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Il futuro era allora Visualizza ingrandito

Il futuro era allora

ISBN 978-88-6690-260-7

Nuovo prodotto

Autore: Roberto Menaguale

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

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RECENSIONE

Max svolge la sua attività di progettista nella società di costruzioni fondata da suo padre, imprenditore senza troppi scrupoli, che ha ottenuto il successo anche grazie a rapporti opachi con certa classe politica. La posizione sociale ed economica raggiunta ha permesso a Max di sposare Laura, donna del bel mondo, affascinante e brillante professionista. Il matrimonio e la passione per Laura fanno sì che l’insofferenza di Max verso quel sistema affaristico, spesso corrotto, rimanga latente per alcuni anni, fino a quando cioè si prospetta la possibilità di un affare colossale, la costruzione di un villaggio turistico a spese di una pineta secolare. Affare per la conclusione del quale l’appoggio politico sarà irrinunciabile, con tutte le conseguenti azioni del caso. Troppo grande il salto per non mettere in crisi la coscienza di Max. Lo svolgersi della vicenda lo porterà così, inevitabilmente, davanti a un bivio. Imboccare una strada o l’altra sarà fatalmente una scelta senza ritorno.

INCIPIT

BUONANOTTE

“Peccato!”
Pronunciò quella parola mentre si scioglieva i capelli davanti allo specchio, finendo così col parlare più con se stessa che con me.
Le mie orecchie intorpidite, infatti, già affogavano nel cuscino e non avevo capito quasi niente di quello che aveva detto fino allora.
Quella parola buttata lì con tono deciso mi aveva però risvegliato i timpani, come se la sua voce avesse acquistato forza rimbalzando sullo specchio.
Abboccai all’amo, non era la prima volta.
“Peccato, hai detto… peccato cosa?”
“Peccato tutto… una cosa poi… insomma, dovevi esserci anche tu.”
“Ancora con questa storia, lo vuoi capire che non me ne frega un cazzo, che ne ho piene le palle di quel tipo di cene?”
“Era meglio se c’eri.”
“C’eri tu, non gli bastavi?”
Prima di girarsi verso di me indugiò davanti allo specchio, cercando inutilmente di stampare sul suo viso un’espressione di finta sorpresa.
“Non ho capito… a chi dovevo bastare io?”
“Lasciamo stare, non è serata.”
“E no, non lasciamo stare per niente! Ti riferisci a tuo padre, vero? Certo che ti riferisci a lui.”
“Se lo dici tu.”

A mio padre Laura era piaciuta dal primo momento, quasi cinque anni fa, quando gliel’avevo presentata come qualcosa di più di una semplice amichetta.
Alta, occhi di ghiaccio, sorriso indecifrabile, sempre elegante, disinibita, a tratti provocante, per niente timorosa di non farsi i fatti propri, pronta a prendere a calci i luoghi comuni, aveva fatto lievitare la considerazione che lui aveva di me a livelli altissimi, livelli dai quali, dopo, non avrei potuto far altro che precipitare.
Adesso, diventata mia moglie, gli piaceva ancora di più, come gli piacevano tutte le donne vogliose di successo, donne in grado di saper fare a meno degli uomini, in grado anzi di sfidarli, capaci di usare l’essere femmina come un’arma letale, donne sprecate per uno come me.
Gli piaceva sì.
L’unica cosa che non gli quadrava di lei è come avesse fatto a convivere tutti questi anni con me, con la mia incapacità di capire come va il mondo, di come affrontarlo, di come piegarlo.
Sposarsi ci può stare, chi è che non commette errori, ma cinque anni insieme no, non è possibile per una donna simile stare cinque anni con uno come me e magari farci anche un figlio, desiderio di sempre, che adesso lei non si preoccupava più di nascondere.

“A tuo padre basteresti tu… se solo…”
“Se solo cosa?”
“Lo sai benissimo cosa vorrebbe da te.”
“Certo che lo so, un paravento gli farebbe comodo.”
“Ma quale paravento, lui vorrebbe solo che tu ti dessi da fare, vorrebbe vederti prendere l’iniziativa, allargare il giro.”
“Questo te lo dice lui o lo pensi tu?”
“Che differenza fa?”
“La differenza è che lui non è questo che vuole da me.”
“E va bene, sono io che lo penso, ma sono sicura di non sbagliarmi… certo che non mi sbaglio.”
E invece non hai capito niente, niente di niente. Lui è un burattinaio, ti usa come ha sempre usato mia madre e come vorrebbe fare con Roberta, ti fa credere che sei una ballerina e invece per lui sei una marionetta. E adesso basta, altrimenti finiamo col litigare un’altra volta e io non ne ho voglia.”
“Sai che ti dico? A volte mi fai pena, sai solo dire cattiverie e tutto perché io cerco di adeguarmi, di darti una mano con lui, mentre tu, oltre che a rinchiuderti in quello studio… è l’ultima volta che vado da sola.”
“Perché non mi dici quello che pensi, che sono un parassita, un fallito… dillo!”
“Lo sai che non lo penso, ma smettiamola, neanch’io ho voglia di litigare… anzi, se proprio lo vuoi sapere, dopo tutti questi giorni, avrei voglia di un’altra cosa, lo spumante mi sta facendo effetto ora, per fortuna.”
Si avvicinò al letto liberandosi della gonna e poi, dopo aver fatto volare via le scarpe, poggiò un piede sul letto infilandolo sotto il mio cuscino, pronta a sfilarsi le calze lentamente, pronta a farsi guardare.
Le piaceva farsi guardare.
“Lascia stare, non è serata, e poi lo sai, non mi va di farlo a comando.”
“A comando?!”
“Sì, a comando. Sei tu che hai deciso, rischia di diventare una fissazione.”
“Guarda che ho ricominciato a prenderla, la pillola… L’ho capito che non lo vuoi, questo figlio.”
“Ma non è vero, lo voglio anch’io… È che non mi sembra il momento.”
“Sono cinque anni che non ti sembra il momento.”
Mi avrebbe preso a schiaffi, me l’ero meritato, lo sguardo che mi lanciò, prima di scomparire nel bagno, fu peggio di uno sputo in faccia.
Tornò dopo un tempo interminabile, come se avesse voluto essere certa che nel frattempo mi fossi addormentato.
Si sdraiò sopra le lenzuola, nuda, ma sul ciglio del letto, per starmi lontana.
Fui io allora ad avvicinarmi a lei, profumava.
Poggiai il viso sul suo seno.
“Vieni, ci ho ripensato.”
Allungò un braccio per spegnere l’abat-jour, con l’altro mi allontanò da lei.
“Ci ho ripensato anch’io, non è serata. Buonanotte!”

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