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Il gusto dell'amarena selvatica Visualizza ingrandito

Il gusto dell'amarena selvatica

ISBN 978-88-6690-301-7

Nuovo prodotto

Autore: Ludovico Alia

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

Dettagli

PRESENTAZIONE

Elena e Luca, due giovani sposi, perdono il lavoro e, per sbarcare il lunario e pagare le rate del mutuo, decidono di tentare la strada delle esibizioni sessuali a pagamento su un sito internet dedicato. La strada scelta, e dettata dalla necessità, li aiuterà a scoprire attitudini sessuali opposte e tuttavia incredibilmente coincidenti, che forse mai sarebbero sbocciate in un rapporto di coppia in situazione normale.

L’atteggiamento di Luca è definito cuckoldismo: egli prova piacere, infatti, nel vedere la propria compagna, della quale è sinceramente innamorato, posseduta da altri uomini, ai quali egli la “concede” di sua spontanea volontà, ed Elena, dal canto suo, prova il desiderio di fare sesso con altri uomini e di esibirsi di fronte al marito e ad altre persone.

In pochi mesi, i due si rendono conto dell'esistenza di un mondo celato agli occhi di molti, e vivranno avventure molto particolari, che faranno crescere la loro consapevolezza di avere scelto il giusto compagno di vita. Incontreranno persone differenti per estrazione sociale ed educazione, legandosi in particolare a Sergio, un ricco signore che cela un profondo dolore nel suo cuore e che trarrà un grande conforto dalla loro amicizia.

PREFAZIONE DELL'AUTORE

Augias, nei suoi Segreti di Roma, narra l’oscura vicenda della marchesa Anna Casati Stampa di Soncino, di suo marito il marchese Camillo Casati.

L’episodio di cronaca nera che li vide portati sui titoli dei giornali e all’onor del mondo, è di quelli che farebbero la gioia di qualsiasi rivistina scandalistica dei nostri giorni. Lui, lei e l’altro.

E sin qui tutto regolare. Ma Augias pone l’accento anche su un altro tema: ad un certo punto riporta con minuziosa pazienza alcuni passi del diario del marchese: “Mi piace quando sei a letto con un altro, sento di amarti ancora di più.” oppure: “Oggi Anna ha incontrato un aviere. Era giovane e bellissimo. È stato un incontro fantastico. Anna era felice e ha partecipato intensamente.”

Probabilmente la stragrande maggioranza dei lettori è stata colpita dal fatto che la donna avesse continui rapporti con uomini diversi dal marito. Personalmente sono stato incuriosito dall’enfasi con cui quest’uomo sottolinea la gioia che la moglie prova, o che forse finge di provare: il marchese può essere definito a tutti gli effetti un cuckold.

In quel caso lo scritto era asettico nel fornire giudizi morali e formulava ragioni psichiche ben precise alla radice del comportamento del marchese.

Rimane il fatto che anche lo psichiatra interrogato sul tema affermava che il piacere del marchese era il riflesso del godimento provato dalla moglie durante un rapporto sessuale; con altri.

In altri scritti le cose venivano completamente stravolte e portate a descrivere il cuckoldismo o la ipersessualità come delle aberrazioni umane più bestiali e raccapriccianti: da evitare come la peste.

Essere diversi dagli altri, comportarsi in modo differente, provare emozioni o desideri estranei a ciò che viene definito “normale” dalla maggioranza; sentirsi fuori luogo, intravedere la possibilità, qualora certi comportamenti venissero a conoscenza del vicino di casa, di essere in qualche modo esiliati, rifiutati, derisi.

Anche se molti di quelli che ti vorrebbero alla gogna sarebbero forse i primi ad approfittare di certe situazioni.

Personalmente ritengo aberranti altre pratiche, che molte religioni o leggi che popoli definiti civili approvano nella normale vita sociale. O che tengono celate per non suscitare scandali.

Non sto a indicare quali ma la chiave di volta è il rispetto per gli altri, nel sesso come in tutte le altre componenti della nostra vita e già il solo fatto di affermare come fanno alcuni che, senza ombra di dubbio alcuno un libro, badate, uno solo (!) contiene la sola e assoluta verità e solo ciò che ivi è vergato è da cogliere come unica guida per la nostra esistenza è assolutamente ignobile e ignorante.

Altri libri utilizzano questi argomenti in modo semplicistico: attizzare la curiosità del lettore e portarlo poi a pensare, al termine della lettura, di conoscere i temi descritti a menadito.

Normalmente sono scritti molto semplici che riescono solo a fornire un’idea vaga, e talvolta errata, dei fatti e delle emozioni che si provano.

L’universo che si va a descrivere è molto più vasto di quanto non ci si possa attendere e coinvolge molto di più la mente del corpo stesso.

Uno dei compiti che affido a questo libro è quindi quello di cercare di comunicare a chi legge di non ridurre il tutto ad una sorta di descrizione dei fatti, ma di provare ad elevare le proprie emozioni e i propri limiti ad un livello più alto e sì, nobile.

Non stupitevi di questa affermazione, ma vi chiedo umilmente: cercate di immedesimarvi nei vari personaggi, non unicamente i due protagonisti, con tutti i cinque sensi a disposizione e immaginate e gustate le loro emozioni e ciò che provano, goccia dopo goccia.

L’Autore

INCIPIT

Ieri – Torino, 2018

L’anziano signore entrò nel salotto della piccola ma accogliente villetta di periferia.

Diresse i suoi passi claudicanti verso la grande libreria che copriva l’intera parete e ne trasse un manoscritto.

Si accomodò a una bellissima scrivania in mogano. Avanti a sé aveva un computer e si apprestò a iniziare il lavoro che da molto tempo aveva in progetto di fare.

La donna entrò nella stanza reggendo un vassoio con una tazza di caffè.

“Sempre a pensare al lavoro, vero?”

“In effetti... no. Ormai sono troppo vecchio per lavorare. Questo è un compito che mi sono imposto prima di lasciare questa terra. Desidero dire a tutti che la cosa più preziosa che possiede l’uomo è l’amore, e che questo sentimento può essere trasmesso e recepito in molti modi, anche i più strani, particolari. A noi è affidato l’incarico di accettarli e comprenderli, tutti, nessuno escluso. Credo che consegnando a un libro i miei pensieri, qualcuno potrà leggerli e comprendere il loro significato. Il mio diario e alcune delle memorie in esso contenuto mi aiuteranno in questo compito.”

L’uomo abbassò la testa sulla tastiera e le sue dita iniziarono a danzare mentre la donna usciva lentamente dalla stanza.

Torino – 2015

30 marzo 

Come tutte le mattine sono alla guida della mia auto, una Pegeot 208. Mi sto recando al lavoro al cantiere, uno dei pochi rimasti nella prima cintura della città.

Sono un muratore, carpentiere edile per la precisione, e mi chiamo Luca Vignolo.

La crisi economica si avverte in modo opprimente in questa zona: Torino aveva, ed è ancora in parte così, basi economiche industriali.

I grandi amministratori hanno operato scelte che hanno portato altrove il lavoro e il numero degli occupati è diminuito bruscamente.

Molte persone si sono trovate in difficoltà finanziarie e hanno dovuto aggiungere qualche buco alla cintura dei propri pantaloni; nel frattempo sono costantemente alla ricerca di altri e diversi sbocchi lavorativi. Io posseggo un diploma di perito meccanico e in fondo sono fortunato: ho trovato questo lavoro mentre tanti sono a casa e non sanno dove sbattere la testa.

Senza un lavoro sarebbe impossibile pagare il mutuo dell’alloggio, le rate dell’autovettura e far fronte alle normali spese: due risicati stipendi sono appena sufficienti ad arrivare al fine mese.

Elena, mia moglie, di cognome fa Graeco ed è ufficialmente un’addetta al carico degli scaffali in un grosso centro commerciale, anch’esso ubicato nell’hinterland della città.

Lavora con un contratto a termine, in scadenza, e spera di vederlo rinnovato entro pochi giorni.

In caso contrario dovrà cercare un altro lavoro.

Non fumiamo, non siamo usi ad assumere alcolici se non un buon bicchiere di vino a pasto e non possiamo concederci nulla più di una pizza ogni tanto. L’unico vizio che abbiamo è leggere, lei divora romanzi d’amore, io preferisco quelli a carattere storico.

Prima di pensare a un erede, desideriamo sistemare i debiti e intanto trascorriamo qualche anno da giovani sposini.

Insieme siamo felici ma il nostro passato prossimo non è stato tra i più esaltanti.

Ricordo in un misto di dolore e rabbia gli ultimi avvenimenti.

Sono legato a Elena da quattro anni a questa parte e sapevo che i miei genitori non vedevano di buon occhio la mia ragazza. La mia speranza era che riuscissero a comprendere quanto io le volessi bene. Ma quando ho fatto incontrare Elena ai miei genitori e ho annunciato di volermi fidanzare con lei, l’hanno trattata freddamente e con distacco.

Il giorno dopo mio padre mi ha ringhiato con rabbia: “Con quella meridionale divertiti pure ma non venire qui a dire che te la vuoi sposare, ti sbatto fuori di casa!”

La “colpa” di Elena è di essere siciliana. Sapevo che i miei non sarebbero stati contenti della mia scelta, ma non mi aspettavo un rifiuto così drastico. Dopo aver vissuto per ventisei anni in quella villetta sulla collina di Torino ero costretto a lasciare la casa dei miei parenti e chiudere in una scatola l’amore che ho comunque ancora serbo, in attesa che il loro cuore si apra. Aggiungo anche il cervello, credo sia doveroso.

Alcuni giorni dopo ho ricevuto l’ultimo rabbioso dono di mio padre: mi aveva fatto cacciare dal posto di magazziniere che lui mi aveva trovato appena uscito da scuola. In fondo era giusto, non l’ho mai rimproverato per questo, io avevo fatto la mia scelta e lui pure.

Ma non mi lamento certo: a Elena la sorte aveva distribuito carte ben peggiori.

Quando lei aveva dodici anni un balordo entrò nella tabaccheria dei genitori a Siracusa e decise, non si sa per quale motivo, di sparare ai suoi genitori. Lei in quello stesso istante si trovò improvvisamente sola.

Poteva contare solo su una zia, la sorella della mamma che era venuta a Torino, molti anni prima in cerca di lavoro. E lo aveva trovato.

Elena è venuta a vivere al nord ed è cresciuta con questa persona fantastica che ha cercato in tutti i modi di surrogare l’assenza dei genitori.

Due anni fa, però, la zia di Elena è volata in cielo a raccontare alla sorella di quella bimba che aveva cresciuto con affetto. Quando ci siamo sposati, con rito civile, il bouquet e qualche lacrima sono finiti sulla tomba della zia Carmela.

Elena e io ci eravamo conosciuti davanti alla sua scuola tramite amicizie comuni: aveva diciannove anni appena compiuti e voleva diplomarsi in chimica. Mi era subito piaciuta per la sua garbata dolcezza, la sua calma e quel velo di tristezza che aleggiava sotto quelle iridi nere come l’inchiostro di seppia. Forse mi aveva colpito la sua fiera povertà, io ero il figlio unico di una famiglia benestante e qualcosa mi spingeva verso quella giovane ragazza pulita e che camminava decisa per la strada che aveva scelto. Aveva le idee molto chiare Elena ma poco denaro e mi è servita da esempio. Profumava sempre di lavanda, profumo dolce e semplice ma che sa distinguersi tra tutti anche per i significati che si porta appresso. Erano stati sufficienti due incontri perché io le chiedessi se voleva uscire con me. Ho cinque anni in più di lei, che ora ne ha ventitré.

Avevamo trovato entrambi un lavoro e preso prima in affitto un piccolo alloggio nella prima cintura cittadina.

Affitto equo e spese contenute.

Poi la decisione di acquistarne uno nostro e di conseguenza mutuo e rate da pagare. Anche quelle della vettura , che ci serve per recarci al lavoro.

Oggi è martedì ed è l’ultimo del mese: giorno di paga.

Accosto e fermo l’auto di fronte all’entrata del centro commerciale: è lì che porto Elena ogni mattina. Prima di aprire la portiera lascia sulle mie labbra il segno delle sue, e il suo sapore, quello che porterò con me sino al prossimo suo bacio.

Non è molto alta. Un classico fisico mediterraneo; mora, due splendide perle nere al posto delle iridi, un corpo ben tornito con tutte le curve al loro posto e un seno un po’ abbondante che non guasta mai. Ma è la sua sincerità, la sua onestà, il suo carattere dolce, il modo in cui mi accarezza sia con lo sguardo che con le sue mani, come talvolta si avvinghia o si aggrappa a me che nemmeno lo merito. Tutte cose, e non solo queste, che mi hanno fatto perdutamente innamorare di lei.

Si cura lei i capelli, lunghi e nerissimi anche per risparmiare un po’, e normalmente ha sempre la coda o un pettine che li racchiude in un semplice chignon.

Senza falsa modestia credo di essere anche io un bel ragazzo; abbastanza alto, snello, muscoloso, anche grazie al continuo lavoro manuale e a qualche oretta di corsa mattutina. Gli occhi castani come i capelli; ho ereditato da mia madre l’attaccatura bassa sulla fronte e non ho segni di impellente calvizie

Elena si avvia verso l’entrata mentre l’automobile esce dal parcheggio ed entra nel corso principale per unirsi al flusso degli altri veicoli.

Raggiungo il cantiere dopo mezz’ora di guida.

Sono sempre il primo ad arrivare e devo attendere alcuni minuti prima che l’auto del responsabile faccia capolino nel parcheggio.

Il capo apre il prefabbricato degli spogliatoi. Poi iniziano anche ad arrivare gli altri operai.

“Ehi Michele! Allora, sempre attaccato a quelle chat erotiche?”

Michele è un ragazzo più vecchio di me e gli altri colleghi lo prendono sempre in giro perché, non riuscendo a trovare una ragazza, sfoga i suoi istinti cercando sesso virtuale sul web.

In fondo è molto bruttino e non fa nulla per migliorare il suo aspetto fisico. Aggiungo che dal punto di vista della pulizia personale lascia oltremodo a desiderare.

Lui ci scherza sempre su. Così racconta a destra e a manca della ragazza vista la sera prima o a volte di aver osservato i giochi amorosi di una coppia o un trio.

Non ha altri vizi ma quello che ha basta per tutti: riesce a spendere tutto il denaro guadagnato lavorando sulle chat erotiche.

Ho spesso ragionato su questo: ma quanto guadagna una performer, come insiste a chiamarle Michele, lavorando in una chat erotica?

E quel mattino Michele è in vena di risposte: una delle sue “amiche”, una ragazza bulgara a suo dire molto carina e gentile, ha scritto in chat che riesce a incassare mensilmente dai quattro ai cinque mila euro al netto delle spese.

Tutti sono rimasti increduli e hanno canzonato Michele: il loro stipendio arriva a circa milleseicento euro mensili e nessuno crede che con un’attività di quel genere si possa ricavare tanto denaro.

“Ha anche detto che quel tipo di lavoro è stressante e bisogna in qualche modo esserci portati: è necessaria moltissima pazienza con i clienti! E poi ci sono le spese!”

“E quali sono le spese?” chiede Giovanni da dietro il suo armadietto.

“Ha scritto che devono pagare una percentuale al gestore del sito e naturalmente spendono qualche soldo per lingerie, abbigliamento, trucchi e parrucchiere.”

“Anche i maschietti?” urla qualcuno e tutti si mettono a ridere chiudendo così la conversazione.

Uno alla volta escono dal box spogliatoio e si arrampicano sul palazzo in costruzione.

Edilizia popolare: materiali non propriamente di ottima qualità, e lavoro da svolgere velocemente senza perdere tempo in particolari cure.

Al termine dell’orario di lavoro, come al solito regalando un’oretta o poco più di straordinario non pagato, entro negli spogliatoi.

Sono l’ultimo a entrare anche quella sera e trovo il capocantiere che mi attende per consegnarmi il cedolino dello stipendio.

Mi avvicino sorridente ma noto una smorfia strana sul viso dell’uomo.

“Luca, ti dobbiamo mandare via. Non siamo riusciti a ottenere nuove commesse e dobbiamo rallentare questo lavoro. La riduzione di personale è inevitabile. Purtroppo, a Torino e dintorni nessuno compra più casa e il mercato è crollato. Mi dispiace, questa è l’ultima busta ma se ci saranno delle possibilità ti prometto che sarai il primo a essere richiamato.”

“Perché proprio io?” chiedo con voce calma e rassegnata.

“Perché sei il più giovane, perché lavorate in due e perché non hai figli, mentre tutti gli altri non sono nelle tue condizioni. Mi dispiace veramente.”

Mi cambio e metto tutti i miei vestiti e gli effetti personali in una busta della spesa.

Saluto il capo con un mezzo sorriso e una stretta di mano, poi, nonostante un capogiro mi colga impreparato mentre sono alla guida, riesco ad arrivare fino a casa.

Abitiamo in una palazzina a due livelli. Noi siamo al primo piano e il nostro soffitto è per gran parte inclinato: è il tetto della casa.

I vani però sono ampi: entrata, cucina living, tre stanze, un piccolo ripostiglio, il bagno bello grande e luminoso.

Entro in casa e trovo Elena ad accogliermi.

Mi si butta addosso abbracciandomi, ma mi accorgo che ha gli occhi rossi velati di lacrime.

Poi si avvede della busta di plastica trasparente in cui si distingue chiaramente il portasapone, oltre ai vestiti da lavoro sporchi di malta e polvere.

“No…!” riesce a dire.

“Purtroppo sì…” rispondo io a testa bassa.

Poi le domando del suo stato: “Che hai? Hai pianto?”

“Sì… ma io… insomma… anch’io non ho più un lavoro… mi hanno detto che dovevano assumere dei raccomandati e io… ero di troppo”

“Raccontami tutto, forse uno sfogo può essere utile.”

“Questa mattina arrivo, entro nello spogliatoio e mi cambio in fretta. Lo sai, sono un po’ il factotum della squadra. Ciò che è necessario svolgere lo faccio, dalle pulizie a rifornire gli scaffali, oppure addetta alla cassa. L’importante era ottenere quella benedetta conferma. Uscendo dagli spogliatoi incontro Teresa, la responsabile: ‘Ciao Elena, tutto bene?’ mi dice. Lei si era dimostrata amichevole sin dal primo giorno di lavoro. ‘Bene grazie e tu?’ rispondo. ‘Tutto bene a parte il più piccolo che ha l’influenza ed è rimasto a casa da scuola.’ ‘Mi spiace.’ ‘Male di stagione, è normale… per fortuna oggi è giorno di stipendio.’ ‘Già, hai notizie del mio contratto?’ ‘Ancora nulla, ma oggi dovrebbero darmi qualche nuova. Ma non ci dovrebbero essere problemi, vai tranquilla.’ ‘Grazie; è che ho necessità di lavorare e sono un po’ preoccupata.’ ‘Vai tranquilla, se ci fosse qualche contrarietà me lo avrebbero già detto.’ Termino il turno di lavoro. Era stata una giornata estenuante e avevo spostato grosse scatole tutto il giorno: erano arrivati molti trasporti e la merce andava immagazzinata correttamente e velocemente. Mi avvio verso gli spogliatoi e mi tolgo la tuta da lavoro. Vedo Teresa avvicinarsi con le buste degli stipendi in mano. Me la consegna per ultima e vedo gli occhi di Teresa umidi: ‘Elena, non so come dirtelo: questa è l’ultima busta paga che prendi qui. Siamo costretti ad assumere alcune persone raccomandate da un politico e dobbiamo sfoltire i ranghi. Tu purtroppo sei la prima e non so dirti quanto mi possa dispiacere perdere una persona dolce e corretta come te. Perdonami se ti ho sempre illusa ma non avevo idea di cosa stesse succedendo.’ Io rimango di marmo. Poi la rabbia, la frustrazione mi rianimano: ‘Non… non so cosa dire… ma non c’è l’ho con te, questo è sicuro. Però non è giusto illudere le persone che s’impegnano a svolgere i compiti a loro assegnati e alla fine dargli un calcio come se fossero giocattoli che non si usano più.’ Esco con la busta in mano piangendo. Oh! quanto ho pianto mentre aspettavo il mezzo pubblico che mi avrebbe riportato a casa.”

“Siamo senza lavoro entrambi, allora.”

“Credo proprio di sì…”

“Allora devo darmi da fare per trovarne subito un altro. Magari più bello e meglio pagato: che ne pensi?” dico sorridendo cercando di tirarle su il morale.

“Che io devo fare la stessa cosa, anche se non credo che questo sia il periodo più opportuno per perdere il lavoro: ci sono parecchie persone a spasso e credo sarà difficile trovare qualcosa.”

“Mangiamo qualcosa? Io ho fame.”

“È tutto pronto, vieni.”

Mangiamo comunque con appetito: il pasto del mezzogiorno è sempre stato ridotto a uno spuntino per via dei tempi di pausa molto ridotti e la cena è diventata il pasto principale della giornata.

Terminiamo di mangiare in silenzio ma parlando con lo sguardo. Riassettiamo insieme i piatti e ci troviamo dopo pochi minuti abbracciati sul divano del salotto, a guardare un vecchio film alla televisione.

Una luce attraversa il cielo che si stava scurendo e immediatamente dopo sentiamo un tuono.

Inizio aprile non è un periodo di temporali, ma dopo pochi minuti la pioggia scende copiosa a rinfrescare l’aria incredibilmente afosa.

Entrambi abbiamo indosso il minimo indispensabile e sono le mie mani a iniziare la danza sul suo seno facendomi strada sotto alla lunga maglietta di cotone.

“Ohhh Luca…” dice lei con un tono di voce indistinguibile tra il contrariato e un opposto invito a continuare l’esplorazione.

Sapeva bene dove si andava a finire percorrendo quella via e forse, quella sera, non era esattamente in animo di accogliere la mia proposta..

Ma non do retta, faccio finta di non aver udito il sospiro e continuo il lieve massaggio ai seni e ai capezzoli.

Elena è appoggiata a me con la schiena e si accorge di certo che il mio pene si sta lentamente inturgidendo.

Passo una mano dal seno all’inguine, perfettamente depilato.

Le dita s’infilano sotto le mutandine e iniziano a percorrere il solco che si fa a ogni istante più umido.  

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Il gusto dell'amarena selvatica

Il gusto dell'amarena selvatica

Autore: Ludovico Alia

Formato: Epub, Kindle

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