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Una implacabile felicità

ISBN 978-88-6690-307-9

Nuovo prodotto

Autore: Tommaso Accardi

Formato: Epub, Kindle

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PRESENTAZIONE

La nascita di Erica obbliga il padre, Diego, a fare i conti con il suo passato traumatico, sepolto nell’inconscio.
Erica è una bambina solare che soffre della mancanza di attenzioni da parte di Diego, impegnato nel lavoro di avvocato, in attività di volontariato e in politica. Il bisogno di riconoscimento sociale ossessiona Diego che è alla ricerca di una sorta di immortalità, d’imperitura memoria, concessa, a suo modo di vedere, dalla società  a coloro che si distinguono.
Questi due elementi: la bambina trascurata da una parte e l’ambizione di Diego dall’altra, lacerano Diego al punto di farlo ammalare. In verità non si tratta di una vera e propria malattia: Diego non può più tagliarsi la barba, i capelli e le unghie; se lo fa, sanguinano. La medicina non gli è di nessun aiuto, e in breve si trasforma in una sorta di naufrago, inquietante sia perché vive a Milano e non in un’isoletta sperduta, sia perché le unghie, sempre più lunghe, danno al suo aspetto un qualcosa di raccapricciante.Perde così il lavoro, viene allontanato dalla politica, e la moglie, Sabrina, che è all’oscuro della causa per cui Diego risulta così trascurato, finisce per scappare via di casa con la figlia Erica.
Diego, dalle sembianze di un naufrago, vede la sua vita naufragare rapidamente.
Ma a un tratto, un’immagine emerge con violenza dal suo inconscio, il ricordo del trauma. L’esistenza, che gli si sta sgretolando davanti agli occhi, ricompone la frattura con il passato e acquisisce un senso nuovo.

INCIPIT

Di nuovo, un fragoroso applauso e urla di “Bravo!” coprono il rumore, in fondo alla sala, di qualche sedia che si ribalta a causa del modo scomposto in cui scattano in piedi gli spettatori, caricati dal discorso di Diego Malanca.
Gli ottocento posti a sedere non sono bastati, e gli organizzatori hanno dovuto aggiungere delle sedie e aprire le vetrate scorrevoli per permettere alle persone rimaste fuori di ascoltare.
La nascita di un nuovo partito politico incuriosisce molti.
Le telecamere danno una panoramica sulla platea entusiasta poi tornano a inquadrare l’oratore.
Diego, fisico da ex cestista ora con un po’ di pancetta, dopo un inizio divertente per gli spettatori e imbarazzante per lui, quando nell’alzare l’asticella del microfono l’ha sfilata del tutto, domina il palcoscenico senza tentennamenti.
Chiunque lo avesse visto, nei giorni scorsi, attorcigliarsi in frasi da cui non riusciva più a uscire, veri e propri labirinti dell’oratoria, saltare le righe mentre leggeva senza neanche rendersene conto, impappinarsi e balbettare o rimanere a bocca aperta senza ricordare cosa stava dicendo, appena provava a parlare a braccio, sbagliare i congiuntivi e i condizionali, dimenticarsi le negazioni o metterne una di troppo e così ribaltare il senso della frase, beh, penserebbe di star ascoltando ora una controfigura.
Diego si sta proprio divertendo su questo palco e, elettrizzato dalla presenza di stampa e televisione che lo elevano al tanto desiderato rango di persona pubblica, sta conquistando le simpatie del pubblico oltre ogni aspettativa sua e del partito che ha deciso di puntare su un homo novus della politica.
A tratti alza la voce e si protende in avanti mettendo a dura prova la resistenza dell’esile scranno e si scaglia contro la burocrazia zavorra delle imprese. Poi fa una pausa, raccoglie la concentrazione e l’attenzione delle persone e spiega, con la sua faccia buona e trasparente, la proposta del partito. Idee in cui crede veramente, anche se ora si compiace di fare l’attore. D’altronde la retorica non è fatta di soli contenuti. Di questi, non aveva dubbi.
“Dillo con parole tue” gli diceva Sabrina rannicchiata in vestaglia sul divanetto, a notte fonda, mentre lui vagava senza pace per lo studio con i fogli in una mano e l’altra aggrappata ai propri capelli. “Sono idee tue, non stai mica recitando la lezioncina di qualcun altro. Come le dici, le dici. Va bene comunque!”
“La fai facile tu” sbottava Diego lasciando cadere il suo metro e novanta sul divanetto affianco alla moglie. “L’idea di parlare in pubblico mi agita e mi si confondono le idee.”
“Ma quante volte lo hai fatto in tribunale? In alcuni processi l’aula era piena, e non mi sembra che ti sia fatto intimidire.”
“Ma lì è diverso, quello è lavoro!”
“E la settimana prossima cos’è?”
“In tribunale la bravura sta nel conoscere gli articoli e la giurisprudenza e impostare bene la strategia: è tecnica; quella invece è politica, bisogna essere un po’ istrioni, piacere alla gente, lo sai come funziona! E poi ci sarà la televisione, i giornali, ti rendi conto che se sparo una cazzata la riportano al telegiornale? È una bella responsabilità!” Diego ha appoggiato la testa al bracciolo e i piedi sul grembo di Sabrina, che ha preso ad accarezzarli.
“Sono anni che hai voglia di impegnarti politicamente, sabato è il tuo giorno, è normale che tu sia agitato, sarebbe preoccupante se non lo fossi.”
“Se è così, possiamo proprio non essere preoccupati!” Si è tolto gli occhiali e si è massaggiato gli angoli degli occhi. “Ma te la vedi la scena? Io sul palco e una miriade di persone che mi guarda e si chiede: e questo che vuole? Che ha da dirmi più di quello che già so? È un bell’ostacolo da superare!” Ha lasciato penzolare un braccio in modo arrendevole, le dita hanno sfiorato il pavimento.
“Di’le cose in modo semplice e sincero. Di’ la prima cosa sincera che ti viene in mente. Fai subito notare la differenza con la classe politica di oggi.”
Erica, col pigiamino rosa, stava appoggiata con la guancia destra allo stipite della porta e si ciucciava il pollice assonnata, ascoltando, non vista, la conversazione dei genitori; nell’altra mano stringeva per la proboscide Dumbo, l’elefantino rosa in pelouche. Quando ha visto penzolare la mano del padre, ha avuto un sussulto, ha lasciato cadere Dumbo e si è precipitata nella stanza.
“Papà!” si è avvicinata al divano e ha portato le braccia al collo del padre e ha accostato la guancia a quella di Diego.
Diego ha sentito una fitta dolorosa strizzargli lo stomaco e ha avuto uno scatto e si è tirato su. Ha preso Erica per la vita e l’ha fatta sedere sulle sue gambe, di fatto separandola da sé. La bambina ha fatto una smorfia di disappunto e ha allungato le braccine per riabbracciare il padre, ma Diego la teneva lontana. “Amore, attenta, mi stropicci i fogli.”
Sabrina ha corrugato la fronte, si è alzata dal divano e ha preso in braccio la figlia perché non avrebbe sopportato di vederla piangere ancora una volta.
“Lasciamo lavorare papà” ha detto lanciando un’occhiataccia a Diego. “Vieni che la mamma ti rimette a letto e ti legge la favola.”
“No, la legge papà!” piagnucolava guardando Diego che, pentitosi subito dello scatto, si è alzato dal divano e le ha dato il bacio della buonanotte.
“Amore, devo lavorare. Domani, va bene?”
“No! Avevi promesso!”
“Te la legge domani papà, non fare i capricci.” Sabrina l’ha portata nella cameretta.
Diego si è risieduto e ha preso in mano i fogli ma gli occhi scivolavano sulle righe senza riuscire più a concentrarsi. Si è spostato dal divano alla scrivania, ha preso in mano una penna e ha cercato di terminare il discorso, ma ancora con lo stomaco contratto dal senso di colpa che lo prende ogni volta che, suo malgrado, reagisce freddamente alle dimostrazioni d’affetto di Erica. D’altronde la Convention è troppo importante!
Aveva sospirato, pensando a quante volte c’è stato qualcosa, di lavoro, più importante di Erica. Aveva pensato di alzarsi e andare nella cameretta a leggerle la favola, ma era restato titubante come il militare che deve uscire dalla trincea e correre in territorio nemico, e poco dopo la mente era già lì sul palco e la biro puntata sul foglio.
Quando Sabrina è tornata nello studio, Diego è rimasto immobile e si è limitato a spostare gli occhi di lato, sperando che non attaccasse a discutere anche questa volta. Ma lei, vedendolo assorto, è andata via in silenzio.


Verso la fine del discorso, quando già qualche mano batte un principio di applauso, Diego ricorda la frase della moglie.
“Ieri, devo confessare, ero un po’ agitato: è la prima volta che parlo in pubblico delle mie idee politiche.” Diego fa una pausa. “Per aiutarmi, mia moglie mi ha detto: di’ la prima cosa sincera che ti viene in mente.” Altra pausa breve. “Ho fatto così. Frase dopo frase ho messo a nudo le cose che ho in testa per capire quanto possano essere condivisibili e quanto io possa aspirare a rappresentare altri cittadini. E vi ringrazio per aver accolto con favore le mie idee semplici e sincere. Grazie.” Rimane qualche secondo con in faccia un’espressione da bravo ragazzo entusiasta, finché non vede più scattare i flash dei fotografi, e si gode l’applauso, applaudendo a sua volta.
Il pubblico si alza in piedi e qualcuno gli urla parole di apprezzamento.
Antonio Masconi, il fondatore del partito, sale sul palco, si avvicina a Diego con un sorriso pieno, lo abbraccia, poi prende il microfono.
“Questa è la gente che vogliamo nel nostro partito! È finito il tempo della politica dalle belle parole vuote: il parlamento deve tornare a lavorare per le persone invece che per le tasche dei parlamentari! Ci vuole gente abituata a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare per i cittadini! Diego è uno di questi: ha una professione dove è stimato e conduce da sempre delle battaglie sociali per i diritti degli immigrati, e lo sta facendo da tempo, senza avere nessuna sedia in parlamento. Non dimenticatevi di lui alle prossime politiche, dategli una possibilità, se la merita!”
Diego torna al suo posto in prima fila, stringendo le mani dei compagni di partito e scambiando con loro rapide battute, mentre il successivo oratore si avvicina al microfono.
Si siede, guarda verso il palco e non può credere che sia andata così bene. È talmente eccitato che non riesce a seguire il discorso del collega. Non fa che pensare che ci sono più di mille persone in questa sala della Fiera di Milano e lui ha fatto un figurone. Non vede l’ora di vedersi in televisione e leggere la stampa. Deve registrare i telegiornali e ritagliare gli articoli e conservare il ricordo del suo ingresso in politica.
Prende il cellulare e scrive un sms alla moglie: “Alla grande! Alla prima pausa ti chiamo e ti racconto”. Quasi subito gli arriva la risposta: “Lo so, sono qui con Erica, sei stato bravissimo!”
Gli viene da sorridere. Sabrina gli ha promesso che sarebbe rimasta a casa come gli ha chiesto lui. E invece è qui. Ha fatto bene, pensa Diego. Le scrive un altro sms: “Hai fatto bene”. Dopo poco legge la risposta: “Ora però vado a casa che Erica è stanca e sta facendo i capricci. Chiamami appena puoi. Bacio”.
Il pensiero che Sabrina e Erica siano venute fin qui, mentre lui non concede nemmeno cinque minuti del suo tempo alla figlia, lo fa sentire in colpa. Lo sa che ha ragione Sabrina a dire che non esiste giustificazione, cinque minuti li trova anche il Presidente della Repubblica!, e ogni volta che gli viene in mente questa frase sente lo stomaco contrarsi. D’un tratto si fa scuro in volto pensando alla possibilità che i media non parlino di questa giornata né del suo intervento, per compiacere ai partiti politici che li comandano e che non vogliono certo fare pubblicità a un nuovo concorrente. Non possono non dire nulla, non possono arrivare a tanto!L’evento è grandioso, ne devono parlare per forza!La gente ne discuterà nelle strade, che figura farebbero a non darci nemmeno un piccolo spazio!
S’immagina quando Erica sarà grande abbastanza per appassionarsi di politica e lui potrà raccontarle di oggi e tirare fuori da un cassetto gli articoli oramai ingialliti dei giornali. Erica osserverà la foto sbiadita ed esclamerà “Ma sei tu!” e inizierà a leggere il pezzo a voce alta, seduta sul bracciolo della poltrona affianco a lui.
Si accendono le luci in sala e il presentatore annuncia la pausa caffè.
Diego si alza e si gira e vede la gente che ordinatamente esce dalla sala e affolla i baretti nel corridoio.
“Tirar fuori la frase di tua moglie, che colpo da maestro!” Tavani, magro e brizzolato, un navigato della politica, gli si avvicina. “Come ti è venuta in mente?” esclama con una risata catarrosa mentre prende dal pacchetto una sigaretta e se la rigira tra le dita.
“Mi è venuta in mente perché l’ha detta. Semplice, no?” risponde Diego guardando se qualcuno del pubblico possa aver sentito il tentativo di affondo di Tavani, ma vede che sono tutti distanti.
“Sei andato proprio bene” gli dice Tavani guardandolo negli occhi alla sua stessa altezza. “Sembri tu lo scafato del gruppo!”
“Invece sei tu” risponde Diego reggendogli lo sguardo fino a quando Tavani tira su le spalle.
“Mi vado a fumare una sigaretta che la giornata è ancora lunga. Ti prendi un caffè?” chiede mentre si avvia verso l’uscita.
“Magari dopo, grazie” risponde Diego, osservando alcuni suoi compagni riuniti in un’allegra combriccola all’altro angolo del palco. Diego non ha nessuna voglia di star vicino a Tavani “lo squalo”, l’unico della vecchia guardia a essere entrato nel nuovo partito. Se ne tiene lontano, soprattutto oggi che è pieno di telecamere e di fotografi.

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