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Il Longobardo - Eredità di sangue

ISBN 978-88-6690-284-3

Nuovo prodotto

Autore: Andrea Ravel

Formato: Libro cartaceo - 178 pagine

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14,00 €

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PRESENTAZIONE

A cinquant’anni Claudio Ravello, chiamato dai suoi nemici il Longobardo, è uno degli uomini più potenti e temuti di Costantinopoli. Amico personale dell’Imperatore e generale di grande talento, è anche un uomo solo, sfiduciato e profondamente insoddisfatto della propria vita, trascorsa in gran parte tra sangue e violenza. Un eccidio di contadini inermi compiuto dai suoi soldati rappresenta l’ultimo, insopportabile oltraggio alla sua coscienza, mentre il successivo incontro con un prigioniero di guerra sembra offrirgli un’inaspettata occasione di riscatto. Per coglierla sarà costretto a tornare con la memoria a trent’anni prima, all’epoca della sua giovinezza nel regno longobardo quando, insieme a un pugno di valorosi, lottava per la propria sopravvivenza e per la salvezza della sua famiglia. Quest’avventura a ritroso nel tempo gli farà incontrare i fantasmi di un passato che credeva sepolto per sempre e gli rivelerà un tragico segreto, ma gli permetterà anche di ritrovare la propria identità e imboccare la strada della redenzione. Ambientato tra i Balcani e la pianura del Po, Eredità di Sangue è un viaggio attraverso la responsabilità individuale e la libertà di coscienza, oltre che un affresco straordinariamente accurato di un’epoca violenta e remota in cui civiltà e barbarie si confrontano in un conflitto senza fine.

INCIPIT

PROLOGO

 

(Nord della Tracia, estate dell’804 A. D.)

 

Li hanno ammassati in una specie di trincea scavata sul fianco della collina. Facce atterrite e rassegnate, provate dalla fame e dalla guerra. Qualcuno prega, altri piangono. Un vecchio si dispera strappandosi i capelli. Sa cosa sta per accadere e l’orrore gli invade la mente.

Due soldati pompano un liquido giallastro e vischioso da un recipiente di metallo e lo spruzzano addosso ai contadini coi sifoni. È tiepido ed emana un odore acre che prende alla gola. Ci vuole del tempo a cospargerli tutti, sono tanti, un intero villaggio. Il comandante, un giovane komes dai modi inflessibili, ha fretta. Deve sbrigarsi prima che la luce dell’aurora riveli la loro presenza.

“Pronti!” Gli porgono una torcia accesa. Una bambina per mano a una vecchia lo fissa con due grandi occhi scuri. Distoglie lo sguardo e si avvicina al bordo della trincea. “Per i nostri compagni!” grida, in modo che tutti lo sentano, e scaglia la torcia nel mucchio. I soldati trattengono il fiato e per un istante non accade nulla, poi un boato scuote l’aria e lingue di fuoco si allargano, bruciando ogni brandello di carne.

Uomini e donne urlano e si calpestano per arrampicarsi sul terrapieno dove i militari sono pronti a ricacciarli indietro, usando le lance come bastoni. Hanno l’ordine di non ucciderli, soltanto ributtarli giù a morire arsi vivi tra le fiamme che nessuna forza umana può estinguere. Dalla sommità della collina gli arcieri colpiscono chi cerca scampo in quella direzione. Sono i più fortunati. Una freccia ben indirizzata garantisce una morte rapida.

Il pentarka si sposta di continuo lungo il margine della fossa per accertarsi che tutti eseguano senza esitazioni gli ordini del comandante. Una donna con i capelli in fiamme gli getta un fagotto di stracci davanti ai piedi. Dentro c’è un bambino di pochi mesi che per un caso non è stato ancora raggiunto dal fuoco. L’uomo esita. Nessuno lo sta guardando. Appoggia lo stivale sul corpo del neonato e lo trafigge con la lancia prima di ributtarlo nella fossa. La madre lo raccoglie e si lascia consumare dal fuoco, stringendo il figlio morto al seno.

All’improvviso è finita. Le grida si sono spente, il rombo delle fiamme si è attenuato e dentro la trincea non si muove più nessuno. I soldati prendono le pale e iniziano a coprire con la terra ancora calda i corpi anneriti, soffocando i focolai che qua e là continuano a crepitare. Devono sbrigarsi. Il comandante ha detto che si assumerà ogni responsabilità, dirà che loro hanno solo obbedito, ma l’esperienza della vita militare insegna a non sentirsi mai tranquilli.

Il komes distribuisce pacche sulle spalle e offre del vino. Per ciascuno dei suoi uomini ha una parola di elogio come dopo una battaglia vinta, ma è solo una maschera, dentro di sé non sorride. Sa che dovrà pagare per quel che è successo. Pagherà da vero soldato che conosce il proprio dovere. Ha fatto quello che andava fatto e i compagni sono stati vendicati. Quello straniero che l’Imperatore ha messo al comando dell’armata non può capire. Non ha visto cosa fanno i Bulgari ai prigionieri. Dice che bisogna trattare la popolazione con umanità, quando sa benissimo che sono proprio i contadini a nutrire e nascondere i rivoltosi, permettendo alla ribellione di prosperare.

Si siede con la testa tra le mani e fissa l’orizzonte. Il cielo è passato dal blu cobalto a un rosa pallido e il sole sta per mostrarsi dietro le colline. L’alba di un nuovo giorno, l’ultimo della sua vita.

“Abbiamo quasi finito” dice il pentarka. “Forse l’abbiamo scampata.”

“Il fumo si vede da lontano…”

“Verrà il vecchio in persona? Ero al suo fianco all’assedio di Kostantinopolis, ha salvato l’Impero da solo. Ma da quando gli è morta la moglie non è più lo stesso, beve e passa giornate intere nella sua tenda senza vedere nessuno.”

Il komes non ascolta più. Ora riesce a sentire il galoppo dei cavalli. Il rombo degli zoccoli è sempre più distinto. “Schierate il picchetto!”

Drappeggia il mantello sull’armatura e si passa la mano tra i capelli. Un buon soldato deve sempre essere in ordine, anche quando sta per accogliere il suo carnefice.

***

Ti prego Signore, fa’ che non sia quello che penso. Claudio Ravello, comandante supremo dell’esercito imperiale, sprona il cavallo in preda a un timore che si trasforma in collera via via che si rende conto di quanto è accaduto. Quando arriva alla valle ha preceduto di mezzo miglio i bucellari della scorta. Compie un giro intorno alla trincea e la nausea lo assale insieme alla rabbia. Al suo passaggio i soldati scattano sull’attenti, fissandolo con aria di sfida. “Chi comanda qui?” grida, mentre smonta di sella.

“Barda, comandante del tagma d’Anatolia. Ai tuoi ordini kyrios!”

La mano guantata di ferro del generale lo schiaffeggia. Il komes si asciuga il sangue dalla bocca con il dorso della mano senza dire una parola. Un pugno alla mascella lo fa barcollare e il successivo allo stomaco lo getta a terra. Claudio continua a colpirlo finché il suo attendente e il capitano dei bucellari non lo afferrano per le braccia e lo tirano indietro.

“Rimettete in piedi questo assassino!”

“Perché?” gli sibila con il volto a due dita dal suo, dopo che le guardie lo hanno aiutato a rialzarsi. “Perché l’hai fatto? Vecchi, bambini innocenti, donne! Quale colpa avevano per meritare questo?”

Il komes vorrebbe restare in silenzio. Non c’è nulla di quello che potrebbe dire che abbia significato per l’uomo che gli sta di fronte e non vuole dargli la soddisfazione di chiedere pietà, ma deve difendere i suoi soldati. “Sono il solo responsabile. Loro hanno ubbidito ai miei ordini.”

“I miei ordini” ruggisce “erano di risparmiare chi non porta armi!”

“Hanno crocifisso i miei uomini e poi li hanno bruciati vivi! Ho fatto giustizia.”

“Questa è vendetta, non giustizia! Ci sono voluti mille anni di civiltà per farci imparare la differenza!”

“Sono barbari senza legge!”

“I barbari siete voi! Siete tutti colpevoli!” Si rivolge al capitano dei bucellari: “Disarmateli! Ordino la decimazione del reparto, da eseguirsi domani, davanti all’esercito schierato.”

“Permetti una parola, padrone?” Il suo servitore, un uomo anziano dall’aria stanca, gli bisbiglia qualche frase all’orecchio. Claudio riflette un istante e poi annuisce. Si fa portare l’occorrente per scrivere e riempie un foglio con la sua grafia nitida e ordinata. “Questi sono i tuoi ordini” dice a Barda. “Vattene e fai il tuo dovere.”

Solo allora nota il pentarka. “La tua faccia mi è familiare.”

“Ho servito nella tua guardia, kyrios!” Mostra una ferita allo zigomo. “Una freccia destinata a te, tanto tempo fa sugli spalti di Kostantinopolis.”

Claudio gli offre una fiasca di vino. “Vuoi bere?”

“Grazie, morire fa venir sete!”

Ride e ritira il braccio. “Sei degradato a soldato semplice e ti unirai ai miei bucellari.” Si gira verso il capitano: “Dagli venti frustate perché capisca che ogni vita ha un prezzo.”

Claudio e Liburnio rimangono soli a respirare la puzza di carne bruciata sotto il disco purpureo del sole. I soldati hanno fatto un pessimo lavoro, o forse il suo arrivo li ha interrotti. Dalla terra smossa affiorano mani, brandelli di vesti e membra calcinate dal fuoco.

“Mi chiedo cosa direbbero mio padre e mio fratello se fossero ancora vivi. È questo l’Impero che sognavano? L’Imperatore deve essere fonte di giustizia e civiltà, il rappresentante di Dio in terra. Niceforo, invece, ha scatenato i suoi eserciti in una catena di vendette e atrocità.”

“A volte la violenza è necessaria.”

“Sono un soldato, Liburnio, e lo so, ma che differenza c’è tra noi e questi barbari se ci comportiamo come loro?”

“Dobbiamo andare, padrone, la scorta attende.”

***

Sta calando una notte calda e appiccicosa che metterà fine a un giorno di sangue e fuoco. Sdraiato sul lettino da campo, con le braccia incrociate dietro la testa e gli occhi chiusi, Claudio riflette sugli avvenimenti della giornata. Ha vinto una battaglia decisiva, i ribelli sono stati spazzati via e la città conquistata. Il capo dei Bulgari, uno straniero, è riuscito a fuggire, ma le pattuglie lo troveranno presto. Gli sconfitti non hanno amici. Morirà nel circo di Kostantinopolis, tra nuovi e raffinati tormenti, ideati apposta per lui. Per nulla al mondo l’Imperatore rinuncerà a esibire alla plebe il suo trofeo in un anno avaro di vittorie.

Barda ha guidato il primo attacco contro la fortezza dei Bulgari, come gli era stato ordinato. È morto insieme a quasi tutti i suoi soldati. Il destino ha voluto che sia stata una freccia incendiaria a trafiggergli le gola.

Si versa l’ultimo sorso di vino della caraffa e alza il bicchiere in un brindisi solitario: “A Barda, gran testa di cazzo, e all’Imperatore, suo degno compare!”

Lo assale una stanchezza improvvisa. Vorrebbe dormire e invece deve ancora stendere il suo rapporto, due paginette di bugie e adulazione per la felicità del sovrano, ma non riesce a concentrarsi. Il suo pensiero corre continuamente a quando, trent’anni prima, è arrivato a Kostantinopolis dalla Langobardia, felice di trovarsi al centro del mondo, pronto a sante e nobili imprese. Cos’è successo a quel ragazzo per trasformarlo nell’uomo infiacchito e senza coraggio di oggi?

“Dov’è Liburnio? Voglio del vino!”

Una sentinella si affaccia alla soglia: “Abbiamo catturato il comandante dei Bulgari, kyrios, vuoi interrogarlo?”

“Ho chiesto da bere e mi portate un prigioniero? E sia, vediamo che faccia ha quest’implacabile nemico!”

Un drappello di bucellari accompagna il prigioniero all’interno della tenda.

“Sei prodi guerrieri per un solo uomo e pure ferito? Vi incute tanto timore?”

L’ufficiale che li comanda, rigido sull’attenti, fissa il vuoto davanti a sé: “Eseguo gli ordini, kyrios!”

“Via le catene e lasciami solo con lui.”

“Ma signore…”

“Fuori dai piedi!”

Per qualche tempo non si sente che lo scricchiolio della penna sulla pergamena, finché non entra un servo con un’anfora. Claudio aspetta che abbia versato il liquido color sangue, poi mette definitivamente da parte il rapporto.

“Non sei durato neanche una notte.”

“Uomini che credevo fedeli mi hanno tradito…”

“Te ne meravigli? Non conosci l’animo umano.” Socchiude le palpebre e scruta il prigioniero. “Hai i capelli scuri, ma non sei bulgaro.”

“Mi chiamo Athad, vengo da Lugdunum.

“Strano nome.”

“Me l’ha dato mio nonno perché mi ricordassi di essere di stirpe nobile.”

“Tuo nonno?”

“Mia madre morì dandomi alla luce e di mio padre non ho ricordi. È morto nella guerra contro i Longobardi quand’ero bambino.” Lo studia con attenzione. “Neppure tu sembri greco.”

“La mia famiglia è romana e mia madre era longobarda. Abbiamo qualcosa in comune, Franco di Lugdunum.” Gli fa un cenno con la mano. “Siediti.”

L’uomo non riesce a nascondere una smorfia di dolore mentre si appoggia ai braccioli della sedia.

“Dirò al mio medico di dare un’occhiata a quella ferita.”

“Ferito o no, mi ucciderete lo stesso.”

Claudio si stringe nelle spalle. “Non ho l’autorità per decidere il tuo destino. Cosa ci fai in questa terra disgraziata a combattere per questi barbari? Mi dicono che il tuo Imperatore si crede persino superiore al mio. Si fa chiamare Magnus. Perché non servi lui?”

“L’oro dei Bulgari è buono come quello di chiunque altro.”

“È stato buono solo a portarti davanti a me, dico bene?” Gli offre una coppa di vino e un cuscino. Il prigioniero afferra il bicchiere, la mano gli trema e un po’ di liquido rosso cade sul tappeto. Scopre i denti in una specie di sorriso. “I Bulgari sostengono che rovesciare vino è come versare sangue. Subito ti spiace, poi lo lavi via e non ci pensi più.”

“Nella mia vita di sangue ne ho versato tanto, sempre in nome di Dio, e sono sempre stato assolto, ma non per questo ho smesso di pensarci.” Sospira. “In fondo noi cristiani la pensiamo come i tuoi amici Bulgari. L’assoluzione è un modo per lavare via sangue e peccati insieme…”

“E dopo sei pronto a sporcarti un’altra volta. È proprio vero che i preti ne sanno una più del diavolo!”

“Per questo sono preti!” Scoppiano a ridere e svuotano d’un fiato i bicchieri.

“Dovrò chiedere l’assoluzione per i disgraziati bruciati vivi questa mattina?” domanda Claudio con voce improvvi-samente dura. “Sono arrivato troppo tardi per impedirlo.”

“Delle azioni dei soldati sono responsabili i generali.”

Claudio si versa altro vino e lo tracanna d’un fiato. “Dovrò morire con questo marchio, dunque? Lasciare al mio nome e alla mia famiglia un’eredità di sangue e ossa calcinate?”

“Ti risponderò con una storia che mi raccontava mio nonno. Molti secoli fa, quando il mondo era giovane, c’era un re che aveva sette figli. Amavano andare a caccia e un giorno, correndo dietro a un cervo, si inoltrarono in boschi così intricati che si perdettero. Ben presto ebbero sete e partirono uno per uno in cerca d’acqua. Il più anziano giunse a un pozzo a guardia del quale c’era una vecchia orribile. Una megera dai denti marci, le unghie livide, la pelle che ricordava quella di una lucertola e gli occhi storti. Emanava un fetore tremendo e il volto grinzoso era coperto di pustole.

Io e i miei fratelli abbiamo sete, mi permetti di prendere un poco della tua acqua? chiese l’uomo.

Sì, ma solo se mi darai un bacio sulla guancia, rispose la vecchia.

Ti do la mia parola che preferisco morire di sete piuttosto che sfiorarti con le labbra, esclamò il giovane inorridito, e se ne andò via.

La medesima cosa accadde a tutti gli altri figli del re, finché non fu il turno del più giovane: Lasciami prendere un po’ d’acqua, signora, ti prego, o io e i miei fratelli moriremo di sete.

È tua, ragazzo, prendine quanta ne vuoi, ma prima dammi un bacio, rispose l’immonda vecchia.

Non ti darò solo un bacio, ma ti abbraccerò. E subito si chinò ad abbracciarla e le diede un bacio. E quando, fatto questo, la guardò di nuovo non v’era al mondo giovane donna più bella di lei. Pelle bianco latte, bocca rossa come una bacca, gambe affusolate, denti come perle e occhi più splendenti dei più splendenti zaffiri.

Chi sei? domandò incantato il ragazzo.

Sono la vita! rispose la vecchia. E come io ti sono apparsa dapprima brutta e ripugnante e poi bellissima, così è la vita, che non puoi vivere senza lotta e aspri conflitti e devi bere fino in fondo, come l’acqua di questo pozzo. Quando, però, saprai prenderla essa ti apparirà bella e desiderabile.”

“Perché mi hai raccontato questa storia?”

“Perché hai il cuore del fratello più giovane, ma non osi seguirlo. La tua mente teme che dopo aver baciato la vecchia laida questa non si cambi in una bella giovane.”

“C’è del vero nelle tue parole. Ci penserò.” Distende le gambe sotto il tavolo e fissa la caraffa vuota, mentre i pensieri si formano e si scompongono nella sua mente come nuvole in un giorno di vento.

“Voglio raccontarti una storia anch’io. Questa, però, è vera. È quella di un Franco in cui mi sono imbattuto quando il tuo popolo invase la Langobardia. Veniva da Lugdunum, proprio come te. Strano, vero?” Con lo sguardo teso nello sforzo di ricordare, Claudio sta parlando più a se stesso che al suo ospite. “Sì, credo proprio che il mio viaggio sia cominciato quando ho incontrato quel Franco. Mai visto una primavera così. Era arrivata in anticipo, caldissima e avara di pioggia. Il primo foraggio non era ancora spuntato nei prati e i germogli del frumento non riuscivano a bucare la terra indurita dalla mancanza d’acqua. Le piante da frutto portavano fiori che avvizzivano subito. Preti e maske ne avevano tratto presagi infausti di carestie e pestilenze. Sembrava si compiacessero a terrorizzare la gente, come se la guerra non fosse già abbastanza spaventosa. Nonostante l’esercito franco fosse accampato a meno di quaranta miglia da casa mia ero comunque uscito a caccia. Attendevo quel giorno da mesi e tanto non poteva accadermi nulla di male. Con me c’era Mistico.”



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Il Longobardo - Eredità di sangue

Il Longobardo - Eredità di sangue

Autore: Andrea Ravel

Formato: Libro cartaceo - 178 pagine

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