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Eroi dimenticati

ISBN 978-88-6690-386-4

Nuovo prodotto

Autore: Paolo Fiorino

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

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PRESENTAZIONE

Franco Lucchini è un giovane pilota della Regia Aeronautica, eroe e asso dell'aviazione legionaria durante la guerra civile spagnola. La sua vita è il volo e il suo l'unico pensiero è lo stormo. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale il suo dovere di combattente diventa più importante di ogni altra cosa, anche più della sua stessa vita e della giovane moglie Luisa. Franco Manzini al contrario è un soldato, un uomo semplice travolto da una guerra terribile che irrompe nella sua vita e lo trascina con sé nell'infinito deserto della Libia. Dall'Africa a Malta, all'estrema difesa della patria dai bombardieri alleati, tra duelli aerei, grandi battaglie, vittorie e spaventose tragedie, l'asso trova dentro di sé il segno e la presenza del proprio coraggio, lo scopo di tutta la sua vita, mentre il soldato lotta strenuamente per tornare a rivedere la sua casa e la sua famiglia. Due uomini profondamente diversi, due vite parallele e lontane, accomunate dal doloroso incedere della guerra. Due destini che si incrociano solo per un istante, un fuggevole momento tra le sabbie del deserto africano, per poi tornare ad allontanarsi definitivamente, ciascuno in cerca del proprio epilogo sullo sfondo della peggiore tragedia che il mondo abbia mai vissuto.

INCIPIT

1 (1° aprile 1940)

L’attendente del comandante fermò l’auto di servizio davanti all’ingresso dell’aeroporto militare di Gorizia. Il piantone si avvicinò e controllò rapidamente gli occupanti dell’automobile, poi fece un cenno di assenso e il veicolo poté proseguire.

«Scendiamo qui» disse uno dei passeggeri, il tenente Lucchini, un giovane pilota dal viso ovale con i capelli neri e le labbra sottili, rivolgendosi all’attendente pochi istanti dopo che l’auto aveva superato l’ingresso.

«Non volete che vi porti fino alla palazzina comando?» domandò il conducente.

«No, preferiamo dare un’occhiata in giro» rispose il giovane, sorridente. Essere finalmente tornato allo Stormo, dopo il brutto periodo di prigionia che aveva vissuto, lo rendeva felice, e non ne faceva mistero.

I due passeggeri scesero, poi l’auto ripartì e i due si avviarono lungo il vialetto centrale. Camminando con calma svoltarono a sinistra, passando tra l’aviorimessa Lancini e l’autorimessa, e raggiunsero la palazzina del comando di Stormo.

Si fermarono a dare un’occhiata alla pista di decollo, che era poco più di un vasto prato falciato stretto a sinistra dalla valle dell’Isonzo e a destra da una fila di basse costruzioni formata dall’officina “III tipo”, dall’aviorimessa della ricognizione e dal magazzino dei Materiali Speciali Aeronautici.

«Non è cambiato niente in nostra assenza» disse Lucchini con il suo accento marcatamente romano, che faceva sempre sorridere il suo amico.

«Già, qui c’è la solita aria di famiglia» rispose Guiducci, che teneva disinvoltamente le mani in tasca.

Lucchini annuì. Il Quarto Stormo era la sua casa e il volo la sua passione oltre che la sua unica ragione di vita fin da quando, da bambino, era stato stregato dai racconti delle vicende di alcuni aviatori amici di suo padre, che lo avevano ispirato a entrare nella Regia Aeronautica e a proseguire la sua carriera fino all’avventura dell’Aviazione Legionaria nella guerra di Spagna.

Entrarono nella palazzina comando in perfetto silenzio come se, dopo la loro prolungata assenza, ritrovare quell’ambiente, un tempo familiare, li facesse sentire fuori posto, quasi come stranieri nella loro stessa casa.

«Ecco i nostri due magnifici eroi!» li accolse, allegro, Maggini, il comandante della Novantesima Squadriglia, alla quale erano stati assegnati, andando loro incontro nell’atrio della palazzina.

I due giovani sorrisero e l’iniziale imbarazzo scomparve all’istante davanti all’accoglienza spontanea e calorosa che avevano appena ricevuto. Dopo il duro periodo che avevano trascorso in Spagna, per loro era un enorme sollievo ritrovare luoghi, voci e volti familiari.

«Renzo, che piacere rivederti!» esclamò Lucchini.

«Il piacere è tutto mio» rispose Maggini, stringendo vigorosamente le mani di entrambi. «E così finalmente siete di nuovo tra noi.»

«La prigionia è stata lunga, ma abbiamo la pelle dura.»

«Poi mi racconterete tutta la storia, ma ora dobbiamo andare a fare un giro della squadriglia. Ci sono molti ragazzi nuovi che dovete conoscere.»

«Io però sono impaziente di rimettermi ai comandi» disse Lucchini. «Quando possiamo cominciare?»

«Domani. Farete un volo con Corsi, doppi comandi, tanto per togliere un po’ di ruggine.»

«Doppi comandi? Ci hai presi per du’ bischeri?» sbottò Guiducci, sinceramente risentito per quel trattamento inaspettato. «Franco è un asso, in Spagna ha abbattuto cinque repubblicani!»

«Sì, lo so» replicò Maggini, che sapeva bene che quando la parlata di Guiducci si coloriva di espressioni toscane il suo amico era sul punto di perdere le staffe. «Ma non dimenticate che avete fatto sei mesi di prigionia. Un giorno in più non farà differenza e poi lo sapete anche voi che per quanto mi riguarda il volo con i doppi comandi è solo una formalità.»

«Va bene, va bene» sbuffò Lucchini. «Se proprio dobbiamo, vorrà dire che per questa volta faremo i cadetti.»

«I bischeri, Franco, i bischeri!» scherzò Guiducci, che in pochi minuti aveva superato l’iniziale irritazione.

Lucchini sorrise e disse, facendo il verso all’amico: «I du’ bischeri al vostro servizio, capitano!»

«Molto bene, vedrete che presto sarete di nuovo in linea.»

«I CR 42 non hanno segreti per noi» commentò Guiducci, sorridendo. Il suo innato ottimismo aveva già avuto la meglio sulla delusione.

«A proposito, dove li avete messi? Non ho visto aerei sulla pista» fece eco Lucchini.

«Li abbiamo decentrati quasi tutti. Nell’aviorimessa sono rimasti solo quelli in riparazione.»

«Ma perché? Siamo non belligeranti.»

«Forse è un eccesso di prudenza, ma il comandante preferisce non farsi trovare impreparato in caso di dichiarazione di guerra.»

«È nell’aria, vero?»

«Si dice che Mussolini morda il freno, staremo a vedere. Tornando a noi: a pranzo sarete ospiti della mensa degli ufficiali superiori.»

«Sarà un vero piacere, sono molto curioso di sapere tutto quello che è successo in nostra assenza» disse Lucchini.

«Ce ne sono di cose da raccontare! Ma ora basta parlare, vi accompagno all’ufficio matricola per la registrazione e l’assegnazione dei vostri alloggi.»

2 (2 aprile 1940)

La notte era trascorsa in un lampo e la mattina, la prima che li vedeva di nuovo impegnati allo Stormo, l’aveva rimpiazzata quasi senza che se ne rendessero conto. Il Fiat CR 30 biposto da addestramento li attendeva sulla pista, davanti all’aviorimessa Lancini. Era un biplano piuttosto piccolo ma era pur sempre un gran bell’aereo, compatto e robusto, una macchina che aveva fatto la storia dell’aviazione italiana.

Lucchini ammirò la linea pulita della fusoliera, formata da tubi di metallo rivestiti di tela, terminata a prua da una snella elica bipala, e la configurazione delle ali, anch’esse rivestite di tela, con le superiori più grandi delle inferiori.

Il sergente istruttore Corsi li attendeva vicino al biplano con due meccanici che stavano trafficando sotto il cofano del motore dodici cilindri.

Corsi era un ragazzo snello, alto quasi quanto Guiducci e biondo, estremamente riservato.

«Ciao Corsi, come va?» lo salutò Lucchini, tentando di far sentire a suo agio l’istruttore.

Il sergente sorrise timidamente, visibilmente imbarazzato per la confidenza con cui Lucchini lo aveva appena trattato. «Bene, grazie tenente. Vogliamo cominciare?»

«Non perdi tempo, vero?» rispose Guiducci.

«No, se posso evitarlo. Chi di voi sale per primo?»

«Vengo io» disse Lucchini, facendosi spavaldamente avanti. Il giovane tenente non vedeva l’ora di tornare a volare.

Guiducci, che era impaziente quanto lui, fece una smorfia ma, ben conoscendo la smania di Lucchini di riemettersi ai comandi, gli lasciò la precedenza senza fare commenti.

Il motore del biplano si avviò, attirando l’attenzione dei piloti con il suo rumore profondo che rimbombava nelle loro orecchie e che allo stesso tempo li rassicurava con la sua familiarità. Un meccanico richiuse il cofano e si sedette ai comandi nel posto anteriore poi fece salire lentamente i giri del dodici cilindri fino a fargli raggiungere il regime ottimale per il riscaldamento.

Dopo qualche minuto il meccanico si rivolse a Corsi dall’abitacolo: «Sergente, l’aereo è pronto al decollo.»

«Grazie» rispose l’istruttore, facendo un rapido cenno a Lucchini.

Il meccanico scese dal velivolo e il pilota prese il suo posto ai comandi, poi Corsi si accomodò sul sedile posteriore.

Un altro meccanico si avvicinò e tolse rapidamente i tacchi di arresto dalle ruote dell’aereo.

«Bene, facciamo le verifiche di routine poi decolliamo e facciamo qualche passaggio sulla pista» disse Corsi, alzando la voce per sovrastare il rumore che proveniva dagli scarichi. «Vi ricordate i parametri del motore?»

«È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho pilotato uno di questi, ma credo di ricordare ancora qualcosa» scherzò Lucchini, che, anche se non lo avrebbe mai ammesso, aveva trascorso gran parte del pomeriggio e della sera precedente a ripassare il manuale del velivolo per rinfrescarsi la memoria. Anche se cercava di non darlo a vedere, non era del tutto sicuro di aver superato gli eventi drammatici che suo malgrado aveva dovuto vivere. Nei giorni precedenti si era spesso domandato se dopo l’abbattimento e la prigionia avrebbe ancora avuto la serenità necessaria a pilotare un caccia o se l’esperienza vissuta in Spagna lo avesse privato del suo sangue freddo. Avrebbe convinto Corsi o avrebbe miseramente fallito? La domanda rimbalzava nella sua testa dalla chiacchierata con Maggini del giorno prima, e ora che si ritrovava ai comandi il dubbio era diventato ancora più pressante e angoscioso.

Il rombo del motore Fiat da seicento cavalli permeava l’aria e quel profondo brontolio metallico faceva crescere ancora di più in lui la voglia di tornare tra le nuvole, il luogo a cui sentiva di appartenere davvero, ma anche il timore per la prova che lo attendeva e che poteva decidere del suo futuro.

«Bene, allora, quando siete pronto, andiamo.»

Le parole di Corsi ebbero l’effetto di spazzare via in un solo attimo tutta l’ansia e l’incertezza accumulata. Nel momento stesso in cui il sergente aveva decretato che il momento di dare prova delle sue capacità era arrivato, ogni dubbio era sparito e Lucchini si era sentito improvvisamente tranquillo e perfettamente padrone della situazione. Il tenente alzò il pollice per comunicare all’istruttore che aveva capito. Diede una rapida occhiata al misuratore di pressione dell’olio, regolò il limitatore di alimentazione in posizione di rullaggio, poi tolse i freni e manovrò il biplano per portarlo sulla pista. La manetta del motore e la leva di comando gli trasmettevano una sensazione di profonda gioia mentre le accarezzava in quell’abitacolo stretto e scomodo, aperto e appena protetto dal basso parabrezza, nel quale ora si sentiva di nuovo come a casa. Adesso era certo che i sei mesi di prigionia non lo avessero minimamente scalfito e che presto lo avrebbe dimostrato.

Quando il biplano raggiunse la pista, senza attendere Lucchini frenò con decisione fino a fermarlo del tutto. Portò il limitatore di alimentazione in posizione di decollo poi afferrò la manetta e diede potenza al motore. Mise giù i flap di quindici gradi e tolse i freni.

Il velivolo accelerò, all’inizio dolcemente poi sempre più in fretta, sotto la spinta potente dell’elica, e si staccò agilmente da terra a metà pista.

Lucchini mise il limitatore di alimentazione in posizione di salita e portò a zero i flap. In pochi minuti il biplano raggiunse la quota prevista. Il pilota regolò il comando dell’aria dei tre carburatori, verificò la pressione dell’olio motore, poi impostò un’ampia e dolce virata a sinistra e si preparò a scendere per un passaggio a media quota sulla pista. La sensazione dell’aria che sferzava il suo viso cancellò in solo istante tutti i brutti ricordi che si portava dentro da quando era tornato dalla Spagna.

Spinse in avanti la cloche e diede motore, facendo scendere il biplano in una brusca picchiata che gli fece guadagnare velocità, poi tirò la cloche e fece impennare il velivolo facendogli compiere un mezza gran volta che concluse con un mezzo tonneau a sinistra.

Al termine della manovra l’aereo volava a qualche centinaio di metri di quota in più e in direzione opposta rispetto all’inizio della picchiata.

«Congratulazioni, signori» dichiarò Maggini. «Corsi è stato molto soddisfatto della vostra prova e vi ha dichiarati entrambi idonei al servizio. Domani comincerete un ciclo intensivo di voli in solitaria sui CR 42.»

«Non avevo dubbi» commentò Guiducci, sorridendo. «Una volta che ti sono spuntate le ali, non le perdi più.»

«Adesso vedi di non vantarti troppo solo perché non siete più bischeri!» lo rimbrottò scherzosamente Maggini, rievocando la discussione del giorno prima.

«Di’ pure che mezzo stormo se ne stava con il naso all’insù ad ammirare le nostre acrobazie» insistette Guiducci.

«È vero. La virata Immelmann di Franco è stata perfetta. Magari un po’ eccessiva per un primo volo di riscaldamento, ma pur sempre perfetta.»

Lucchini tirò un sospiro di sollievo. I complimenti del comandante di squadra gli facevano piacere, ovviamente, ma la cosa che contava di più in quel momento era l’aver superato in un solo giorno la paura di non poter tornare a volare. Con qualche ora di allenamento sarebbe stato alla pari di tutti gli altri piloti, pronto a tornare in azione al servizio della patria. Quella era l’unica cosa che contasse per lui in quel momento.

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