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Roma da morire Visualizza ingrandito

Roma da morire

ISBN 978-88-6690-403-8

Nuovo prodotto

Autore: Emanuele Gagliardi

Formato: libro cartaceo - 260 pagine

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16,00 €

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PRESENTAZIONE

Quindici storie a tinte più che nere dove rancore e follia, vendetta e avidità, invidia e perversione si intrecciano fino a sfociare nella tragedia. Quindici vicende di persone comuni impaludate nelle sabbie mobili del delitto da cui neanche i tutori dell’ordine riescono sempre a venir fuori. Quindici racconti thriller ambientati nella Capitale tra il 1959 e oggi. Unica eccezione, Civitina che non fa all’ammore: si svolge a Gaeta, ma al caso si appassiona un villeggiante romano, il commissario capo Umberto Soccodato presente in tutti i romanzi e in vari racconti di Emanuele Gagliardi.

INCIPIT

GIULIO DEVE MORIRE!

 

(Roma, ottobre 1976)

L’unione fra l’avvocato Giulio Abelardi e la moglie, Irene Masino, ha assunto da tempo le tinte fioche dell’abitudine. La nascita di Alessandra, otto anni fa, non ha migliorato le cose. Anzi. Le responsabilità e gli imprevisti venuti con la bambina hanno esasperato la routine trasformandola in sopportazione.La sopportazione è l’anticamera dell’odio.

            Silenzioso, l’odio vive come una creatura aliena nel ventre di Irene. Lei quasi non lo percepisce. Sì, qualche volta lo “sente” muoversi dentro, ma lo nega con il suo super-ego esatto. Però lo nutre. Quotidianamente. Con il rigore, con le censure, con i cedimenti, con il livore. E la “bestia” cresce.

            Giulio no. Lui non odia. Per odiare qualcuno bisogna conoscerlo, considerarlo: quantomeno… vederlo. Giulio la moglie non la vede proprio. Irene per lui è un animale domestico che ben ha assolto alla funzione riproduttrice generando Alessandra, per cui stravede. Ogni tanto il testosterone lo spinge ad avvicinarla. In quel momento la vede. Ma non è tipo da coccole, carezze o preliminari il parafangaro. Li chiamano così a Roma gli avvocaticchi che si occupano di Codice stradale. Quando ha voglia, ai suoi occhi Irene smette i connotati dell’animale domestico e veste quelli della puttana. Per il tempo strettamente necessario...

            Irene si sente rinascere quando il dottor Varriale, amico del suo datore di lavoro architetto Girotti, prende a farle il filo. È un medico cinquantenne, garbato, elegantissimo. Tutto un altro tipo rispetto a Giulio, ma anche a Carmelo, il collega impacciato. L’allocco. Il Fracchia dello Studio Girotti. L’irpino con la voce flebile e le mani sudate che la ama segretamente (secondo lui!), torturato dalla presenza del dottor Varriale con cui sa di non poter competere.

            Ma anche Varriale delude Irene. Dopo mesi di rose, versi e galanterie, quando lei gli rivela la propria situazione coniugale e azzarda auspicare un consolidamento del loro rapporto, il medico si irrigidisce, glissa e si eclissa per giorni.

La sera di uno di questi giorni Giulio torna a casa e Irene gli legge in viso un’insulsa allegria. L’aria futile da peccatore veniale che conosce su quel viso stupido da zucchina quando ha certi appetiti…

            Alessandra, come ogni venerdì, è a casa dei nonni. Ci rimarrà fino a domenica mattina. Da otto anni Irene e Giulio concentrano in queste trentasei ore ciò che resta della loro coppia.

            L’avvocato estrae dalla borsa un disco. Un 45 giri.

            «Voglio farlo con questa musica»dichiara. Senza romanticismi.

            Irene si avvicina con occhi di speranza. Gli occhi sono l’ultima parte di Irene che racchiuda un po’ di speranza. Il resto è invaso dalla metastasi dell’odio. Solo fra le lunghe ciglia corvine filtra la luce d’una speranza ostinata fra macerie di sogni infranti.

            Lui le consegna il disco: Un amore così grande, canta il tenore Mario Del Monaco[1].

            «Mettilo», dice. E comincia a spogliarsi come fosse in un ambulatorio.

            Irene ha già ascoltato il brano alla radio. Le piace. Del Monaco l’ha registrato prima dell’estate. Dell’estate ’76 le è rimasta impressa Non si può morire dentro, di Gianni Bella. Il titolo le sembrava un invito a non cedere. Del Monaco, invece, canta un amore perfetto. L’amore perfetto vagheggiato da bambina e cercato da ragazza. L’amore perfetto che Giulio ha sgretolato con la ruggine dell’indifferenza.

      Sento sul viso

il tuo respiro,

cara come sei tu,

dolce sempre di più,

per quello che mi dai

io ti ringrazierei

ma poi non so parlare…

Un amore così grande, un amore così …

 

            La copula accompagnata dalla voce del tenore assesta l’ultimo colpo alla speranza che baluginava negli occhi di Irene. Giulio la prende con freddezza, come sempre. Senza concederle minima partecipazione, come sempre. L’idea di far l’amore a suon di musica deve essergli venuta chissà come. Forse suggerita da un collega, da un film, da un libro… Si è incuriosito e ha deciso di metterla in pratica con la donna che ha a disposizione. Tutto qui. Entusiasmo e foga si spengono nel tempo della canzone: 4 minuti e 52 secondi.

            Irene capisce. Capisce mentre Giulio gode meccanicamente. Capisce mentre Del Monaco canta l’amore che le è negato.

            I crescendo, gli acuti, le note tenute con disinvoltura fino allo spasimo le entrano in testa e non la lasciano. Neppure dopo che il giradischi tace e Giulio si allontana a farsi la doccia.

…Un amore così grande, un amore così

Tanto caldo dentro e fuori

intorno a noi…

 

[1] Un amore così grande (G.M. Ferilli – A. Maggio) – canta: Mario Del Monaco (1976).

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Roma da morire

Roma da morire

Autore: Emanuele Gagliardi

Formato: libro cartaceo - 260 pagine

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