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Mi chiamava Nanà

ISBN 978-88-6690-080-1

Nuovo prodotto

Autore: Luigia Bimbi

Formato: Epub, Kindle

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4,99 €

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PRESENTAZIONE

Anni Settanta del XX secolo. Una giovane donna riprende coscienza in una clinica psichiatrica milanese. Ignora il suo nome, non ricorda nulla del suo passato, nessuno la viene a cercare. Intanto, è affidata alle cure di una materna infermiera, Marina, ed è in balia delle attenzioni lubriche di un altro infermiere, Armando. Da Marina, la giovane viene a sapere di essere stata accompagnata in clinica da un uomo – probabilmente suo marito – e che, a sentire dall’accento, lei è una ragazza del Sud. Nell’oscura prigione del suo subconscio, la giovane donna ha collocato un amore assoluto e tenace per un uomo che è la sua ragione di vita, ma anche la ragione della sua sofferenza e della sua tragica pazzia, tra luci, ombre, attese. Un uomo che la chiamava Nanà.

INCIPIT

Si sveglia avvolta in una nebulosità grigiastra che va e viene, a tratti sfumata, a tratti addensata. Muove più volte la testa di qua e di là, stringendo i denti per superare il dolore che prova alla sommità del cranio.

Qualche tempo dopo le sembra di uscire dalla nebbia almeno quel tanto che permette al suo cervello l'input per arrivare ad un minimo di comprensione.

Dove si trova? E lei, chi è?

Abbassa un braccio per toccarsi in basso, sotto la camicia. Sfiora il ventre piatto, poi scende ancora e scopre di essere femmina. Rialza il braccio sforando i capelli, ricci e stopposi.

Faticosamente, sposta il corpo verso il lato destro: una finestra coi vetri spalancati e le persiane accostate, chiuse con un lucchetto. Vicino al letto un comodino di metallo bianco, un lampadarietto dozzinale a muro, una presa e un pulsante.

Accanto al giaciglio sul quale è sdraiata, altezza cuscino, una seggiola anch'essa di metallo.

Torna di nuovo supina.

Avverte un odore acre che le provoca ripetuti conati di vomito. Provengono da lei e dalla coperta che tiene addosso. Ne prende l'orlo fra le dita dalle unghie lunghe e forti, e comincia a tirare per sollevarsi seduta. La coperta, ben rincalzata sotto il materasso, le è di aiuto.

Riusce a sedersi a mezzo, il capo appoggiato alla testata del letto.

In ogni parte del corpo lamine di dolore forante.

Respira a fondo, una, due volte.

Di fronte a lei una porta. Al di là di essa, rumore di passi, mormorio di voci, e, all'improvviso, un urlo lacerante e ripetitivo. Altri passi affrettati. Una porta sbattuta, ancora un urlo e infine il silenzio.

L'assale un lungo brivido di paura che le fa accapponare la pelle.

Accanto all'uscio che sta di fronte al letto, sul lato destro, un lavandino col bravo treppiede e il rubinetto. Vicino, un tavolinetto rozzo con sopra una catinella di plastica rossa.

Accompagnato da un mugolio di dolore il suo corpo si gira verso sinistra.

Vede un armadio bianco e un tavolo in legno con seggiola.

Il rumore stridente di un giro di chiave. La porta si apre con violenza.

Un uomo in camice bianco, basso e tarchiato.

Fermo sull'uscio aperto si volge a qualcuno che è alle sue spalle:– Dai Marina, muoviti, che facciamo anche questa.

Entra, seguito da una donna giunonica molto più alta di lui.

Costei stacca il lucchetto dalla persiana, l'apre e la luce invade la stanza.

–Cristo! che puzza! e che sporco!– urla l'uomo– guarda, ha vomitato! Ha sporcato la coperta. Magari s'è pure pisciata addosso. Non ne posso più di questi matti.

Prende l'orlo della coperta con fare schifato e guarda sotto. Le solleva la camicia:– Ehi! Che bella passera! Tutta un ricciolone di peli neri.

Raccoglie fra le mani i peli del pube e li stringe con forza.

Lei si dimena ciangottando.

– Smettila, degenerato d'un Armando!– Marina ride di gusto– Te, se ti lasciassero fare, te le faresti tutte. Lo sai che la dobbiamo lavare. Io penso a cambiare il letto e tu la lavi. Va a riempire la vasca.

– Agli ordini, madama.

L'uomo esce, diretto al bagno che sta nel corridoio.

Lei mormora, singhiozzando: – Signora, non mi faccia toccare da quell'uomo.

– Ma guarda tu, non l'avrei detto. Parli con senno. Non preoccuparti di quello lì. È più boria che sostanza. Fatti un bel bagno, che ne hai bisogno.

L'uomo è tornato:– Vieni principessa del pisello. Cercherò di non annusarti mentre ti porto di là. Sei bellina ma puzzi da far scappare i topi. Ti ho preparato un bagno coi fiocchi: tutto una schiuma. Spero mi sarai riconoscente.

Lei si irrigidisce.

– Ma lasciati andare, perbacco, sembri un baccalà!.

Se la porta in braccio nuda nella toeletta. La mette dentro l'acqua e la lava vigorosamente, soffermandosi a tratti ad accarezzare il pube di cui, poco prima, ha tanto apprezzato il folto manto nero.

Lei allunga le mani tentando di allontanare le sue.

Questo gesto lo mette di buon umore:– Stai sulle difese, cocca. Mi piacciono quelle che cercano di ribellarsi. Sono più gustose.

Finalmente il calvario finisce.

Anche i capelli sono lavati.

L'Armando la riporta nella sua camera e la butta in malo modo sul letto pulito.

La donnona protesta: – Un po' di grazia! Non è mica un pacco! E poi potevi asciugarle la testa! Lo vedi? Ha bagnato la federa appena messa.

– Quante storie. Asciugagliela te la testa e dopo gira il cuscino. Io vado di sotto che, quelli giù, possono aver bisogno.

Se ne va, sbattendo la porta.

Marina ridacchia:– Si va a fare uno spinello. Âlter che àiüt!.

Lei singhiozza convulsa.

– Che fai? Bella riconoscenza. Ti abbiamo messo a nuovo e tu piangi. Dammi retta: prendila come viene e non sprecare le lacrime. Adesso chiudo la persiana e ti fai un bel pisolino fino all'ora di pranzo. A gh'é la pasta al sùgh.

Le dà un buffetto sulla guancia ed esce richiudendo a chiave l'uscio.

Lei si asciuga le lacrime col palmo di una mano.

Le frasi in vernacolo che la donna le propina le sembrano familiari.

Cosa le sta capitando?Dove si trova? Non ricorda nulla del suo passato, neppure il proprio nome.

Una vera catastrofe.

L'uomo ha parlato di matti.

Dunque lei è e ospite di un manicomio. Le pare che adesso abbia un altro nome, ma è pur sempre un manicomio.

È spaventata da morire.

Afferra la testa e stringe forte.

Nel farlo, spera di tirarci fuori almeno un ricordo.

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