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L'iniziazione

ISBN 978-88-6690-113-6

Nuovo prodotto

Autore: Angelica B. 

Formato: libro cartaceo - 104 pagine

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12,00 €

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RECENSIONE

Angelica, adolescente bella, inquieta ma ancora inconsapevole della sua sessualità, nutrita di vaste letture, in parte non ancora adatte a lei, vive il risveglio del suo corpo, con tutte le sue inquietudini, nella grande villa sul lago dove abita con la madre, libera di cavalcare tra i boschi o di perdersi nel grande parco. Il rapporto ambiguo che la lega allo zio Aldo e, soprattutto, l’infatuazione per il cugino Folco, il conflitto con la sorella di quest’ultimo, Margherita, e l’indifferenza della giovane, bellissima madre Ortensia, sono gli ingredienti che concorrono all’iniziazione sessuale della ragazza. Il personaggio di Angelica ci ricorda i turbamenti di René di Chateaubriand e la curiosità inesperta e impudica della Lolita di Nabokov, e dà vita a una storia forte, intensa e drammatica.

INCIPIT

Ripenso a quel periodo e mi rivedo quindicenne, ingenua e minuta come una bambina molto più piccola. Rivedo i miei capelli biondi, troppo lunghi e selvaggi, sempre appiccicati alla fronte, i miei occhi neri grandi, lucidi e febbricitanti. Le gambe da uccello, lunghe e magre, rosse di sole e graffiate dai rovi nelle mie corse solitarie per i boschi.

Ero una piccola selvaggia, una bestiolina allo stato brado, abbandonata alle sue fantasie e alla sua malinconia.

Fino a pochi mesi prima ero vissuta in un immenso appartamento del centro di Milano, quasi sempre sola, accanto a un padre troppo distratto per darsi la pena di amarmi. Circondata da ogni sorta di libri, che avevo letto avidamente e che avevano scatenato in me una fantasia fervida e a tratti morbosa. Quasi tutto ciò che sapevo della vita l’avevo letto nei libri, perché i miei rapporti con il mondo reale erano ridotti al minimo. Andavo a scuola, frequentavo poche amiche, scambiavo qualche parola con la signora che veniva a fare le pulizie nell’appartamento e ogni tanto, molto di rado, parlavo con mio padre.

Ma in compenso leggevo tantissimo: da Baudelaire a Virginia Woolf, da Doris Lessing a Günter Grass, da Erica Jong a Henri Miller. Mio padre non aveva mai selezionato le mie letture, e a dodici anni già leggevo tranquillamente i lascivi romanzi di Colette come se fossero storielle di avventure. Non mi accorgevo che stavo immagazzinando dati, emozioni e sensazioni che andavano stratificandosi in me e costruendo il mio carattere di animale emotivo e sensuale.

Ma allora la sensualità mi era sconosciuta: vestivo come una bambina, mi atteggiavo come tale e al contempo mi sentivo superiore alle amiche che indossavano la minigonna e che si gonfiavano i reggiseni. Le consideravo semplicemente delle creature frivole e stupide. Pensavo di saperne molto più di loro perché avevo letto un sacco di libri. Ma non avevo la più pallida idea di che cosa fosse la vita.

Poi arrivò la primavera. Una primavera ventosa che mi faceva rabbrividire e mi elettrizzava i capelli, facendomi svegliare di notte in preda a incubi incomprensibili.

E quella primavera, improvvisamente, mio padre morì.

Non l’avevo mai amato come si ama un padre, ma era tutto ciò che avevo e mi sentii sola e sperduta.

Una donna che non conoscevo, con lunghi capelli rossi e occhi neri come i miei, venne a prendermi, mi accarezzò distrattamente la testa e mi portò via.

Quella donna era mia madre.

Aveva lasciato me e mio padre quando io non avevo ancora compiuto due anni e la mia memoria non ne conservava traccia. Sapevo che faceva la poetessa, e che aveva anche un certo successo, ma non mi ero mai minimamente interessata a lei.

Di colpo mi trovai catapultata nella sua eccentrica e delirante vita.

Ortensia, mia madre, viveva in una grande villa barocca sul lago di Como, circondata da un parco che aveva vissuto tempi di feste sontuose e che di quei tempi conservava ancora una fontana scolpita mezza diroccata e una scuderia dove mia madre si ostinava ad allevare alcuni cavalli con i quali, di tanto in tanto, si avventurava in cavalcate sfrenate come un’eroina d’altri tempi. Per il resto la casa era quasi cadente: aveva bisogno di ristrutturazioni massicce che Ortensia non si poteva permettere. Ma manteneva un certo regale decoro nella facciata imponente con il doppio scalone, in ciò che rimaneva degli arredi antichi e nell’atmosfera da castello infestato che vi si respirava.

Mia madre viveva lì con Virginia, la governante della sua infanzia che non l’aveva mai abbandonata, nonostante la sua evidente follia. Trascorreva quasi l’intera giornata chiusa nella sua stanza a scrivere e a fumare, e l’odore acre delle sue sigarette invadeva la casa filtrando attraverso la porta e ne impregnava ogni angolo. Ogni tanto usciva, il corpo voluttuoso malamente chiuso in un kimono di seta, per andare in cucina a prendere qualcosa da mangiare, e se in quelle sue brevi uscite le capitava di incontrarmi, mi gettava un sorriso distratto, quasi interrogativo, come se si domandasse chi fossi io e che cosa diavolo ci facessi lì.

Io ero abbandonata a me stessa. Completamente. Passavo il tempo vagando per il parco e per i boschi che lo circondavano, spingendomi fino alla sponda del lago, e se non tornavo a mangiare nessuno mi chiedeva il perché.

Vivevo una sorta di avventuroso delirio, improvvisamente libera dopo la lunga cattività della mia infanzia. Scoprivo il mio corpo e lasciavo che la carne pallida si arrostisse di sole, che tra i capelli si impigliassero terra e foglie. Mi riempivo le narici degli odori del bosco e mi stordivo di sensazioni sconosciute.

Vivevo, insomma, uno stato non molto dissimile dalla felicità.

Poi, una mattina – quella mattina – mia madre si vestì. Indossò una camicetta chiara dalla quale trasparivano i seni pieni e sciolti, un paio di pantaloni ampi e leggeri di seta, sandali che rivelavano la perfetta fattura del piede, e si raccolse i capelli.

Si aggirava per casa spalancando le finestre e scuotendo via la polvere dai vecchi divani. E intanto chiamava Virginia.

– Bisogna andare in città a fare la spesa – gridava – abbiamo ospiti a pranzo. Cose fresche, Virginia, insalate, frutta, pesce… perché sono solo le otto e il termometro segna già ventisette gradi…

Entrò nella mia stanza e spalancò le tende pesanti di broccato verde, strappandomi un gemito e ferendomi gli occhi con la luce crudele del sole. Il suo profilo perfetto, da cammeo, si stagliava sul cielo blu come smalto.

– Alzati, Angelica, e per carità lavati quei capelli da selvaggia!

– Chi arriva? – le chiesi.

– Aldo, con Folco e Margherita.

Per me erano nomi sconosciuti.

– Chi sono…? – domandai incerta.

Lei mi guardò con un’espressione di compatimento indulgente, ma anche con una punta di curiosità.

– Aldo è il fratello di tuo padre… Non l’hai mai conosciuto? – Io scossi la testa. – Folco e Margherita sono i suoi figli.

Aprì l’armadio e ne estrasse un abitino bianco, corto e senza maniche, rifinito da una ricca bordatura ricamata. Un vestitino da ragazzina ricca degli anni Sessanta. Probabilmente era stato suo, o almeno quello pensai quando lo vidi tra le sue mani lunghe e nervose.

Lo buttò sul mio letto e se ne andò.

Docilmente io mi affidai alle mani di Virginia. Lavati i capelli, me li feci asciugare e acconciare da lei, e quando lei ebbe finito mi feci aiutare anche a indossare l’abito.

L’anziana donna mi spazzolò ancora una volta, poi mi mise davanti a uno specchio.

– Angelica – disse – che oggi sembra un angelo.

Alle undici arrivarono. E alle undici la mia vita cambiò.

Per primo vidi Aldo. Scese dall’auto un uomo alto e imponente, con capelli e barba scuri che rendevano ancora più inquietante un viso dai lineamenti irregolari. Poi apparve Margherita, e subito provai un senso di fastidio davanti a quella chioma nera e liscia ordinatamente composta in un carré, alla mano grande che sistemava gli occhiali da sole, al movimento altero delle spalle.

Infine apparve Folco, e tutto il resto scomparve in una nebbia indistinta.

Sedeva dietro al padre e con un gesto elastico abbandonò l’abitacolo certo troppo angusto per il suo corpo lungo. Aveva capelli scuri e spettinati che si infiammarono nel sole e un viso grande e quadrato. Anche lui indossava occhiali scuri, ma per salutare li tolse.

E mi guardò.

Il primo sguardo di maschio del quale avevo coscienza. E fu in quello sguardo che mi specchiai, in quegli occhi di un verde scuro come il fondo di un lago torbido. E attraverso quegli occhi mi vidi distintamente: figura bianca e bionda illuminata dal sole. Vidi i capelli domati da Virginia come un’aureola intorno al viso e poi giù, dalle spalle fino quasi alle natiche, di nuovo ribelli, ricci, arrotolati, scomposti da quel primo alito di vento caldo che mi aveva avvolta non appena avevo varcato la soglia. Vidi la fronte imperlata di sudore, le guance arrossate dal sole, le labbra carnose e piene, vidi il petto acerbo che si alzava e si abbassava sotto la stoffa leggera e in basso le gambe nude scure di sole, piantate dritte nella ghiaia del viale.

Folco si avvicinò, come un serpente alla preda.

– La mia cuginetta… – disse.

Poi allungò la mano e accarezzò la mia guancia rovente di sole, un movimento circolare che sfiorò i capelli e andò a concludersi dietro il collo dove la mano, per un istante, indugiò.

Mi accorsi che istintivamente alzavo il viso verso di lui, che socchiudevo le labbra, e una sensazione tiepida mi invase le cosce.

Cominciò così. Il mio corpo si infiammò di un languore sconosciuto e io non seppi porvi rimedio. Ero irresistibilmente attratta da quel giovane uomo e ogni molecola del mio corpo lo gridava.

A pranzo Ortensia e Aldo chiacchieravano; Margherita, che si era tolta gli occhiali rivelando due occhi azzurri troppo piccoli per essere belli, mangiava silenziosa e imbronciata; Folco partecipava di tanto in tanto alla conversazione. E mi guardava.

E io guardavo lui. Completamente inappetente. Come presa da una stregoneria.

Poi, a un certo punto, Virginia portò in tavola un’insalatiera colma di macedonia e me ne servì una porzione.

Vi giocherellai un istante con il cucchiaino, incapace di portarmi alcunché alla bocca.

Fu allora che Folco prese tra due dita una pallina rossa e bitorzoluta che troneggiava sopra i pezzi di pesca, fragole e kiwi.

– Li conosci questi? – mi domandò.

Io scossi la testa, arrossendo.

– Sono i frutti della passione – proseguì. – Li abbiamo portati noi. Assaggia.

Aveva il tono di un ordine.

Restai immobile. Ma quando la sua mano si avvicinò alla mia bocca, io non riuscii a fare a meno di dischiudere le labbra. Fissandomi negli occhi, Folco appoggiò il piccolo frutto sulla mia lingua, ma indugiò un attimo di troppo e così, quando richiusi la bocca, mi ritrovai a succhiare le punte delle sue dita lunghe e brune. E un bruciore liquido mi invase le mutandine.

Nessuno badava a noi. La conversazione si era estesa a Margherita che, felice di essere al centro dell’attenzione, pontificava sui suoi progetti universitari.

Come se avesse una chiara coscienza delle sensazioni che in quel momento mi assalivano, Folco spostò un poco la sua sedia e mi si fece più vicino. Poi la sua mano destra si appoggiò sulla mia coscia nuda, poco sopra al ginocchio.

Avvertii un brivido, violento come una staffilata. E fu il mio corpo a rispondere, senza che la mia reazione avesse il tempo di passare al vaglio del pensiero. Istintivamente aprii le gambe, invitandolo verso il punto più caldo del mio corpo, che ora si era fatto dolente e pesante.

Folco non mi guardava. Intervenne anche per un momento nella conversazione, e certamente a proposito, ma la sua mano cominciò a scorrere lungo la mia coscia, in su, verso ciò che l’attendeva. Si fermò all’inguine. Con le guance che bruciavano e le labbra che tremavano sentii il dito che scorreva lungo l’elastico delle mutandine e poi si appoggiava al centro, sul punto più sensibile. Vi esercitò una leggera pressione, per un delizioso, interminabile istante sentii la mano che scorreva sulla stoffa. Poi ci fu una carezza che assomigliava a un addio e la mano mi lasciò.

– Dobbiamo andare – disse in quel momento Aldo.

Ci alzammo tutti, ci accomiatammo.

Accompagnammo gli ospiti fino all’auto e io vidi che Folco saliva.

Da dietro il finestrino mi mandò un bacio.

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