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Voce e pianoforte

ISBN 978-88-6690-270-6

Nuovo prodotto

Autore: Bruno Bruni

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

Dettagli

Alice, appassionata e instabile, eredita una casa nella periferia disordinata e operaia di Torino. E insieme alla casa, eredita le tracce di una vita. Quella di sua madre, Tea. Ragazza di periferia, cantante punk di scarso talento, amica di malavitosi, bella, generosa e incostante, che ha portato con sé, morendo giovane in un incidente, il segreto di una rapina finita male, e ha lasciato come uniche tracce della propria vita un vecchio disco e molte foto, unici gelosi ricordi di una esistenza breve e complicata. La figlia Alice, aiutata dall'amica Marta – e da Michele, ex calciatore professionista, ora agente immobiliare – cerca di capire, si smarrisce, rinuncia, se ne va. Marta, tenace, insiste nel cercare il senso di vite estranee e lontane. Capirà molte cose, da sola. Forse inutilmente, il passato spesso parla lingue ormai ignote.

 

INCIPIT

MARTA

Sono curiosa. Non origlio alle porte, non spio dal buco della serratura, questo no. Sono curiosa delle vite altrui, vorrei conoscerne i motivi veri, gli intenti che non appaiono. Mi piacciono le biografie delle persone famose, degli artisti, ma non mi bastano. Quelle sono vite non comuni, sopra le righe. Sono più attratta dalle esistenze anonime, quelle che scivolano via inosservate. Le immagino come quei barattoli delle antiche farmacie, tutti uguali sullo scaffale, con etichette sbiadite o poco comprensibili. Dentro, ci poteva essere di tutto, dalla liquirizia al veleno. Le persone di tutti i giorni, quelli che conosciamo e magari ci fanno sbadigliare, quasi sempre sono barattoli di liquirizia, a volte contengono un poco di veleno, e molto raramente essenze preziose. Questa mia curiosità mi ha spinta a mettere insieme i pezzi di una storia che all’inizio non riuscivo a percepire, troppi frammenti scollati, troppi personaggi lontani tra loro, nello spazio e sopratutto nel tempo.

Qualcuno l’ho conosciuto di persona. Di molti altri ho soltanto sentito parlare. Magari non tutto quello che ho sentito è vero, ma in ogni caso è come se li avessi incontrati e avessi ascoltato dalle loro voci le loro storie. Questa è la mia impressione. Li conosco tutti, anche e forse soprattutto quelli che non ho mai visto. Sono presenze familiari, una specie di grande parentela, che si perde lontano in luoghi dove non sarei mai potuta andare, senza il loro aiuto. Di questo li ringrazio. Per questo provo affetto, e non importa se nelle loro vite l’affetto probabilmente alcuni non lo meritavano. Le storie che non ci toccano di persona regalano il raro privilegio di una serena saggezza. Il lusso della tregua nella tempesta.

La parte che mi coinvolge direttamente è breve. I mesi dell’autunno e dell’inverno del ’99, l’incontro con persone che mi hanno in parte cambiato la vita. Una di quelle persone è poi diventata mio marito. Altri non li ho mai più incontrati, qualcuno l’ho rivisto anni dopo. Altri ancora non li conobbi mai. Erano già lontani da questo mondo, al momento della mia poco importante entrata in scena. Ad ogni modo, tutto iniziò, per me, un mattino, a casa, con i miei genitori.


I

Eravamo a colazione. Da noi si parla molto, intorno al tavolo. Siamo conviviali. A dire il vero, è Babbo, che parla molto. Al mattino, soprattutto. Lui è vispo e arzillo già alle sei, si sveglia presto, va a letto presto. Mamma è decisamente più sonnacchiosa e arruffata. Lei è bella anche appena alzata, credo sia un caso unico al mondo. Sbadiglia, si stira, sembra assente, tutta presa dal suo caffè. Invece ascolta, all’improvviso ti fissa con quegli occhi blu, e dice la sua. Come quel mattino. C’era il sole, doveva essere settembre, era ancora estate. Il sole creava riflessi sulle pentole di rame. Perché la nostra cucina, dove mangiamo quando siamo solo noi tre, è una esposizione di rame lucido e ceramiche danesi. Mamma ne va matta, io preferirei qualcosa di più essenziale, Babbo non ha mai fatto commenti. Le scelte di Mamma per lui non si discutono.

Babbo stava raccontando un qualche fatto di lavoro, lo fa sempre, in pratica parla da solo il più delle volte. Mamma lo guarda e gli sorride, remota, io bevo il mio tè e annuisco senza sentire, e lui è contento e parla. Stava dicendo qualcosa su un’eredità, una casa da vendere. Io rimuginavo cercando di organizzare la giornata in modo soddisfacente, ma ero a corto di idee. Era un periodo morto, quello. Tornata dal mare, non avevo nessuna voglia di iniziare cose serie, e temporeggiavo, scontenta. La voce di Babbo non è particolarmente accattivante, è uno che borbotta, se hai sonno ti finisce. Però a un certo punto ho sentito questo nome. Issel. Parzialmente risvegliata, l’ho guardato. Mi sono accorta che anche Mamma lo stava fissando. Lui si è reso conto che le due donne della sua vita lo guardavano nello stesso momento, e si è disunito, ha perso il ritmo.

“Avevo un compagno che si chiama Issel” ho detto.

“Il figlio di Giorgio” ha aggiunto mamma, bevendo la sua spremuta.

“Brave. Proprio di lui stavo parlando. Anche se l’eredità è per una cugina che vive a Montecarlo, e capirete che ha bisogno di un intermediario.”

Così è cominciato. Naturalmente lo abbiamo bombardato di domande, e lui paziente, a spiegare. Era una questione complicata, di quelle che piacciono a lui. Di quelle che non piacciono a me, e di solito non le sto a sentire. Ho fatto eccezione, c’entrava il mio ex compagno Demetrio, che tutti chiamavamo Gimmi. Qualcuno lo chiamava Geronimo, senza farsi sentire da lui. Perché è grosso e brutto, sembra il Capo Geronimo in una foto famosa, dove fissa la macchina fotografica con un fucile in mano e la faccia feroce. Il povero Gimmi non era feroce affatto, e sbranava solo bomboloni alla crema, quelli sì, con tenacia. Mentre Babbo raccontava della parente francese di Gimmi che aveva ricevuto questa eredità inaspettata, io rimembravo i giorni del liceo. Con Gimmi legavo, eravamo amiconi e abbiamo passato pomeriggi a bere cioccolata in una caffetteria in centro, a spettegolare su tutti. Quello ci veniva bene, due autentiche serve. Credo che lui si fosse preso una discreta cotta per la sottoscritta, ma era discreto, soffriva e amava in silenzio. Per fortuna. Veniva anche a casa nostra, ogni tanto, e allora il suo devoto amore veniva messo alla prova da Mamma. Con i compagni maschi è sempre stato un disastro. Venivano a casa nostra, compariva Mamma sorridente, e loro cadevano in stato confusionale. Animale bizzarro, il maschio. È così facile mandarlo in deliquio, bastano due occhioni sgranati, un bel viso. Fortuna che Mamma è sempre stata discreta, non si è mai messa gonne corte, neppure quando mi accompagnava a scuola, alle medie. Allora erano i babbi a restare folgorati vedendola. Le gonne corte e i vestitini scollati li mette soltanto al mare, sono dedicati a Babbo. Certo che, a vederla in quei momenti, è una bellezza da cinema. Peccato, o fortuna, invece, che l’apparenza non corrisponda alla sostanza. Lei è pigra, sonnacchiosa, quieta e sicuramente fedele. Babbo può dormire tranquillo, ha una moglie che turba i sonni degli altri, ma solo in sogno. E quei meschini non hanno mai visto le foto di quando era giovane. La Dea Hippy, con i capelli lunghi, gli occhi blu e la minigonna, o i pantaloni a zampa d’elefante e la vita scoperta. Una visione, non si può negare. Tutti gli storditi si chiedono come abbia fatto un tipo così poco sexy come Babbo il Notaio a conquistarla. La conclusione è ovvia, lo so, li ho anche sentiti che lo dicevano: l’arma di seduzione di Babbo sono stati i soldini delle ricche parcelle da Notaio. Ma quei tonti non hanno capito nulla. Mamma e Babbo sono molto simili, proprio uguali, anzi. Tutti e due tranquilli, quadrati, alieni da qualsiasi bizzarria. Lei cantava da giovane? In un gruppo rock? Vero, ma è stato per un breve periodo, poi si è subito stufata. Si stufa subito, Mamma, di tutto quello che ha appena un sospetto di bizzarro o trasgressivo. Lei è nata per essere Normale, ed ha sposato l’uomo giusto, non c’è altro da dire.

Intanto che così ragionavo, con un orecchio ascoltavo la storia di Gimmi. Una sua parente francese aveva ricevuto in eredità una casa qui in città. In periferia. Lascito di qualcuno che forse conosceva la madre della francese, mille anni fa. Da Parigi è partita una richiesta di aiuto, la madre di Gimmi, che è buona cliente di Babbo Raimondo, ha chiesto aiuto a lui, e la macchina si è avviata con sbuffi di fumo.

“Sofia Leone ha subito detto che quel carciofo di casa è da vendere. La cuginetta francese se ne infischia. Qui c’è sotto un discreto mistero, il proprietario della casa, certo Ettore Ciani, era uno che in passato ha lavorato con il defunto fratello di Angela. Il noto mafioso.”

Ricordavo che Gimmi è Issel di cognome, ma i suoi sono separati da quando era piccolo. La madre è una Leone. Donna grassa e stancante, me la ricordo. Di quelle con voce sempre sopra le righe, sempre a questionare di qualcosa. Per forza il povero Gimmi scappava via da casa appena possibile. Anche Mamma si è all’improvviso ricordata di qualcosa, ha fatto la faccia attenta.

“Ettore? Ettore Ciani? Suonava con noi, era l’unico bravo. Lui era più vecchio. Faceva anche il pianista di sala alla Mandragola. Brava persona, Ettore. Beveva troppo. E fumava come un turco. Tutti lo facevano, allora.”  

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Valutazione 
15/03/2016

Arpeggi delicati

Voce e pianoforte è come una chiacchierata fresca e gioviale, fatta al bar, davanti a un buon bicchiere di vino, mentre si ritrova il filo del discorso con un vecchio amico, magari dopo anni di allontanamento.
Ed è uno di quei libri che, se "distillati", verrebbero ridotti a meno della metà, giacché le innumerevoli descrizioni, gli assoli fra le parole, i sottili giochi di sfumature lessicali potrebbero rendere del tutto inutili almeno metà delle pagine di cui è composto.
Tanto a che servono le atmosfere accuratamente intrecciate intorno ai personaggi, le immersioni, a tutto tondo, nell’immaginario umano o le pagine di dialoghi, con cui i protagonisti raccontano parte della storia?
In un distillato tutto questo non servirebbe a nulla, come a dire che la storia del Titanic non è altro che la tragedia di due innamorati che affogano su una barca che affonda.
Ebbene, se doveste togliere a Voce e pianoforte tutta la poesia con cui è condita la storia, non rimarrebbe altro che un piccolo mistero da svelare, un dubbio sottile che si dipana di pagina in pagina, lasciando però insoddisfatto il lettore.
Se...
Per fortuna Bruno Bruni ha scritto un libro che di distillato non ha proprio niente e scrivo "per fortuna" perché altrimenti il lettore si sarebbe perso uno scritto non solo gradevole ma costruito con quella composizione classica, malinconica e tragica che solo gli autori russi erano in grado di ricreare nelle loro storie.
Se potessi paragonarlo a un grande compositore, poiché il titolo ricorda immancabilmente il mondo musicale (e c'è una ragione più che valida), potrei citare senza dubbio Bedřich Smetana e per la precisione la sinfonia Má vlast, un tripudio che, nota dopo nota, fa scaturire un fiume musicale che colpisce l'anima dell'ascoltatore, portandolo a sognare e a navigare nel flusso turbolento, ma allegro e giocoso, del suo procedere verso l'atto finale. Nello stesso modo il romanzo di Bruni inizio con un arpeggio delicato, un tocco leggero che fa appena vibrare le corde del lettore, che lo invita, quasi per caso, in quel fantastico mondo che si aprirà nello scorrere delle pagine.
Non vi sono particolari colpi di scena, nessun inseguimento, sparatoria, ritmo sincopato e adrenalinico, nulla di quanto siamo abituati ad assorbire in questa nostra società consumistica, scandita dai colpi sempre più ravvicinati dei martelli virtuali che finiscono per ottenebrare la mente. Non vi sono indagini particolareggiate e morbose, come quelle che infestano il nostro quotidiano, lasciando alla crudezza il compito ingrato di far apparire la verità. Non vi è alcuna volgarità, nulla che possa in qualche modo colpire il comune senso del pudore. Insomma, non c’è nessun trucco, tipicamente stilistico, che possa coinvolgere il lettore con gli ingredienti tipici di un libro moderno.
In questo romanzo vi è solo il gusto della lettura, del ritrovare lo sfizio per i dialoghi, le aspettative, gli umori e le sensazioni dei personaggi. Vi è la magia pura dello scrittore, del sapore intrinseco dei termini, la loro bellezza e semplicità, in quanto parola scritta. E il lento scorrere delle parole diventa comunque impetuoso, perché coinvolge le sfere emotive che toccano l'anima e i meandri oscuri della mente, non risolvendo, al posto del lettore pigro, i quesiti che pone, ma lasciandoli aperti all'interpretazione che ognuno di noi può dare se posto di fronte a una domanda semplice: Che cosa è, in fondo, la normalità?
Io sto ancora cercando di rispondere... e voi?

Valutazione 
10/03/2016

MUSICA E ALCHIMIA

“Voce e pianoforte” è un romanzo che potrebbe essere paragonato a uno spartito musicale, fatto di vibrazioni celebrali e di ritmo, dita appoggiate delicatamente su uno strumento, in grado di alimentare romanticismo e inquietudine contemporaneamente attraverso il suono della sua musica. Il direttore d’orchestra di questo singolare componimento è Bruno Bruni. L’autore è in grado di racchiudere all’interno del suo romanzo diverse sinfonie intrise di note fredde e note calde che mi hanno letteramente rapita. Brividi e calore, musica e alchimia, poesia e malinconia, questo è “Voce e Pianoforte”.

La location della storia è Torino, ma attenzione, la città tra le più misteriose d’Italia, non viene mai nominata da Bruni. Lo si intuisce facilmente però, da alcuni precisi riferimenti, dai nomi delle vie, da quelli delle piazze, ma anche dall’atmosfera eterea, a tratti un po’ magica, dalle sensazioni forti e avvolgenti che solo il capoluogo piemontese è in grado di offrire attraverso il suo fascino. L’ambientazione pur rimanendo in lontananza, sembra quasi tramutarsi nello sfondo di un dipinto, dove il cielo, vittima di un nomembre cupo e piovoso appare sempre un po’ grigio e chiuso, penetrando a pieno titolo nella vita di ognuno dei personaggi. Le figure presenti in questo libro sono descritte in modo realistico e si avvicinano al lettore in maniera estrememente efficace, per le loro debolezze, le loro insicurezze e quella fragilità in cui tutti, in un modo o nell’altro possiamo riconoscerci. Ma non è tutto. In questo romanzo si respira un’aria leggera di quotidianità e familiarità che fa bene al cuore.Veniamo ai personaggi che mi hanno colpita maggiormente. Il primo è quello di Alice Leone, giovane dall’accento francese, una figura lunare e carica di mistero, esattamente quanto la casa di cui è ereditiera e in cui si nascondono diversi arcani; ci troviamo di fronte a una ragazza dal carattere altalenante, ma anche dinnanzi alla rivelazione dell’animo turbolento di una figlia, che si addentra nel passato della madre Tea, morta in un incidente. Ad attenderla ci sarà un viaggio immaginario dove i ricordi raccontano alcune verità inaspettate; Tea infatti aveva qualcosa di losco da tenere lontano dagli occhi indiscreti della gente, tra cui alcuni vincoli con il malaffare che non le hanno reso troppo onore. La figura della madre di Alice è assenza che si palesa presenza in tutta la storia, aleggiando insieme al personaggio di Ettore, musicista, pianista Jazz morto anche lui in seguito a un infarto. La musica era la sua vita, un uomo che suonava per passione e beveva fino a perdere l’equilibrio, immerso troppo nel suo strano mondo. Tea e Ettore si sono amati, il loro non è stato un amore qualsiasi, non ha conosciuto limiti, seppure vi sia stata la morte a decretarne la fine. La loro unione però, sembra impossessarsi di una linea di confine che risulta infinita nello spazio e nel tempo.

Non posso non parlare della figura di Michele Ferro, ex calciatore, diventato agente immobiliare in seguito a un infortunio, un tipo sopra le righe, un osservatore ingegnoso, lo caratterizza uno spiccato senso dell’ironia che mi ha divertita e non poco. Michele è un uomo che non ama voltarsi indietro e guardare al passato perché lo ritiene controproducente, anche se dovrà ricredersi in parte, con Alice dovrà necessariamente parlare del tempo che non c’è più e fare i conti con un presente che gli sfugge in una carambola di dubbi inspiegabili. I due si incontrano ed è subito alchimia. Un’alchimia sottile, fatta di sguardi all’apparenza distratti, di silenzi, di coincidenze, di musica a palla nelle orecchie di lei, di stupore da parte di lui, di un cane che porta il nome che più indovinato non si può, Abisso. Eppure quell’animale, nell’assurdità di quel nome, in qualche modo unirà i due, durante la loro conoscenza. Tra loro sembra proprio scorrere una distanza abissale, ma non è di certo la profondità a spaventarli e neppure l’età. Michele e Alice sembrano distaccati eppure cercano il contatto, non solo attraverso lunghe e piacevoli chiacchierate che rassomigliano a quelle di padre/figlia, di amici interessati. Si tratta di quel “non si sa perché, ma mi trovo da Dio con te”. Parlano di vita vissuta, sembrano conoscersi da sempre. Il gioco delle parti nutrito dalla curiosità di entrambi, in alcuni punti diventa sottile. Lui è attratto fortemente da lei, dal suo modo di essere dolce e schivo allo stesso tempo, dalla sua testa fra le nuvole, e se non fosse per la giovane età, per l’immaturità che ne deriva, forse… Lei racconta e lui ascolta, lasciandosi attrarre da una corrente ammaliatrice, proprio come quando si ascolta qualcosa che ci piace e di cui non vorremmo più fare a meno. A un certo punto succede l’inevitabile…

Ecco un breve passaggio tratto dal romanzo:“Un bacio sulle labbra, forte e rapido. Occhi scuri vicinissimi ai miei, il suo calore, il gesto che non mi aspettavo, tutto mi stordì.”Non voglio anticiparvi altro…

Passiamo alla figlia di Babbo Raimondo (notaio influente che si occuperà delle pratiche legali legate all’eredità). Marta è una donna curiosa e intelligente che si imbatte attraverso una serie di casualità nella medesima casa del mistero. In uno scatolone, durante il suo inventario di milioni di libri, scova un vecchio nastro che le aprirà un mondo. Tutto si riconduce nuovamente a loro: Ettore e Tea, alla loro storia d’amore che fluttua come una piuma e si appoggia delicatamente sulle le pagine di questo romanzo influenzando l’intero corso degli eventi.

Ho letto questo romanzo pensando dall’inizio alla fine, a quanto fosse originale e scorrevole il modo di raccontare di Bruni. I dialoghi sono straordinariamente curati, semplici ma veritieri, aggiungono sempre qualcosa alla storia e ai protagonisti. L’intreccio presente in tutto il libro invita a proseguire nella lettura intrigando fortemente il lettore fino all’ultimo. La trama di questo libro è davvero ben studiata, a tratti appare quasi ingegneristica tanto sono stati curati i dettagli e le parole. Nulla è risultato fuori posto, nulla è lasciato al caso. Ogni tassello era pronto ad essere inserito a tempo debito attraverso la spontaneità dei personaggi. Cosa posso aggiungere? Perderselo sarebbe un vero peccato! Leggetelo e non ve ne pentirete di certo!

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Voce e pianoforte

Voce e pianoforte

Autore: Bruno Bruni

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