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Il salto quantico

ISBN 978-88-6690-427-4

Nuovo prodotto

Autore: Margherita Terrosi

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

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PRESENTAZIONE

Bianca (43 anni), e Luigi (38), si conoscono in piscina. Sono liberi, adulti e si piacciono.

Storia banale?

Sì, in fondo, e sarà facile per molte donne identificarsi con la protagonista femminile.

Forse, più che due persone libere, Bianca e Luigi sono due persone sole, paguri alla ricerca della conchiglia giusta… e qui iniziano le difficoltà, soprattutto se lui è narcisista e anche un po’ coglione, e lei troppo malata di solitudine, mentre l’orologio biologico ticchetta inesorabilmente.

Il segreto per vivere meglio potrebbe essere quello di fare un “salto quantico” di autostima, ma ci vuole coraggio.

Sullo sfondo di questa storia, Firenze e il suo fiume, le serate di milonga e la complicità di Bubu, un cane ladro di merendine.

INCIPIT

Luigi - «Il Giovane Montalbano»

Avete presente quell’episodio de Il giovane Montalbano, in cui Salvo racconta a Livia della sua infanzia? Sono certo che la maggior parte delle persone sa di cosa sto parlando; io, invece, non lo conoscevo: non ho mai letto i romanzi di Camilleri, né tantomeno ho visto la serie televisiva dedicata al suo personaggio. Non ho mai visto questa serie, né altre serie, perché a casa mia non c’è la televisione. Lo ritengo un soprammobile inutile ed esteticamente insignificante e, con immensa soddisfazione e una discreta dose di eccentricità di cui mi vanto, vi ho rinunciato quando mi sono trasferito nell’appartamento in cui vivo adesso.

Montalbano, dicevo… Ho visto questa puntata sulla tv satellitare durante uno dei miei soggiorni a Parigi. Vado spesso a Parigi; e anche a Londra: sono storico dell’arte, con plurime specializzazioni nel campo del disegno antico; frequento le aste, tutte le aste, alla ricerca di capolavori per Antonio, il mio amico antiquario bolognese: mi piace definirmi un masterpiece discoverer. Antonio è figlio di una famiglia di antiquari da generazioni, e l’ho incontrato per caso alla Fiera dell’Antiquariato di Modena: il suo stand si distingueva dagli altri per il gran numero di disegni antichi esposti e io non ho potuto non entrare per osservare e presentarmi. Ci siamo conosciuti così, per pura casualità, con un semplice scambio di biglietti da visita e un complesso scambio di idee su quella comune passione. L’empatia tra di noi è stata immediata e reciproca, complice anche il fatto che Alberto è gay e io sono decisamente un bel ragazzo. Trentasette anni, alto, fisico da nuotatore; gli occhi scuri, i capelli neri che mi incorniciano la fronte e il viso in una serie di piccole ciocche arricciate, precise e coese come quelle scolpite da Prassitele nel suo Hermes e Dioniso; la pelle tesa e compatta; le mani e i piedi quasi di una fattezza berniniana; e poi le labbra… ho le labbra piene, carnose, voluttuose… Sì, sono decisamente un bel ragazzo. Forse dovrei dire sono decisamente un bell’uomo, ormai.

Ho perso il filo… Montalbano, dicevo. Quella sera, in hotel a Parigi, non riuscivo a leggere, né avevo voglia di guardare sul portatile i siti delle case d’aste. Ho acceso pigramente la televisione: ero stanco e non avevo la forza sufficiente per mettere il cervello in modalità traduci da un’altra lingua; l’unico canale italiano visibile era Rai Uno; e quella sera Rai Uno trasmetteva un episodio de Il Giovane Montalbano con Michele Riondino. Era la puntata in cui Livia riesce a far confessare a Salvo il motivo per cui ha tanto rancore nei confronti del padre: dopo la morte della madre, Montalbano adolescente aveva scoperto che l’uomo, con la scusa di frequenti viaggi d’affari, passava gran parte del suo tempo con un’altra donna, con cui aveva anche avuto dei figli. Mi ha colpito quella puntata e ho avvertito empatia con quel giovane commissario che non riusciva a perdonare il padre. Anche io ho impiegato tempo per perdonare i miei genitori e la loro scelta di farmi trascorrere la mia infanzia con la nonna anziché con loro: potevo vederli solo i fine settimana perché erano gli unici giorni in cui loro non lavoravano. Per anni mi sono sentito non amato, indesiderato, rifiutato; avevo la sensazione che i miei genitori, in particolar modo mia madre, mi avessero messo al mondo perché «era così che funzionava», perché era così che usava e non per una loro reale e radicata voglia di paternità e maternità. Odio i rifiuti. Detesto essere rifiutato o respinto: nei rapporti professionali come in quelli interpersonali e nelle relazioni d’amore, devo sempre essere apprezzato, meglio se adorato. Le persone che hanno la fortuna di incontrarmi devono pensare che io sono il migliore: il migliore storico dell’arte, il miglior amico, il miglior amante. Devono pensare che io sono il migliore, perché io sono il migliore: la mia superiorità intellettuale, la mia conversazione colta e fluente e le mie capacità amatoriali mi elevano al di sopra di tutti gli omuncoli melmosi e banali che costituiscono la maggior parte del genere umano. Riesco a volare talmente alto che faccio fatica a incontrare persone con cui intrattenere una conversazione minimamente interessante o briosa: loro si limitano a parlare del nulla perché nulla hanno da dire, perché nulla hanno dentro. E anche le donne, per quanto belle e intelligenti, dopo un po’ mi annoiano; perché, alla fine, per quanto intellettualmente preparate, rimangono donnette, sempre bisognose di un’attenzione e una presenza costanti, eternamente rompiballe, perennemente insoddisfatte del loro aspetto fisico, impegnate in un continuo ed estenuante conflitto con qualunque altra donna che attiri la mia attenzione, anche per una sola occhiata veloce. Care donne, rassegnatevi! Da questo punto di vista noi uomini, compreso il sottoscritto, di fronte a una tipa bona abbiamo un unico pensiero lineare e semplice: come sarebbe prenderla a pecorina. Punto. Fine. Nessuno di noi si chiede se abbia letto Proust o se la sua conversazione possa essere sufficientemente brillante. E poco importa se la tipa sia di fronte a noi in carne e ossa oppure sia solo un’immagine televisiva o una foto di un giornale o un calendario: il pensiero quello rimane. Fareste meglio, per voi e per noi, a fare pace una buona volta con questa realtà e ad accettare che non sarete mai e poi mai l’unico desiderio sessuale di un uomo: ci sarà sempre un’altra donna che ci piacerà più di voi e che proveremo il desiderio irrefrenabile di possedere. Magari poi non lo faremo; oppure lo faremo ma vi resteremo comunque accanto; ma i motivi per cui vi resteremo accanto sono altri e hanno sì, in parte, a che fare con l’attrazione sessuale che proviamo per voi; ma per il resto sono tutte motivazioni che riguardano altre sfere dell’esistenza. Oppure vi restiamo accanto per mera comodità condita di opportunismo.

Anche quando ho conosciuto Bianca, mi è scattata la curiosità istintuale di sapere come sarebbe stato metterla a pecorina ma non tanto per il suo aspetto fisico (lei non è una tipa bona ma solo una semplice tipa comune; è una tipa abbastanza: abbastanza carina, abbastanza simpatica, abbastanza intelligente); piuttosto la curiosità è scattata per quello che mi ha detto. Sapere di averla colpita perché le ricordavo un giovane attore famoso, ritenuto bello ed estremamente sexy, è stato un inaspettato massaggio al mio ego.

«Michele, giusto?»

«Perché Michele?»

«Perché assomigli un sacco a Michele Riondino!» mi ha risposto sorridente, certa di avermi fatto un complimento.

«Comunque no, mi chiamo Luigi. Francamente non so neppure chi sia questo Michele Riondino.»

«Ma come?? Tu non hai mai visto il Commissario Montalbano? Quello giovane, intendo…»

«No.»

«Peccato…» ha sospirato con aria delusa per il suo fallito tentativo di essere gentile. «Comunque gli assomigli un sacco...»

«Capisco… E come sarebbe questo Michele Riondino?»

«Decisamente bello» mi ha risposto fissandomi negli occhi.

Ricordo che non aggiunse altro: indossò gli occhialini e iniziò a nuotare, mettendo così un termine alla nostra prima conversazione. Sì perché io, lei, l’ho conosciuta in piscina, ed è lì che l’ho vista la prima volta… La prima volta, per la verità, ci siamo solo incrociati: lei usciva dall’acqua nel momento in cui io stavo per entrare. Ero sul punto di mettere piede sulla scaletta quando lei vi si è avvicinata e io mi sono fermato per lasciarla risalire.

«Grazie» mi ha detto, incrociando il mio sguardo.

Le ho rivolto un’occhiata indagatrice, la stessa che riservo a tutte le avventrici della piscina per valutarne la tonicità del fisico e la compattezza della pelle. E poi, come per tutte le altre avventrici della piscina, mi sono chiesto come sarebbe stata a letto.

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