

«Lo sai che non sono capace di camminare con i tacchi. Vanno bene un paio di scarpe basse, vuoi che mi rompa una caviglia?»

«Non voglio farti rompere nulla, ma col vestito elegante che ti metterai le scarpe basse sono un colpo al cuore, ascoltami almeno una volta.»

La discussione sul tipo di scarpa va avanti anche nel momento in cui mi siedo e inzuppo le fette biscottate. Temo che non si siano accorte affatto della mia presenza, mentre mio padre mi lancia un’occhiata annoiata.

Mia sorella Ela è sempre stata un po’ figlia dei fiori. Vestire elegante e alla moda non fa per lei. Generalmente si veste con ciò che trova in modo casuale, a volte sfiorando il ridicolo per l’abbinamento di vestiti e colori. Quest’avversione per il buon gusto ha sempre mandato in bestia mia madre, donna di classe. A volte l’ho vista affranta per la disperazione nei vani tentativi di veder sua figlia con una più spiccata nota di femminilità, che non le guasterebbe, vista la grazia del suo viso e del suo corpo. L’unica figlia su tre l’avrebbe voluta chic, invece si è ritrovata in casa uno strano esemplare né carne, né pesce. Da un anno a questa parte, insieme al suo fidanzato francese, è attivista di Greenpeace. Lui è un invasato, uno che andrebbe in cima a un palazzo a ululare slogan contro il surriscaldamento della terra, o fuori da una centrale nucleare con indosso una maschera rappresentante la morte. Sono convinto che prima o poi riuscirà a trascinare anche mia sorella in queste imprese rischiose. Anche mamma lo teme, non l’ha mai detto ma lo percepisco quando Ela, con sguardo trasognato, racconta le imprese di Pascal.

Mi alzo da tavola contemporaneamente a mio padre, mentre la discussione tacco-o-non-tacco è ancora viva, e vado in bagno a farmi una doccia. Sotto l’acqua calda finalmente mi rilasso e non penso a nulla, nel calore dell’acqua e aroma intenso di mentolo del mio docciaschiuma. Poi sento bussare freneticamente alla porta.

«Ti vuoi spicciare, vorrei farmi una doccia anch’io prima di andare dal parrucchiere» bercia mia sorella.

«Sì, ho quasi finito, esco subito.»

La nostra casa non è piccola, oltre cento metri quadrati: tre stanze, un salotto di ottime dimensioni, la cucina, regno culinario di mamma, uno sgabuzzino-magazzino dove c’è di tutto un po’, un corridoio che la taglia in due e un bagno bello grande ma… unico.

Prendo l’accappatoio, avvolto dai fumi del vapore, e cerco la maniglia della porta. Nell’aprirla sbatte contro il piede destro infilato in una morbida ciabatta in pezza: «Ahi, porca vacca!»

Mia madre accorre.

«Che ti è successo?»

«Nulla, ho battuto il piede nella porta» le spiego, con una smorfia di dolore sul viso.

«Dio mio, Ugo, non cambierai mai! Sei il solito distratto, cerca di non farti male almeno oggi, per favore.»

Carla ha ragione, eccome! Spesso mi sono fatto male per distrazione, non ci posso fare nulla, sono fatto così.

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Il giardino di Zaia

Autore: Paolo Galimberti

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