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Mina vagante Visualizza ingrandito

Mina vagante

ISBN 978-88-6690-042-9

Nuovo prodotto

Autore: Ugo Poggesi

Formato: Epub, Kindle

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RECENSIONE

Un terribile incidente ha stroncato la vita di Michele, e Marta, giovane e bella vedova, non riesce a staccarsi da lui, dal suo ricordo. Per un anno intero, la donna continua a vedere il marito accanto a sé, come un fantasma che è la proiezione del suo desiderio di lui. Ed è proprio il fantasma di Michele, che non può più soddisfare il bisogno d’amore, anche fisico, di lei a suggerirle un giorno di fare una vacanza in Grecia. Marta, poco convinta, parte per trascorrere una decina di giorni su una piccola isola, dove farà la conoscenza di due fratelli gemelli, Cristina e Demis, instaurando con entrambi un rapporto basato sulla simpatia e la sessualità e scoprendo di essere davvero, come era solito dirle il marito, una “mina vagante”: apparentemente tranquilla, ma basta sfiorarla per farla detonare. La vacanza si trasforma così in una esperienza di sessualità a tutto campo, nella quale Marta, che si credeva rigorosamente eterosessuale, scopre di essere invece profondamente attratta anche da Cristina. Come un unico dio ermafrodito, i due gemelli coinvolgono la giovane donna anche nei loro giochi sessuali di coppia, in un crescendo vorticoso di piaceri e di sensazioni fino allora sconosciuti, fino ad una vera e propria “nuova nascita”. Sullo sfondo di una Grecia “da cartolina”, in barca tra le onde dell’Egeo o su piccole spiagge bianche e nascoste, in compagnia di un giovane dio e di una efebica Nereide, Marta scopre se stessa e si riappropria della sua naturale, gioiosa, dirompente sessualità. Una storia che è un inno alla bellezza e al piacere, senza sensi di colpa e senza inibizioni.

INCIPIT

Abbandonata mollemente dentro la vasca, Marta indugiò ancora qualche minuto a occhi chiusi, avvolta dalla calda carezza dell’acqua, mentre minuscole gocce di sudore le colavano dalla fronte e le rigavano il viso mescolandosi alle lacrime. Si era immersa in quella nuvola di schiuma per cercare un po’ di relax dopo una faticosa giornata di lavoro e, in verità, c’era riuscita talmente bene da perdere la cognizione del tempo e, almeno in parte, di se stessa. Chiudendo gli occhi, si era lasciata scivolare in una specie di torpida deriva dei sensi e nella malinconica nostalgia di una tenerezza che ormai era solo un ricordo. Senza quasi rendersene conto, era approdata all’ultima spiaggia di un autarchico e inadeguato conforto, il cui unico effetto fu di renderle ancora più dolorosa la memoria e l’assenza di ben altre carezze. Ne era seguito un penoso senso di vuoto e, finalmente, aveva liberato le lacrime.

Quando riaprì gli occhi, si portò l’acqua al viso con le mani, come se volesse detergere via tutto, dai ricordi tormentosi, alla ricerca appena conclusa di un deludente surrogato di piacere. Osservò il proprio corpo e lo trovò inutile e sprecato. Quanti uomini avrebbe potuto avere, se solo avesse voluto! Ma per lei non esistevano, smarrita com’era nel disperato rimpianto delle carezze di Michele.

— Perché non ci sei più? — gli chiese sospirando.

— Lo sai — rispose Michele seduto sul bordo della vasca con la sigaretta in mano.

Quante volte l’aveva rimproverato perché non voleva che fumasse in casa! Adesso, ormai, non aveva più importanza. Quel fumo non aveva nessun odore, né lasciava alcuna traccia e Michele ne aveva assunto la stessa consistenza. Inutili erano i tentativi di Marta di abbracciarlo, di fargli posto nel letto e di trattenerlo con sé. Michele andava e veniva, a volte sembrava quasi reale, altre appariva per quel che era, ma la sua dolorosa assenza era sempre presente, né lei tentava mai di sottrarsi a una pallida presenza che non c’era. Se n’era andato un anno prima in un modo talmente stupido e assurdo che Marta non riusciva ancora a crederci. L’aveva lasciata sola e Marta non era ancora riuscita a detestarlo per l’improvviso abbandono, anzi, contro ogni senso della realtà, aveva continuato ad accarezzare l’illusione di un suo impossibile ritorno, respingendo caparbiamente tutto ciò che poteva offrirle un’alternativa o una rinascita. Era pura follia, lo sapeva, ma non riusciva ancora a farsene una ragione.

— Ti ricordi quando facevamo il bagno assieme? — gli chiese.

— Se me lo ricordo! — sospirò Michele. — Era un rito! Tu di solito facevi la doccia, ma a volte, senza dirmi niente, cominciavi a riempire d’acqua la vasca e per me era come se mi lanciassi un segnale: qualsiasi cosa stessi facendo, piantavo tutto e mi affacciavo sulla porta del bagno. Tu eri già nuda, piegata in avanti ad armeggiare con i rubinetti... e a mostrarmi senza alcun pudore il panorama più bello del mondo!

Marta rise tra lacrime.

— Lo facevi apposta, vero? — la rimproverò affettuosamente lui.

— Sì... — ammise lei arrossendo. — A volte mi prendevi così, senza neanche spogliarti, poi ci rilassavamo assieme, stesi dentro l’acqua. Tu mi avvolgevi tutta e dopo un po’ si ricominciava. Alla fine mi ritrovavo sempre ammaccata!

 — Sognavamo una casa più grande, con un bagno più grande e una vasca più grande! — ricordò Michele.

— Mi divertivano i tuoi buffi tentativi acrobatici! — rise ancora Marta. — Però mi piaceva quando mi accarezzavi tutta dentro l’acqua...

— Tu chiudevi gli occhi...

— Tu invece li tenevi sempre aperti...

— Perché mi piaceva guardarti!

— Lo so che ti piaceva. E a me piaceva essere guardata... e toccata. Le tue mani mi frugavano dappertutto e ogni volta ti chiedevo quante ne avevi! Tu ridevi e continuavi! Ti piaceva tormentarmi, farti desiderare... proprio così come stai facendo adesso...

— Oh, Marta! Io non ti sto facendo niente!

— Oh, sì invece! Continua, ti prego, non smettere!

— Marta, non sono le mie mani che ti accarezzano!

— Oh, non dirmelo, ti prego, non dirmelo! Vieni, vieni in me, Michele! Ti prego!

— Non posso, lo sai che non posso!

— Sì che puoi! Ci sei, ti sento! Ti avvolgo!

— Non sono io, Marta, non sono io! Non tormentarti!

— Così, sì, così, continua, ti prego, non smettere!

L’acqua si agitò dentro la vasca e Marta, finalmente, si lasciò sfuggire un gemito lungo e lamentoso che sapeva più di dolore che di piacere, poi riaprì gli occhi e riprese a piangere sommessamente, dolcemente, abbandonando il capo sul bordo.

— Oh, Michele, Michele, cattivo! Perché mi hai lasciata? — lo rimproverò tra le lacrime.

— Devi rassegnarti, Marta! Il mio tempo è passato, scaduto, finito e non tornerà mai più — replicò lui.

— Non ci riesco, mi manchi da morire! — singhiozzò la giovane donna.

— Non puoi continuare così. Parti, prenditi una vacanza, cerca di distrarti e quando torni vendi questa casa. L’aria qui dentro è troppo viziata, troppo impregnata del mio fumo, hai bisogno di un po’ d’aria fresca!

— Dove vuoi che vada da sola? — protestò lei con la voce rotta dal pianto.

— Guarda! — la invitò Michele indicandole una pila di giornali sopra uno sgabello. — Lì ci sono ancora le nostre riviste di viaggi. Non le hai più spostate da allora. Prendine una, aprila a caso.

Che assurda pretesa! Marta non aveva alcuna voglia di andare in vacanza. Cosa mai avrebbe potuto fare altrove, se non trascinarsi dietro tutta la sua disperazione? Senza uscire dalla vasca, allungò una mano verso la pila di riviste, ne afferrò una e l’aprì a caso. Era un mensile di viaggi, uno dei tanti sui quali lei e Michele programmavano le vacanze. La prima immagine che le balzò agli occhi fu la foto a tutta pagina di un magnifico tramonto sulla baia di un’isola greca.

— Dovevamo andarci assieme, ti ricordi? — sospirò Marta mentre i suoi occhi tornavano lucidi.

— Non abbiamo fatto a tempo. Ci andrai da sola.

— Ci andrò solo se tu verrai con me.

— Ci verrò solo se prometterai di sotterrare il mio ricordo sull’isola.

— Questo non potrò mai promettertelo.

— Promettimi almeno che ci proverai.

Marta tentennò, poi con un lungo sospiro annuì.

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