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Arduhinus

ISBN 978-88-6690-388-8

Nuovo prodotto

Autore: Grazia Maria Francese

Formato: Epub, Kindle

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PRESENTAZIONE

Alla fine del decimo secolo l’Italia è cosparsa di rovine. Bande di Saraceni, Ungari, Norreni l’hanno devastata e i discendenti di Carlo Magno si sono dimostrati deboli, incapaci di respingerne le scorrerie. La popolazione per sopravvivere è costretta a rifugiarsi in bastide e castelli, sotto la protezione dei signori feudali.

La situazione di disordine del Regno Italico ha attirato le mire dei sovrani Sassoni, che si sono impadroniti del titolo imperiale. Quando i Sacri Romani Imperatori calano verso Roma per farsi incoronare dal Papa, i loro eserciti si lasciano dietro una scia di saccheggi e soprusi che colpiscono ugualmente contadini e abitanti delle città.

Molti tra i nobili, di origine longobarda o franca, tentano di ribellarsi a quella che sta diventando una dominazione straniera imposta con la forza e spesso sostenuta dai Pontefici romani. Tra loro manca, però, qualcuno capace di unire le forze di grandi feudatari e piccola nobiltà contro lo strapotere dei Sassoni, rivendicando la corona del Regno Italico.

A Plumbia, un castello sul fiume Ticino, nasce nel 955 il secondo figlio del conte Daido. Sul volgere dell’anno Mille, nelle cronache compare sempre più spesso il nome di quest’uomo: Arduhinus.

INCIPIT

Capitolo I

Miniere d’oro della Bessa, giugno 989

Arduino trattiene il cavallo. Dal dirupo sottostante provengono grida e imprecazioni, miste al rumore di un martello. Si spinge fin sull’orlo dello strapiombo e con la lancia scosta le fronde, ma il fogliame è così fitto che non si può vedere niente. Fa un cenno. Un giovane annuisce, si stacca dagli altri uomini e sprona a rotta di collo giù per il viottolo: un attimo dopo è scomparso tra le infiorescenze biancastre dei castagni.

Si volta a guardare il padre che ha la faccia stanca. Il viaggio dev’essere stato duro per lui. Ci hanno messo cinque giorni ad arrivare fin lì, facendo soste frequenti a casa di amici. Ovunque l’accoglienza è stata calorosa: i vecchi compagni, reduci da tante avventure, sono sempre ben felici di ospitare il conte Daido, anche se si presenta senza preavviso.

Si avvicina, stacca la fiasca appesa alla sella e gliela porge. Il padre ne beve un sorso, poi fa colare uno zampillo d’acqua sul viso e sulle mani.

«Ah, ci voleva proprio! Comincia a fare caldo.» Gli rende la fiasca. «È stato prudente mandare il ragazzo da solo?»

«Tuo nipote ha già quindici anni. È tempo che impari a sbrigarsela da sé.»

«Già! Me lo dimentico sempre, per me è ancora un bambino. Mi sembra ieri quand’è venuto al mondo, tutto rosso e strillante.» Allenta la fibula che trattiene sulla spalla il pesante mantello di panno a strisce rosse e brune e gli fa segno di aiutarlo a smontare. «Solo un attimo, giusto il tempo di sgranchirmi le gambe.»

«Vuoi togliere il mantello, fadar?»

«Siamo quasi arrivati. Il margravio ci tiene alle apparenze.»

L’anziano conte ha ragione. Tutta la vita di Corrado, signore della marka di Iporegia, è fatta di apparenze. Padrone della sua terra di nome e non di fatto, deve la sua fortuna a gente che di lui non ha mai avuto grande considerazione. Vivi e lascia vivere è sempre stato il suo motto. E ora quella convocazione improvvisa. La cosa che proprio non riesce a spiegarsi, è perché il margravio abbia chiesto al padre di portare con sé Arduino e non Amedeo, il fratello maggiore. Tra poco lo saprà.

Un refolo d’aria fa ondeggiare le fronde. Il sole si riflette sul terreno ai loro piedi traendone bagliori: tutta la regione è un’immensa miniera a cielo aperto. Una miniera d’oro.

«Devono rendere parecchio, le aurifodine» osserva il padre, come se avesse seguito i suoi stessi pensieri. «Che ne farà di tutto quell’oro, il margravio?»

«Donazioni alla chiesa.» Arduino sputa in terra. «Ormai non fa altro che questo.»

Lo sguardo di Daido vaga sull’orizzonte. «A proposito di preti, chissà se Guglielmo è tornato a casa…»

«Non credo» sogghigna. «S’è lasciato stregare da quel tizio, l’abate di Cluny. Sarà da qualche parte in Frankia, a bastonare frati puttanieri.» Gli porge le mani per aiutarlo a rimontare. Le gambe del padre sono gonfie: i lacci che trattengono i gambali bianchi vi hanno segnato dei solchi. «Non è necessario andare in Frankia per trovare cattivi preti. Anche i vescovi di casa nostra…»

«Beh» sbuffa il padre mentre gli infila i piedi nelle staffe «Pietro, il vescovo di Vercelle, è avido, crudele e disonesto, ma non è un puttaniere, a differenza del suo predecessore.»

«Era stato catturato dai Saraceni, ma è sopravvissuto. Dev’essere un vero duro.»

«Il Papa lo ha riscattato. Gli sarà costato una bella cifra.»

«Per me faceva meglio a lasciarlo dove stava.»

Daido non fa in tempo a replicare, perché dal viottolo viene rumore di zoccoli. La testa ricciuta del ragazzo riemerge tra il fogliame. «Tutto a posto!» esclama. «È solo un carro con l’assale spezzato. I servi stanno cercando di ripararlo.»

«I servi di chi?»

«Del vescovo di Vercelle, così hanno detto. Con loro c’è una scorta di soldati, ma sembrano degli incapaci.»

«Parli del diavolo e spuntano le corna! Andiamo a vedere se possiamo aiutarli.»

La fila di cavalieri s’inoltra nel bosco. Sul fondo del vallone, impantanato nel fango di un rigagnolo, c’è un carro carico di sacchi. Due servi tirano i buoi per i finimenti, mentre gli altri tentano di tenere sollevato il carro. Uno di loro, sdraiato tra le ruote, mena furiose martellate all’assale rotto. I soldati del vescovo stanno a guardare la scena seduti sotto un ontano.

«Sangue di Giuda!» esclama Arduino. «Esci da lì sotto, svelto!» Il martellare s’interrompe. Troppo tardi: c’è uno scricchiolio, un urlo, rumore di ossa spezzate.

«L’assale ha ceduto!» gridano i servi. «Bisogna tirarlo fuori di lì!»

Arduino sprona il cavallo addosso a quello che sembra il comandante. «Filho de puta! Quell’uomo dev’essere morto ormai, e per colpa tua. Aiuta almeno a recuperare il cadavere!»

«Era solo un servo» brontola il soldato.

Con il volto pallido per la collera lo afferra per il bavero e lo scaraventa a faccia in giù ai piedi del carro. I servi lo guardano attoniti. Non sembrano abituati al fatto che qualcuno s’interessi alla loro sorte.

«Fa’ scaricare i sacchi e rovesciare il carro» ordina in tono duro.

«Nessuno può toccare il carico!» protesta l’uomo cercando di rimettersi in piedi. «Ordine del vescovo Pietro.»

«E perché mai?»

Fa spallucce. «Non sono io a saperlo, senher, faccio quel che mi viene ordinato.»

«Cosa diavolo c’è nei sacchi?» Ora che s’è un po’ calmato, gli occhi color nocciola di Arduino frugano il carro con espressione incuriosita.

«Fave e ceci» bofonchia l’uomo.

«Sembrano pesanti. Beh, resteranno qui a marcire se non fate quello che vi dico. Muovetevi!»

I sacchi sono scaraventati a terra di furia, il carro è messo a ruote all’aria e l’assale riparato in pochi istanti. Il comandante indica il servo morto. «E di lui cosa ne faccio?»

«Lo porti a Vercelle e lo fai seppellire in terra consacrata. Bada che se vengo a sapere che non m’hai obbedito…» Lascia la frase in sospeso.

«Povera la sua vedova e i suoi bambini» mormora uno dei servi «quest’inverno moriranno di fame. Il vescovo non darà loro nulla.»

Arduino fa per replicare, poi fruga nella sacca appesa alla cintura e ne estrae due monete d’argento. «Tieni!» Le getta al servo che ha osato parlare. «Dalle alla donna, e bada anche tu che…»

«No, senher! Non rubo alle vedove, io.»

«Grazie, senher!» gridano i servi. «Dio vi benedica!»

I soldati non osano fiatare.

Voltano i cavalli e risalgono il versante opposto, ancora più impervio. È mezzogiorno quando arrivano in cima. Il bosco si sfoltisce in una bassa vegetazione d’erica e felci. Di fronte a loro nella rada foschia estiva si stende tutta la piana di Iporegia, simile a un immenso anfiteatro. Arduino si porta di fianco al padre.

«Prima di andare laggiù» sussurra «guardiamo che razza di legumi finisce sulla mensa del vescovo!» Da sotto il manto estrae un involto di panno scuro.

«Dove l’hai preso?»

«In uno dei sacchi.» Ride. «A quanto pare, Pietro di Vercelle è troppo povero per pagare indennizzi alle vedove dei suoi servi. Vediamo un po’!» Estrae il pugnale e taglia il legaccio. Una vampata gialla si accende sotto il sole.

«Polvere d’oro!» esclama Daido. «Ma i diritti sulle aurifodine appartengono al margravio.»

«Così dovrebbe essere.» Arduino riavvolge con cura il pacchetto e lo ripone nella bisaccia della sella. «Dubito però che Corrado sappia far valere i suoi diritti.»

«Forse è per questo che ci ha chiamati. Quel vecchio idiota si ricorda di noi solo quando ha bisogno.»

Si avviano per l’ultima discesa di quel viaggio su e giù tra le colline. Arrivato alla pianura il viottolo attraversa una brughiera dove pascola qualche mucca, poi confluisce in una strada selciata. Avvicinandosi alla città, lungo la via compaiono capanne e piccole botteghe. C’è odore di fumo, di galline e di sterco. Attraversano la Duria a sud della città sul grande ponte. Il tramonto tinge di rosso le cime delle montagne. Quando raggiungono il castrum, spira un vento fresco benché l’estate sia imminente. Gli stendardi rossi del margravio sventolano a quel soffio come le fiamme di un incendio.

Capitolo II

Fortezza di Iporegia, giugno 989

«Daido! Che piacere vederti in salute, amico mio!» Corrado bacia le guance dell’anziano vassallo. «Non ti aspettavo così presto. Hai bruciato le tappe!»

Il conte di Plumbia scoppia a ridere. «Oh, una lumaca ci avrebbe messo meno tempo! Mio figlio ha avuto pazienza, e anche mio nipote. Chissà quanti accidenti mi hanno tirato!»

«Salute, Domine!» dice Arduino. Posa la mano sulla spalla del ragazzo e lo fa inginocchiare di fianco a sé. «Questo è Arsinu, il mio primogenito. A mio padre piace scherzare, tanto quanto gli piacciono le belle ragazze. La verità è che abbiamo fatto bisboccia lungo la strada, a casa di questo e quello.» Strizza l’occhio. «Vino, ricordi di gioventù e donne.»

«Allora dovete chiedere l’assoluzione dei vostri peccati.» Una figura vestita di nero, seminascosta dietro al seggio di Corrado, si fa avanti.

«Guglielmo!» Daido va verso l’uomo a braccia aperte. «Guglielmo da Volpiano! Che ci fai qui? Ti credevamo in Frankia. E come sta il tuo abate?»

Il monaco ricambia l’abbraccio. «Felice di rivederti, nonno.» Sorride e guarda Arduino. «Non credo che tu sia pentito, zio, perciò non posso assolverti.» Fa una pausa: la sua espressione diventa seria. «Il venerabile Maiolo, abate di Cluny, mi ha incaricato di portare al margravio la sua benedizione. Dio deve averlo ispirato, perché il nostro signore Corrado ha bisogno di conforto.»

Il sorriso è svanito dalla faccia del margravio. «La vita mi ha sferrato un ultimo colpo. Il più duro.» Nella penombra appena rischiarata dalla luce delle candele, s’intravede una lacrima rigare la sua guancia. «Non sono come te, Daido, benedetto da Dio con tre figli maschi! Gualterio è stato stroncato da una febbre improvvisa.»

«Quando è accaduto?» chiede Arduino.

«Pochi giorni fa.» Lo strazio del margravio si percepisce dalla voce tremante.

Guglielmo traccia una benedizione. «Riposi nella pace del Signore.»

Corrado si è accasciato sul seggio. «Non siamo stati fortunati, mia moglie e io. Abbiamo avuto cinque figli. Gualterio era l’ultimo rimasto in vita dei due maschi.» Posa la faccia nel cavo della mano. «Perché Dio non ha punito me? Perché riversa sui figli le colpe dei padri?»

«I padri mangiarono uva acerba, e ai figli si allegano i denti» mormora Guglielmo. «Così disse il profeta Geremia. A nessun uomo è concesso di discernere i disegni di Dio. La sola cosa che possiamo fare è chiederci se dal male non possa nascere del bene. Per ogni errore che hai commesso, mio signore, sforzati di compiere una giusta azione!»

«Ti sono grato di queste belle parole, però non ne ricavo alcun conforto.» Guglielmo sta per ribattere, ma un’occhiata di Arduino lo ferma.

Il margravio scuote il capo. «Avrete fame, amici miei. Sono un pessimo ospite, perdonatemi.» Batte le mani e i servi accorrono dall’ombra delle tende. «Portate panche per gli ospiti, vino, qualcosa da mangiare. Poi lasciateci soli.»

Gli ordini vengono eseguiti con rapidità. Sulla tavola compaiono brocche, coppe, taglieri di carne arrostita e pane bianco. Corrado tocca appena cibo.

«Vi chiedo scusa: non è superbia quella che m’impedisce di condividere questo pasto. Ma voi servitevi, non fate caso a me. » Si rivolge ad Arsinu. «Ragazzo, fai da coppiere, sei il più giovane e devi esserci abituato, se è vero ciò che si racconta di tuo padre.»

«Oh, zio Arduino è sempre stato un buon bevitore!» sorride Guglielmo. «Bestemmia, si ubriaca, gioca e gli piacciono le donne…»

«Avrà anche qualche qualità, spero.»

«È ciò che ci auguriamo tutti, Domine

Arduino non fa commenti. Si guarda intorno. Le pareti della sala sono coperte di arazzi che raffigurano le gesta di Berengario, padre di Corrado, l’uomo che per vent’anni ha cinto la corona di ferro del Regno Italico. Davanti ai suoi occhi scorrono le immagini delle imprese del sovrano: la campagna contro gli Ungari, la conquista della marka di Spoleto, i Sassoni che assediano l’isola di San Giuliano. In quest’ultima scena, al fianco del re sono raffigurati la regina Willa e Roberto da Volpiano, il padre di Guglielmo. Imprese accadute prima che lui nascesse o quando era bambino, di cui Daido gli ha parlato innumerevoli volte e che appartengono a un passato ormai sepolto. Ora, morto Berengario, gli imperatori sassoni la fanno da padrone in Italia e nessuno ha più il coraggio di alzare la testa.

Ai due massicci pilastri di pietra su cui si appoggia la trave centrale del tetto sono appese le armi dei figli morti di Corrado, altre malinconiche vestigia di sogni infranti. Di fronte a ciascuno brucia una torcia profumata. Sopra la tavola, una corona di bronzo pende dalle travi annerite dal fumo.

Il margravio sospira. «Guardi le tracce della nostra grandezza, Arduino? Non sono stato degno della mia stirpe, lo so. Spero che tu potrai fare meglio di me.»

«Io, Domine? Sono soltanto il figlio cadetto di un tuo vassallo.»

«Forse, signore, è venuto il momento di spiegare quanto ci siamo detti prima del loro arrivo» interviene Guglielmo. «Non qui, però. Sono discorsi che non devono arrivare a orecchie sbagliate.»

«Andiamo alla cappella. Ha mura spesse.» Si rivolge ancora ad Arsinu. «Prendi una torcia, ragazzo, ormai s’è fatto buio.»

A un’occhiata di Arduino, il giovane scosta il lembo del mantello e fa scivolare il fodero del pugnale fino al punto in cui è più facile sguainarlo, poi afferra la torcia e precede il margravio fuori dalla sala. Nel cielo velato di foschia sono spuntate le prime stelle.

Dall’altro lato del cortile, una porta di legno massiccio dà accesso alla piccola chiesa. Dopo che tutti sono entrati Guglielmo la richiude. L’interno è buio, salvo il piccolo cerchio di luce a fianco dell’altare dove Arsinu ha appeso la torcia. Corrado s’inginocchia.

«È qui che riposa Gualterio, vicino ai Corpi Santi» sussurra. «Sono senza eredi. Mia moglie non è più in età di concepire, ma non intendo ripudiarla. Sia fatta la volontà di Dio! Questa è la punizione che mi merito.»

«Non spetta a te giudicare» obietta Guglielmo. Il margravio si volta a guardarlo.

«Lasciami almeno il conforto di confessare la mia colpa! Non ho avuto il coraggio di sostenere i miei fratelli nelle avversità. Sono un vigliacco.»

«I tuoi fratelli sono morti» ribatte Daido. «A che è servito il loro coraggio? Se ti fossi battuto al loro fianco, saresti morto anche tu. Nessuno può sconfiggere i Sassoni! Ormai hanno stravinto.»

«Eppure, ora che sono vecchio, mi vergogno di non averlo fatto.» Un refolo di vento fa tremare la fiamma della torcia, che disegna sul viso di Corrado ombre mutevoli. «Non volevo perdere la marka che il re dei Sassoni mi aveva lasciato. Volevo tramandarla ai miei figli. Sono stato punito.»

Un corno squilla dagli spalti, a segnalare il cambio della guardia.

«La marka di Iporegia esiste ancora» sussurra Corrado «e ha avuto vent’anni di pace. Ecco cosa sono riuscito a fare nella mia vita.»

«Ti sembra poco, mio signore?» obietta Guglielmo.

«Non è abbastanza.» La voce riprende vigore. «Perciò ho deciso di ritirarmi dal mondo, e passare il resto dei miei giorni a implorare il perdono di Dio. Lascerò la carica di margravio.»

«Ah!» Daido si carezza la corta barba bianca. «Ci hai pensato bene, Domine? I Sassoni potrebbero assegnarla a uno dei loro, o peggio ancora al vescovo di Vercelle.»

Corrado sorride. «In verità voglio lasciarla a uno dei tuoi figli. È la ricompensa per la vostra lealtà.»

«Amedeo?» Il conte di Plumbia s’inchina. «Il mio primogenito, margravio di Iporegia! È un grande onore per la nostra stirpe, Domine. Non te ne pentirai.»

Guglielmo si schiarisce la voce. «Veramente…»

Corrado alza la mano. «Amedeo è un uomo di valore, e coraggioso. Lo scorso autunno, nel torneo s’è comportato molto bene. Ma…» Esita un istante, poi punta l’indice verso Arduino. «È lui che ho scelto.»

L’anziano conte lo fissa incredulo. «Arduino? Sciocchezze! È troppo impulsivo, e per di più è il secondogenito. Cosa dirò ad Amedeo?»

«Questi sono problemi tuoi» risponde Corrado. «Sono sicuro che saprai risolverli.»

«Viviamo tempi difficili» interviene Guglielmo. «Per questo c’è bisogno di uomini audaci, fin quasi alla follia.»

Il margravio sembra voler aggiungere qualcosa, ma apre le mani in un gesto sconsolato e tace. Tocca a Daido rompere quel silenzio.

«Non spetta a me giudicare la tua scelta, beninteso. Qualunque cosa se ne possa pensare, Domine, non porterà a nulla. Arduino non è figlio tuo: la nomina perciò dev’essere confermata dall’erede imperiale, il giovane Ottone, che mai lo farà. Assegnerà la marka a uno straniero, non certo a uno di noi.»

Guglielmo si alza in piedi. «L’erede imperiale ha nove anni e obbedirà a sua madre, la principessa Teofano. Una donna pia, che Dio la protegga. Il mio maestro, il venerabile Maiolo, è il suo confessore.»

Daido annuisce. «Vedo che avete pensato a tutto. Sono tempi strani, questi: le decisioni che riguardano i regni di questa terra sono in mano a donne e preti!»

«Dio si serve degli strumenti che vuole, per attuare i suoi disegni.»

«Dio o l’abate Maiolo? Dannazione, Guglielmo! Chi prova a mettersi contro i Sassoni fa una brutta fine. Ci avete mai pensato? » Si stringe nelle spalle. «Comunque io non parlo più, visto che il mio parere non interessa a nessuno. È ora che mio figlio si decida ad aprir bocca.»

Tutti gli sguardi si puntano su Arduino.

«Domine, non farò giri di parole» dice brusco. «La domanda è la stessa che ha fatto mio padre: perché proprio io? Hai molti vassalli, gente che t’ha giurato fedeltà in cambio di oro o di qualche beneficio.»

Corrado annuisce con aria triste. «Hai detto bene! Quella che mi circonda è gente che si può comprare con un pugno d’oro. Tu sei diverso.»

«Come puoi dirlo? Di me non sai nulla.»

Fa un pallido sorriso. «Si dice che tu abbia un brutto carattere, Arduino. Ma il venerabile Maiolo ha fatto proprio il tuo nome, non quello di Amedeo o di altri: me l’ha detto Guglielmo.»

«Ah! Ecco da dove arriva l’imbeccata.» Si rivolge al monaco. «Bene, bene! Il mio amato nipote è diventato il portavoce dell’abate di Cluny. Si può sapere cosa diavolo vuole, questo Maiolo?» Scoppia a ridere. «Che razza di nome!»

«Fare del bene» risponde Guglielmo in tono ispirato. «Vedi, zio Arduino, temo che tu non sia in grado di comprendere le visioni di un santo. Il venerabile Maiolo non vuole che il bene di tutti.»

Arduino si avvicina e gli batte la mano sulla spalla. «Il mio Guglielmo! Non cambierai mai. Sai chi mi ricordi? Quegli imbroglioni che si trovano ai mercati. Ti presentano una bella cesta di ciliegie. Quelle di sopra sono grosse e lustre! Ma se ci frughi sotto, cosa trovi?» La mano scatta come un fulmine: afferra il monaco per il bavero e lo solleva di peso. «Non sono un santo, io…»

«Basta, Arduino!» grida Daido. «Non farmi vergognare di te!»

«Non gli faccio niente! Solo una scrollatina, come quando era piccolo.» Scuote il malcapitato fino a fargli sbattere i denti. «Se non ricordo male, a Plumbia, una volta t’ho buttato nella gora del mulino.» Scoppia a ridere. «Ne sei venuto fuori che sembravi un cane bagnato. Uggiolavi perfino!»

«Rimettilo giù subito!» ordina il margravio. Arduino fa una smorfia e lo posa a terra con delicatezza.

«D’accordo. Adesso però finiscila di raccontare stronzate e dimmi cosa vuole il tuo Maiolo. Chissà che non riesca a redimermi!»

Il monaco si riaggiusta la tonaca strappata, con un sorrisetto. «Potrebbe anche succedere. Staresti bene, sbarbato e con la tonsura.»

«Basta! Ti decidi a farmi vedere il fondo della cesta, Guglielmo?»

«Va bene. Saprete ogni cosa, a condizione che le mie parole non escano da qui.» Sfila dal collo un crocefisso d’argento. «Prestate giuramento sulla Santa Croce!»

Il margravio e i tre venuti da Plumbia si guardano con aria stupita. Corrado tende la mano scarna, coperta di anelli, e recita la formula di rito. «Per Christo nostro Signore, giuro che non farò parola con nessuno di quanto sto per sentire.»

È la volta di Daido. La mano gli trema leggermente. Al dito medio manca l’ultima falange, ricordo di una vecchia ferita di guerra. «Per Dio, Guglielmo, che bisogno c’è di tutta questa scena?»

Sulla mano di Arduino sono visibili i calli della spada. «Giuro tutto quello che vuoi, ma sbrighiamoci!» Addita il figlio. «Per lui rispondo io.»

Guglielmo bacia il crocefisso e si schiarisce la voce. «Questo nostro tempo è segnato da molte sciagure. La più grande di tutte è che i vescovi, anziché essere i pastori del gregge, sono diventati lupi rapaci.»

«Puoi ben dirlo!» interrompe Arduino. Getta ai piedi di Corrado l’involto sottratto ai servi del vescovo di Vercelle. «Questo non appartiene a te, signore?»

«Non più» sospira il margravio. «L’erede imperiale mi ha tolto il beneficio delle aurifodine e ne ha investito il vescovo Pietro, come di molti altri beni che mi spettavano. La marka che ti posso lasciare è un guscio vuoto, mio povero Arduino.»

Guglielmo annuisce. «L’erede imperiale impoverisce i nobili per arricchire i vescovi, trasformandoli in vassalli che può nominare o destituire a suo piacimento. Ma c’è di peggio.» La voce diventa un bisbiglio. «Nel nostro ordine c’è un monaco, un certo Gerberto d’Aurillac…»

Arduino aggrotta la fronte. «Quello che era abate di Bobbio, e fu destituito?»

«Proprio lui. Da giovane ha studiato nella marka Hispanica. Dai Saraceni pare abbia appreso arti diaboliche, di cui si serve per i propri interessi Nel volgere di un anno, sono improvvisamente morti uno dopo l’altro gli ultimi eredi di Carlo Magno: re Lotario e suo figlio Luigi. La corona di Frankia è finita sulla testa di un certo Ugo Capeto. Guarda caso, si tratta di un amico di Gerberto.»

«Meglio non bere in sua compagnia!» esclama Daido.

«Sì, ma le vicende del regno di Frankia non ci riguardano» ribatte Arduino.

«Ci riguardano eccome, zio! A differenza degli eredi di Carlo Magno, Ugo non ambisce al titolo imperiale. Il giovane Ottone ha quindi la strada spianata. Il venerabile Maiolo si aspetta che, tra poco, Gerberto lasci la Frankia e si metta al suo servizio. A quel punto, l’influsso del mio maestro su Teofano potrebbe non bastare più. Bisogna agire subito, fintanto che il futuro imperatore è sotto la tutela della madre.»

«Preti!» ruggisce Daido. «Non ci capisco nulla.»

«Sarò più chiaro. Il giovane Ottone è stato educato a pensare che l’Imperatore debba essere il capo della chiesa, come a Costantinopoli. Pertanto, diventato Imperatore vorrà nominare non solo i vescovi, ma anche il Papa.»

«Cioè quel Gerberto?»

«Tu non saprai il latino, zio, ma capisci in fretta.» Fa una pausa. «Nel nostro Ordine, secondo la Regola gli abati sono eletti dalla comunità.»

«Fammi indovinare: Gerberto vuole che sia il Papa a farlo.»

«Esatto. Ci imporrebbe abati scelti da lui: gente magari colta ma rapace, priva di scrupoli e di santità. Maiolo vuole impedire che una tale sciagura colpisca l’Ordine, trasformando i monasteri in postriboli…»

«Beh, se i monasteri diventano bordelli voglio farmi monaco anch’io!» sghignazza Arduino, e la risata rimbomba tra le pareti della chiesetta. «Sarebbe una vita piuttosto allegra. Ma a noi che importa? Quello che ci preme, è impedire che ai vescovi siano assegnate le nostre terre e i nostri benefici. Li possediamo da generazioni.»

«Una mano lava l’altra, zio. Il nostro Ordine appoggerà la tua nomina a margravio, e quando Ottone scenderà a Roma per farsi consacrare Imperatore…»

«Un nuovo, forte signore della marka dovrebbe sbarrargli la strada» conclude Arduino, meditabondo.

«Voi siete matti!» sbotta Daido. Si alza in piedi a fatica, levando le braccia in un gesto di sconforto. «Matti da legare! Come potete anche solo pensarlo? Sbarrare la strada ai Sassoni! Li avete mai affrontati? Io sì. Come pensate di riuscirci, pregando?»

Arduino pianta gli occhi in faccia al monaco. «Mio padre ha ragione, e non ha nemmeno considerato tutti i rischi. Potrei essere pugnalato alla schiena dai vassi di Corrado, invidiosi perché lascia la marka a me, o colpito dai malefici di quel Gerberto perché oso mettere i bastoni tra le ruote di un ragazzino dalle idee grandiose: e tutto questo per compiacere il tuo Maiolo. Ho capito bene?»

Guglielmo scoppia a ridere. «Non fingerti pauroso, zio! Ti riesce male. Per prendere il controllo della marka ti basterà portare qui i tuoi compagni d’armi. Quanto a Gerberto, il venerabile Maiolo con le sue preghiere ti metterà al riparo da qualsiasi maleficio.»

«Allora sì che mi sento tranquillo.» Resta in silenzio per un po’. «Se i discorsi segreti sono finiti, apriamo la porta: qui dentro manca il fiato.»

A un cenno del margravio, Arsinu toglie la sbarra e apre i battenti. Un soffio d’aria fa tremare la fiamma della torcia.

Arduino va alla soglia e guarda fuori. L’oscurità ha avvolto la conca di Iporegia, costellata dai puntini giallastri di lucerne accese nei villaggi e dal bagliore dei fuochi dei pastori sulle montagne. Corrado lo scruta con aria ansiosa, tendendo sul collo la testa canuta.

«La vita è troppo breve per sprecarla!» mormora Arduino, come parlando con se stesso. «Ti senti forte, invincibile: poi viene il colpo di una spada, o il volo di una freccia o una febbre improvvisa, ed è finita. Che importa allora essere margravio di Iporegia piuttosto che conte di Plumbia, o uno di quei servi là fuori?»

«Il mio parere lo sai» borbotta Daido. «La sola cosa da fare è tenerci il nostro feudo, e aspettare tempi migliori. Ho passato la vita intera a cercare di conservarlo. Se ce lo fai perdere con le tue ambizioni, quel giorno spero di essere già morto.»

«Lascia che decida lui» gli intima Corrado.

«Ogni volta che visito le nostri corti di campagna» aggiunge pensieroso Arduino «mi domando perché il Regno Italico non possa avere un proprio re. Uno di noi. Il coraggio non ci manca. Liberarci dalle grinfie dei Sassoni non dev’essere poi così difficile.»

Il padre sogghigna. «È questo che ti frulla per la testa, allora? Dopo la sconfitta di Berengario, nessuno è più riuscito a riprendersi la corona. Perché dovresti riuscirci proprio tu?»

«Berengario ha sbagliato» esclama Arduino voltandosi. «S’è appoggiato ai grandi feudatari, che lo hanno tradito. Sono banderuole, quelli, pronti a cambiare direzione a ogni soffio di vento!»

«E tu come faresti?» chiede Guglielmo.

«Bisogna dare potere ai secundi milites. Sono bravi combattenti che non hanno nulla da perdere, e promettergli in cambio l’ereditarietà dei feudi. Solo con il loro sostegno l’impresa può riuscire.»

«Allora…»

«Allora niente! Non ho detto che lo farò. Preferisco di gran lunga andare a donne, oppure a caccia.»

«Per adesso si tratta solo di accettare il governo della marka» interviene Guglielmo in tono pacato. «I tempi non sono maturi per altri progetti, e l’erede imperiale è ancora un bambino.»

«Sai cosa mi dà più fastidio?» chiede Arduino. «Che se accetto, contraggo un grosso debito con te e con il tuo abate. Un giorno mi presenterete il conto.»

La chiesetta ripiomba in un silenzio colmo di domande inespresse e di cose non dette, come fumo che aleggia nell’aria. Guglielmo, con gli occhi chiusi e le mani giunte, sembra pregare. Arsinu fissa il pavimento con aria perplessa, mentre Daido continua a sbuffare e brontolare.

Arduino è il primo a riprendersi. Si rivolge al nipote. «È questo il fondo della cesta?» chiede con una smorfia.

Guglielmo riapre gli occhi. «Un giorno sarà Dio a farti vedere il fondo della cesta, zio Arduino» mormora sorridendo. «A te, come a tutti noi.»

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